Perché il petrolio non vola? Le 10 forze che frenano i prezzi secondo Societe Generale
Perché il petrolio non vola? Le 10 forze che frenano i prezzi secondo Societe Generale
La perdita del 14% dell’offerta mondiale di petrolio, il doppio dell’entità dell’embargo petrolifero arabo del 1973, ha provocato «soltanto» un aumento dei prezzi del 30% contro il +134% del 1973, nonostante allora fosse interrotto appena il 7% dell’offerta. Mike Haigh, Head of FIC & Commodity Research di Societe Generale, spiega perché

di Francesca Gerosa 11/06/2026 14:40

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Nelle ultime settimane ha dominato un tema: la perdita del 14% dell’offerta mondiale di petrolio, pari al doppio dell’entità dell’embargo petrolifero arabo del 1973, ha provocato «soltanto» un aumento dei prezzi del greggio del 30% contro il rialzo del 134% registrato nel 1973, nonostante allora fosse stato interrotto appena il 7% dell’offerta. La domanda di Mike Haigh, Head of FIC & Commodity Research di Societe Generale, quindi è: perché i prezzi del petrolio non sono aumentati in modo più marcato? L’esperto ha esaminato le dieci possibili spiegazioni alla base di questa apparente discrepanza.

1. La Cina sta riequilibrando il mercato

La Cina sta agendo come principale forza di riequilibrio del mercato, riducendo silenziosamente le importazioni di greggio da 11,7 milioni di barili al giorno (mb/g) a febbraio a poco meno di 9 mb/g a fine maggio, accompagnate da un calo dell’utilizzo delle raffinerie.

Questa riduzione di circa 3 mb/g è enorme: equivale a circa il doppio della capacità dell’oleodotto di bypass degli Emirati Arabi Uniti ed è vicina all’intera domanda petrolifera del Giappone. Rappresenta, osserva Haigh, uno dei maggiori fattori compensativi dello shock, secondo solo al reindirizzamento dei flussi da parte dell’Arabia Saudita e superiore alle vendite coordinate delle riserve strategiche (Spr) da parte di Stati Uniti, Europa e Giappone. Un calo dell’8% nell’utilizzo delle raffinerie cinesi implica una distruzione della domanda di 1,2 mb/g. Haigh presume, inoltre, che la Cina stia rilasciando 1,2 mb/g dalle proprie scorte.

2. I cambiamenti strutturali hanno ridotto l’impatto dei prezzi elevati

Inflazione più elevata, salari più alti, minor intensità energetica delle economie ed effetti valutari fanno sì che i prezzi attuali risultino meno dolorosi rispetto ai cicli passati. In termini reali, un prezzo di 100 dollari al barile oggi equivale a percepire un prezzo di circa 50-70 dollari al barile nelle principali economie, considerando i cambiamenti degli ultimi vent’anni. Questo attenua sia l’impatto sui consumatori sia l’urgenza di interventi politici.

Di conseguenza, «il sentiment negli Stati Uniti e in Europa rimane relativamente contenuto. Una reazione più forte dei prezzi probabilmente si verificherebbe solo se le carenze iniziassero a modificare la percezione dell’offerta globale disponibile», spiega l’esperto di Societe Generale.

3. I mercati fisici si stanno irrigidendo, ma i prezzi restano contenuti

I mercati fisici stanno mostrando segnali di tensione: le scorte diminuiscono e aumentano le difficoltà nell’approvvigionamento immediato. Tuttavia, i prezzi rimangono sorprendentemente moderati rispetto ai fondamentali. Questa divergenza è in parte dovuta al fatto che i consumatori di petrolio stanno attingendo alle scorte acquistate a prezzi inferiori invece di competere per carichi spot più costosi, precisa Haigh. Si tratta, però, di una strategia temporanea, destinata a perdere efficacia con il progressivo esaurimento delle scorte.

4. La comunicazione di Washington ha contribuito a stabilizzare il mercato

La comunicazione dell’amministrazione statunitense ha avuto un ruolo importante nel contenere le aspettative del mercato. Messaggi rassicuranti, segnali diplomatici, implicite promesse di sollievo sul lato dell’offerta e una gestione attiva della narrativa hanno contribuito a limitare il potenziale rialzista dei prezzi e, in alcune occasioni, hanno persino provocato cali significativi delle quotazioni.

5. Gli investitori sono rialzisti, ma con scarsa convinzione

La maggior parte degli investitori condivide una visione positiva sul petrolio, ma il livello di convinzione non è sufficiente per giustificare posizionamenti significativi. Il rischio legato alle decisioni politiche, insieme all’elevata volatilità, scoraggia l’assunzione di grandi posizioni lunghe. Di conseguenza, molto capitale resta in attesa. L’open interest sui futures Brent è al livello più basso dallo scorso agosto, nota Haigh.

6. Il petrolio non è più il tema dominante 

L’attenzione degli investitori è oggi frammentata tra numerosi temi, come l’intelligenza artificiale, i mercati azionari e il quadro macroeconomico. Questo riduce la concentrazione sul settore energetico e fa sì che persino i rischi geopolitici rilevanti per il petrolio fatichino a generare le reazioni di mercato eccezionali osservate nei cicli passati.

7. Maggior elasticità dell’offerta

L’aumento dell’elasticità dell’offerta si è manifestato attraverso una risposta significativa della produzione in Brasile e Venezuela. Anche le aspettative di una futura crescita della produzione statunitense hanno contribuito a mantenere ancorati i prezzi, nonostante i produttori di shale oil continuino a mostrarsi prudenti a causa dell’aumento dei costi, della disciplina imposta dagli investitori e delle incertezze sulla domanda.

«Nel breve termine la crescita resta modesta, ma la scadenza delle coperture esistenti e la possibilità di stipularne di nuove a prezzi più elevati potrebbero gradualmente sbloccare una risposta produttiva più consistente», prevede l'esperto di Societe Generale. «L’offerta è aumentata al di fuori degli Stati Uniti e del Golfo Persico. Brasile e Venezuela hanno incrementato la produzione, ma parte di tale crescita è stata compensata dalle perdite registrate in Russia. Nel complesso, ciò implica 460.000 barili al giorno di offerta aggiuntiva, una quantità comunque lontanissima dal compensare i 16 mb/g di forniture perse nel Golfo».

8. Possibili flussi non ufficiali attraverso lo Stretto di Hormuz

Sempre più discussioni con i clienti riguardano la possibilità che attraverso lo Stretto di Hormuz transiti più petrolio di quanto indicato dai dati ufficiali. Secondo alcune segnalazioni, oltre 300 navi avrebbero richiesto autorizzazioni all’agenzia iraniana Pgsa, pagando per un passaggio sicuro.

La verifica è difficile a causa dello spegnimento diffuso dei sistemi Ais e delle pratiche di spoofing. Eventuali flussi aggiuntivi probabilmente avverrebbero al di fuori dei canali tradizionali, coinvolgendo operatori minori e pagamenti non denominati in dollari. «Esiste tuttavia una forte possibilità che tali cifre siano esagerate e facciano parte di una strategia comunicativa iraniana», precisa Haigh. «Anche così, la percezione di flussi più elevati rispetto a quelli ufficialmente riportati contribuisce a limitare i prezzi, riducendo le preoccupazioni sulle perdite di offerta».

Alcune stime del settore parlano di 3 mb/g che attraversano lo Stretto. Con la stima di 1,4 mb/g, si presume che 6,9 mb/g vengano prelevati dalle scorte globali; con 3 mb/g il prelievo scenderebbe a 5,3 mb/g.

9. Gli Stati Uniti continuano a sostenere l’offerta globale

Gli Stati Uniti continuano a fungere da pilastro dell’offerta mondiale mantenendo esportazioni record di greggio e prodotti raffinati. Non vi sono segnali concreti di possibili restrizioni alle esportazioni. Le priorità strategiche favoriscono il mantenimento del ruolo degli Usa come fornitore affidabile, nonostante le sensibilità politiche interne. Di conseguenza, la forza delle esportazioni americane contribuisce a rassicurare il mercato e a contenere le pressioni rialziste sui prezzi.

10. La curva forward segnala un eccessivo senso di sicurezza

La curva forward del petrolio suggerisce che il mercato sia relativamente tranquillo riguardo alle prospettive di lungo termine. I prezzi a scadenza più lontana risultano troppo bassi per incentivare gli investimenti necessari a sostenere la futura produzione non-Opec. Inoltre, le coperture effettuate dai produttori ai livelli attuali contribuiscono a mantenere debole la curva, rafforzando la percezione di equilibrio del mercato. «Tale percezione potrebbe, però, sottostimare il fabbisogno di offerta futuro», avverte Haigh. «Molti investitori osservano i prezzi forward più bassi e li considerano un’indicazione del livello al quale dovrebbe trovarsi il prezzo spot odierno qualora il conflitto venisse risolto». (riproduzione riservata)