C’è un grande maestro che sta indicando al mondo intero quanto sia degno di grande attenzione il boom dell’AI e in particolare della AI generativa autonoma, da centinaia e centinaia di miliardi di dollari di investimenti, ma senza per questo dimenticarsi dell’informazione professionale e indipendente.
Questo maestro si chiama Warren Buffett, 95 anni compiuti il 30 agosto scorso. E, com’è nelle sue abitudini, sempre più di fatti che di parole, ha proceduto a far vendere azioni di Amazon per investire 352 milioni di dollari nel più importante giornale al mondo, The New York Times.
Perché lo ha fatto? Sicuramente perché pensa che le azioni di Amazon caleranno di valore mentre quelle della più autorevole e indipendente testata giornalistica al mondo saliranno. Infatti, come migliore investitore del mondo, Buffett non farebbe mai una operazione in perdita, ma in questo caso c’è appunto molto di più.
Con la sua società Berkshire Hathaway Buffet ha fatto uno switch di altissimo significato, tenendo conto anche delle recenti scelte del New York Times, che ha rifiutato centinaia di milioni di dollari offerti per la cessione del suo archivio con il relativo aggiornamento da parte di OpenAI, che voleva inserire nel suo database per l’AI generativa appunto i contenuti storici e presenti del maggior organo di informazione al mondo.
Gli editori, la famiglia Ochs-Sulzberger hanno quasi sdegnosamente rifiutato l’offerta, mentre la famiglia dell’australiano-americano Rupert Murdoch, che attraverso NewsCorp controlla Dow Jones & Company, editore dell’omonima agenzia e di Wall Street Journal (di cui MF-Milano Finanza è da anni partner) aveva tempestivamente accettato l’offerta.
Nel caso di Murdoch, ha prevalso il valore dei milioni di dollari ottenuti; nel caso di Ochs-Sulzberger, ha prevalso la permanente volontà di editori puri di non permettere a chi come OpenAI, con le centinaia di miliardi di dollari raccolti sul progetto di ChatGpt, voleva mischiare decenni e decenni di informazione autorevolissima su NYT nel database a cui attinge la più clamorosa realizzazione di AI generativa.
Lo dico con imbarazzo, senza nulla togliere ai nostri partner di The Wall Street Journal, perché Class Editori, come sapete, ha scelto la strada del New York Times, cioè l’indipendenza e il controllo diretto dell’informazione da noi pubblicata (ovviamente il riferimento non è a quella di Wall Street Journal, altamente professionale). Con un po’ di fortuna, ma grazie alla alta professionalità del team dedicato al digitale, con MFGpt siamo arrivati primi (e ancora unici) in Italia e a parimerito in Europa con Financial Times, che per altro è coinvolto come noi dell’European business media, l’associazione dei media indipendenti europei.
Giorno dopo giorno ci rendiamo sempre più conto dell’importanza di aver scelto una strada autonoma e di non aver ceduto alle allettanti offerte di cedere i nostri archivi di 40 anni di informazione, non dimenticandoci mai di essere grati all’Università Bocconi, socia di noi giornalisti nella fondazione di Class Editori.
Giorno dopo giorno verifichiamo infatti la straordinaria potenzialità della AI generativa realizzata e del fatto che avendola realizzata in autonomia essa ci permette di proseguire, con un arricchimento straordinario, nel permanente obiettivo di una informazione oggettiva e indipendente, cioè con le caratteristiche che ci spinsero a lasciare la comodità e la sicurezza dei nostri posti di lavoro in altre case editrici da noi non controllate.
E così, giorno per giorno, ci rendiamo conto di come con la tecnologia AI generativa sia possibile offrire ai nostri lettori o a nuovi lettori il nuovo modo di informare e informarsi. In particolare, siamo stati spinti a rivedere l’analisi di quali sono stati negli anni e nei secoli le modalità con cui gli esseri umani di sono informati prima della AI.
Saltando agli ultimi 20 anni, alla carta si è aggiunta sempre più l’informazione digitale. Ma in questa analisi e autoanalisi, è apparso chiaro che chi leggeva (e legge) i giornali di carta ma anche quelli digitali lo faceva e lo fa in primo luogo per essere informato sui temi di interesse personale, cioè le novità o l’evoluzione del settore in cui si lavora, oppure dell’andamento degli investimenti, sempre riferito strettamente al suo primo interesse, cioè quello personale. E lo sfoglio dei giornali di carta o digitali aveva e ha in primo luogo appunto l’obbiettivo di essere informato su ciò che lo riguarda direttamente o più da vicino.
In questo esercizio, la AI generativa correttamente formata può ora evitare quello sfoglio alla ricerca, in primo luogo, dei temi di interesse assoluto. Come ciò può avvenire in maniera più veloce e sicura con MFGpt?
Semplicemente chiedendo alla AI generativa una volta per tutte, di far trovare all’ora desiderata un notiziario personalizzato con tutte le informazioni e le analisi sui temi di interesse primario. Naturalmente, con la possibilità di modificare in qualsiasi momento i temi prescelti.
In altre parole, grazie all’afflusso continuo di informazioni su tutti i temi che trattano le testate di Class Editori, il sistema fa il lavoro di cernita di quei temi per i quali si è dichiarato il primario interesse. Ecco, quindi, che anche dal lato etico la AI generativa fa correttamente il lavoro come fa una macchina calcolatrice, preservando il ruolo di chi sceglie le tematiche. Ovviamente potendo rispondere anche a qualsiasi altra richiesta di informazione e analisi.
Ma perché tutto ciò possa essere affidabile deve venire da uno staff che lavora con l’obiettivo dei media indipendenti e cioè quello di dare informazione oggettiva e indipendente, dandone specificamente, per ogni componente della risposta le fonti.
E perché l’informazione sia coerente, occorre che essa arrivi da fonti di cui si conosce il posizionamento e la radice comune. In altre parole, MFGpt, come del resto le altre AI generative autonome, emanazione di media di cui si conosce l’impostazione e la linea, sono altamente preferibili e più affidabili rispetto alle risposte che arrivano da fonti non omogenee e quindi anche in possibile contraddizione fra esse.
È questo il caso di quasi tutti i maggiori operatori, che non vengono da una cultura di coerenza, ma che avendo comprato contenuti da più fonti, offrono risposte che sono o possono essere il frutto di una mediazione e quindi che possono rappresentare una realtà non reale (mi si perdoni il bisticcio), in quanto frutto dell’intervento di più fonti non omogenee.
Con in più il fatto per cui le fonti sono spesso messe alla fine della risposta, senza specificazione possibile di come quella risposta frutto della macedonia delle fonti si sia formata. Ma quando anche questo elemento ci sia, diventa ancora più evidente la scarsa affidabilità, perché si capisce in modo indiscutibile come ci troviamo di fronte a un mix algoritmico che manca totalmente di coerenza editoriale e culturale, di tradizione giornalistica riconosciuta. E dunque a risposte di cui nessuno può essere sicuro della validità, dell’aderenza alla realtà.
Con il metodo scelto da noi, dal Financial Times, dal New York Times, questo pericolo non esiste perché la radice delle informazioni è la stessa per posizione delle testate da cui proviene. E infatti, proprio per questo, ogni parte delle risposte ha indicata la fonte specifica di provenienza dell’informazione complessiva.
Con una conclusione, che è questa: i media che hanno realizzato o realizzeranno una propria AI generativa autonoma offrono la garanzia di una informazione, attraverso le risposte, coerente e di cui si conosce pezzo per pezzo, dato per dato, le componenti, tutte della stessa linea editoriale. Mentre le AI che non hanno fonti proprie non potranno sempre dare risposte che corrispondano alla realtà. Per cui il chiedere di essere informati su certi temi, come l’aggiornamento quotidiano che il lettore dei media faceva con il proprio cervello, se viene da fonti con radici diverse, presenta più di un rischio di allucinazione.
Martedì scorso, 17 febbraio, è stato celebrato il Capodanno cinese, l’anno del Cavallo di fuoco, ma mentre l’emblema del cavallo rosso è una scultura geometrica, con l’occasione è stata mostrata una realizzazione ben più sconvolgente, testimonianza del livello raggiunto in alcuni campi dalla tecnologia cinese. Talmente sconvolgente che vi trascrivo l’indirizzo digitale dove potrete vedere con i vostri occhi:
www.youtube.com/watch?v=1fZ7KLi8ZXI
E come potrete vedere, è la dimostrazione che robot umanoidi avanzatissimi ballano con agilità superiore a quella degli esseri umani, con una flessibilità ed elasticità incredibile e con comportamenti umani nell’andare a dare la mano, dopo aver volteggiato una lunga spada, a uno dei giovani ballerini umani.
È chiaro che nella diffusione di questo video, viene perseguito l’intento di far capire dove la tecnologia cinese è già arrivata, prescindendo da armamenti o AI generativa. Uno spettacolo che fa riflettere sulle strategie e le alleanze internazionali: si può oggi prescindere o trascurare la Cina? La risposta, specialmente dopo aver guardato il video, sarà pari a quanto è pleonastica la domanda: non si può prescindere dalla Cina, se si vuole essere sulla via del progresso.
La presidente del consiglio, Giorgia Meloni, se ne è convinta già due anni fa, quando andò in visita ufficiale a Pechino in occasione dell’anniversario e della nuova firma del trattato di partenariato fra Italia e Cina. Bene fece allora Giorgia Meloni a fare quanto prossimamente, ma all’inverso, si appresta a fare anche quell’indisciplinato (un aggettivo troppo benevolo da parte mia? Penso proprio di sì) del presidente Donald Trump, che il 9 febbraio ha annunciato: «Xi Jinping sarà alla Casa Bianca entro fine anno».
È il trionfo di Trump perché sarà Xi a andare da lui? In realtà, si erano incontrati in terreno sostanzialmente neutro, la Corea del Sud, il 30 ottobre 2025. È vero: la Corea del Sud è in Asia, ma non è Cina. E quindi sarà Xi che farà il gesto più significativo andando prima della fine dell’anno negli Usa.
Un gesto che ha un obbiettivo preciso: distendere i rapporti con gli Stati Uniti, visto che con gli altri Paesi del mondo occidentale il presidente della Cina ha già un punto di vantaggio, visto che sono stati loro ad andare a trovarlo a Pechino. Nell’ordine: Emmanuel Macron, il primo ministro del Canada, Mark Carney e il suo omologo inglese, Keir Starmer. E poi è già previsto il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Cioè, tutti alleati formali degli Usa e quindi palese dimostrazione che con la Cina in vantaggio politico, gli alleati europei non hanno esitato a fare il passo verso Pechino, dimostrando di fatto di non pensarla come Trump. E proprio per il vantaggio acquisito il presidente Xi andrà a trovare colui che non sta trattando molto bene i suoi alleati europei. E del resto, per una volta, Trump non fa né l’eccentrico né il duro; e per rafforzare la posizione di leader (in discussione) del mondo occidentale e ottenere che il presidente Xi si muova verso gli Usa, ha dato lo stop ai divieti sulle tecnologie cinesi.
Ed è proprio la tecnologia il tema fondamentale per valutare quanto forte sia la Cina. Ascoltando vari osservatori che hanno rapporti con Pechino non vi è dubbio che la Cina sia fortissima. E il primo paradosso è che questo avanzamento tecnologico della Cina è avvenuto proprio grazie alle aziende più avanzate degli Stati Uniti, a cominciare da Apple.
Se su tutto non avesse prevalso la legge del profitto, Apple non sarebbe mai andata a far produrre i suoi smartphone in Cina. E per la legge del profitto (cioè, del risultato più alto possibile di utile da parte di Apple, grazie ai costi di produzione più bassi del mondo in Cina) è stato inevitabile che la Cina acquisisse la conoscenza delle tecnologie più avanzare del mondo. Dante Alighieri parlerebbe di contrappasso.
E in realtà, assai prima di Apple, a far fare il salto tecnologico alla Cina, già ai primi degli anni 70, furono l’allora presidente Richard Nixon e il genio Henry Kissinger. Ma mentre per Nixon fu la ricerca della popolarità e la dimostrazione del potere americano, per Kissinger fu la consapevolezza che era meglio stabilire rapporti con la Cina, già allora il Paese più popoloso del mondo, e cercare di trasmettere anche nel Paese comunista il principio del profitto.
E Kissinger è stato fedele al suo convincimento fino a poche settimane prima della sua morte, nel novembre 2023, quando, centenario, volò di nuovo prima a Washington e poi a Pechino per convincere Joe Biden e Xi Jinping che è sempre meglio avere relazioni fra Paesi forti o fortissimi piuttosto che farsi la guerra. Biden capì la lezione, mentre altrettanto non sembra sia avvenuto compiutamente per il nuovo presidente Donald Trump, anche se, appunto, il suo gesto di invitare il presidente Xi in Usa è una mossa non stupida.
L’importante è che il presidente Trump non faccia lo spaccone, com’è nel suo stile perché Xi non è Deng Xiao Ping, che ricevette Kissinger e Nixon il 28 febbraio del 1972 così da aprire la porta verso Pechino a tutto il mondo occidentale, inclusa l’Italia, che qualche anno dopo fu rappresentata dal ministro del commercio estero, Rinaldo Ossola, ricevuto con tutti gli onori dal vicepresidente (non ha mai soluto diventare presidente) Deng. Quei viaggi di Kissinger e anche di Ossola hanno tracciato la strada che ha consentito alla Cina di svilupparsi collaborando con il mondo non comunista.
Speriamo, per il mondo intero, che Trump, sorprendendo non solo i cinesi, abbia imparato la lezione, secondo cui né allora né oggi si può pensare a un mondo migliore senza la Cina. (riproduzione riservata)