Scena: fine della bella e limpida relazione della presidente vicario della Consob, Chiara Mosca, che ha gestito la commissione da marzo, quando è terminato il mandato del professor Paolo Savona. Il primo a stringerle la mano è stato il ministro, super, dell’economia, Giancarlo Giorgetti, che con l’attenzione e la dignità che esprime da bocconiano puro, si è accostato a lei sul lato sinistro del palco.
Poco lontano si era fermato il presidente di UnipolSai, nonché amministratore delegato e direttore generale del gruppo Unipol, Carlo Cimbri. Si è visto subito che fra ministro e assicuratore-banchiere c’è feeling, tanto che, dopo poche parole in mezzo agli ascoltatori della relazione Consob che abbandonavano le sedie, si sono ritirati insieme nel retro del salone per un colloquio che non è difficile immaginare che abbia riguardato la mega operazione bancaria lanciata, in tandem con Intesa Sanpaolo, dal gruppo Unipol, quindi sotto la guida di Cimbri.
Per correttezza non sono stato ad ascoltare, ma si percepiva dai volti (e del resto non è una novità) che il ministro Giorgetti, sia pure nel ruolo super partes che svolge bene anche nel settore bancario, sia sfavorevole all’operazione lanciata da Intesa Sanpaolo in combinata con Cimbri su Banca Mps.
Nella visione, sempre imparziale del ministro Giorgetti, non sorprenderebbe che a lui non dispiaccia che si crei con Intesa, in sintonia con Bper, una super banca internazionale e contemporaneamente una banca nazionale (Bper) di assoluto rilievo, collocandosi appunto, nel caso di successo dell’operazione su Mps, al secondo posto per sportelli in Italia.
Quindi due banche, una di dimensione, internazionale in grado di competere non solo in Italia ma anche in Europa e nel resto del globo, per dimensione, completezza e competenza; l’altra, Bper, anch’essa con buone competenze e professionalità destinata a forse diventare la seconda banca italiana per sportelli in caso di successo dell’alleanza con Intesa. E nel caso di avanzamento dell’operazione, il ministro Giorgetti ha uno strumento importante per dare o meno la sua condivisione alla stessa operazione: appunto quel 4,8% di Mps posseduto dal Mef.
Ma se questo è il progetto Intesa-Bper, o se si vuole l’alleanza fra Carlo Messina capo di Intesa, e Carlo Cimbri, controllore di Bper attraverso Unipol, non si può dimenticare che sull’altra sponda c’è un manager non solo con idee lucide, ma anche con un carattere che lo spinge a non arrendersi mai. Si tratta naturalmente di Luigi Lovaglio, ad di Mps, la banca senese che egli ha risanato con grande successo e per la quale ha avuto il coraggio di lanciare la sfida, vinta, per conquistare Mediobanca.
Lì Lovaglio ha vinto per la lucidità del disegno, ma anche per l’aiuto datogli in assemblea da Bpm, la banca che aveva in portafoglio una certa percentuale di Mps, decisivo al momento del voto assembleare di circa un mese fa. Ma oggi non è chiaro se durerà quella alleanza, palesemente antagonista del patto fra Intesa e Unipol. Il patto è stato concluso con due obiettivi: la spartizione degli sportelli del Monte fra i due partner e appunto la conquista da parte di Intesa del pacchetto oggi più importante di azioni Mediobanca e del 13,3% di Generali. Mps e Bpm rimarranno, nel caso, alleate anche per resistere all’Ops di Intesa e Unipol, che oltre agli sportelli di Mps ha l’obiettivo per Intesa, di conquistare la singola maggiore quota azionaria in Generali?
Come si vede, gli scenari e gli schemi sono assai più complessi di quelli elaborati da Argentina e Spagna per la conquista della finale dei campionati del mondo di calcio negli Usa.
Ma c’è un punto che è certo: con la manovra di Intesa in combinata con Unipol, chiunque sarà il vincitore finale, lo scenario bancario, assicurativo, e finanziario italiano subirà la più spettacolare mutazione della storia nazionale.
E se poi si mette nel conto anche quanto sta facendo Unicredit in Germania e chi sa poi dove, visto il temperamento e l’aggressività da ex-banchiere d’affari di Andrea Orcel, non è temerario dire che il sistema bancario e finanziario italiano è in una mutazione fino allo sconvolgimento che non ha precedenti nella storia nazionale.
Spesso, a dettare il copione è stato questo o quel partito o questo o quel governo, a seconda della direzione della curva che indica il livello di democrazia di un Paese. Mentre in parlamento stanno avvenendo sempre più episodi e tentativi non proprio benefici per il livello di democrazia del Paese (si pensi anche solo allo scontro per il tentativo del vertice del governo di cambiare le regole per la nomina del presidente del consiglio), il sistema bancario italiano dimostra di attraversare sì una fase di forte confronto, ma grazie proprio alla rettitudine del ministro Giorgetti, non ci sono all’orizzonte nubi pericolose.
Ci saranno certamente, per le Opas in atto o altre che arriveranno, mutamenti di potere; ma i pilastri reggeranno. E il primo pilastro è proprio uno dei protagonisti del momento, cioè Intesa Sanpaolo, che ha, giova ricordarlo, le sue radici in tre Fondazioni: Fondazione Cariplo di Milano, Fondazione Sanpaolo di Torino e, anche se in misura molto ridotta, Fondazione cassa di risparmio di Firenze. Il dna delle fondazioni, storicamente e statutariamente impegnate a perseguire il bene degli altri, ha generato inevitabilmente un vertice che persegue assolutamente il profitto, ma con ben chiaro il valore di essere il più possibile equi e rivolti, con molte iniziative, al raggiungimento anche di valori sociali.
Per questo non è stato difficile intendersi con il gruppo Unipol, che derivando dalle coop ha anch’esso un alto senso della funzione anche sociale di chi gestisce denaro e finanziamenti.
Questo era anche, ma non di rado più in teoria che in pratica, lo scopo di tutte le casse di risparmio, in molti casi, invece, finite nelle mani di veri speculatori o che hanno perso l’equilibrio economico per l’arrivo alla guida di persone non sempre capaci o comunque molto rivolte al proprio interesse personale o dello schieramento politico che le sosteneva.
Poiché tutte le banche, al pari di ogni società di capitali, devono avere come obbiettivo il profitto, è bene che a perseguirlo siano manager con una alta sensibilità sociale. Che è il caso sicuramente di Intesa Sanpaolo.
Il periodo che il mondo sta attraversando è segnato, come mai in passato, da guerre e in vari Paesi da governanti il cui equilibrio, anche mentale, è quantomeno precario. Poter contare su istituti bancari che, certo, perseguono e devono perseguire il profitto ma non con spirito speculativo, può essere decisivo per perseguire il bene dei cittadini.
Sotto questo aspetto sicuramente Intesa Sanpaolo è uno dei pilastri sociali del Paese, così come lo ritornato a essere sotto la guida di Luigi Lovaglio e Maurizio Baj il Monte dei Paschi di Siena, ormai chiamato sempre di più Mps.
Fattore non secondario è che chi nell’esecutivo governa l’economia, quindi il ministro Giancarlo Giorgetti, ha dimostrato ripetutamente non solo equilibrio e capacità ma anche sensibilità nel tenere conto delle comunità. Per questo, qualsiasi sarà lo sviluppo del risiko bancario, oggi al comando ci sono uomini non solo capaci ma anche ben consapevoli del ruolo che le banche devono avere.
Se noi di Class Editori possiamo vantare la joint venture con il primo canale televisivo mondiale interamente dedicato alla finanza, all’economia e alla tecnologia, lo dobbiamo a Paolo Fresco, che ha lasciato la terra nei giorni scorsi. Paolo è stato un grande amico, tale che, quando era al vertice di General Electric (in sigla GE), allora proprietaria di Cnbc, la prima e più autorevole business television del mondo, accolse subito la nostra richiesta di poter avere i contenuti e il logo di Cnbc per quella che divenne ed è Class Cnbc. Paolo Fresco era nato a Milano 95 anni, fa ma era diventato adulto a Genova, stringendo una straordinaria amicizia con Victor Uckmar, mio professore di scienza delle finanze, prima consigliere e poi presidente per molti anni di Class editori, che me lo presentò.
Così come Uckmar fu decisivo, anni prima, per entrare in contatto con il rettore e vicepresidente della Bocconi, il professor Luigi Guatri, che allora era diventato anche commissario giudiziario della Rizzoli, vicina al fallimento; io ero allora direttore del settimanale economico-finanziario il Mondo. Così, quando con 12 colleghi decidemmo di uscire dalla Rizzoli-Corriere della Sera finita nelle mani della P2 e fondare, 40 anni fa, l’attuale casa editrice, il contributo decisivo fu della Bocconi.
Una mattina ero andato a trovare il professor Guatri a casa sua, per esporgli il progetto di una nuova casa editrice totalmente indipendente e quindi oggettiva e per chiedergli il nome di un suo allievo disposto a fare il presidente della nuova casa editrice. Con la sua spontanea gentilezza, come ho scritto ripetutamente in O&T e come continuerò a scrivere, il professor Guatri mi rispose così: se non le dispiace la richiamo domani mattina.
Puntualissimo mi chiamò e mi disse, con la sua straordinaria pacatezza: «Se non le dispiace, il presidente lo farei io, ma non di campanello: la Bocconi è pronta a investire». Infatti, morto Roberto Calvi, il vicepresidente e rettore della più importante università economica e giuridica non solo d’Italia propose al consiglio dell’università di fare investimenti selezionati per avere la massima autonomia finanziaria. In questo contesto, infatti il prof. Guatri aveva compreso e deciso che solo con questo tipo di autonomia l’università avrebbe potuto svilupparsi, garantendo didattica e scelte solo nell’interesse degli studenti, per formarli non solo sul piano tecnico economico ma anche sui valori dell’indipendenza e dare così un contributo allo sviluppo economico e democratico dell’Italia.
Perché ho raccontato per l’ennesima volta questa storia, a rischio di annoiare i lettori?
Perché se la maggioranza del Paese, di qualunque colore, tenesse presenti i valori espressi non solo in teoria ma anche in pratica dal professor Guatri e dagli altri docenti coesi con lui, l’Italia sarebbe un Paese migliore, più autenticamente democratico, più forte sul piano economico, creando quindi maggiore benessere e meno tensioni per i cittadini, a cominciare da quelli che siedono in parlamento e quelli che pro tempore sono al governo.
Non so se il prof Guatri abbia avuto una conoscenza ravvicinata con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ma certamente hanno operando, e il presidente Mattarella continua a operare, nella stessa direzione. Solo Università (e prima ancora licei) non condizionati che dalla missione di trasmettere correttamente sapere e solo una maggioranza politica che sappia rispettare veramente i valori della Costituzione, possono far crescere l’Italia nella libertà e nel progresso. Ma come aveva ben compreso il prof Guatri, occorre che anche l’informazione sia oggettiva e non strumentale, o almeno che nel Paese ci siano mezzi di comunicazione che sono strumentali solo all’obbiettivo di formare correttamente i giovani destinati a diventare protagonisti della vita politica ed economica del Paese.
Grazie, Prof. Guatri, per una lezione così fondamentale e discriminante.
Proprio per questo il presidente di Class Editori è stato un docente della Bocconi (ora è il professor Oreste Pollicino) e mi auguro che sarà sempre un professore esponente di quel pensiero che grazie alle scelte del Prof. Guatri e dei suoi successori al vertice dell’università hanno fatto della Bocconi un’università del massimo prestigio in tutto il mondo e proprio per questo, con anche un’alta percentuale di studenti da tutto il mondo.
Post Scriptum: A formare l’opinione dei cittadini sono i media, ma prima ancora i valori che hanno acquisito negli studi. Se non ci fossero scuole e università oggettive e democratiche qualsiasi Paese, anche il più forte economicamente, prima o poi crollerebbe. Infatti, se negli Stati Uniti, nonostante la presidenza attuale, non continuassero a esserci università prestigiose, dove il libero pensiero è il primo dovere, il futuro del più importante Paese del mondo sarebbe già segnato. (riproduzione riservata)