Perché i mercati non si preoccupano delle esternazioni del Presidente Trump
Perché i mercati non si preoccupano delle esternazioni del Presidente Trump
Il blitz venezuelano e i diktat che ne sono seguiti sul futuro del paese sudamericano, accompagnati da minacce varie ad altri paesi e alla volontà di annessione della Groenlandia, non spaventano più come prima le borse. I dietrofront sui dazi sono un precedente…

di di Paolo Panerai 09/01/2026 19:30

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«Le borse festeggiano il blitz Usa», ha titolato correttamente MF-Milano Finanza di martedì 6 gennaio, il giorno dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte degli uomini di Donald Trump. Naturale che siano saliti i titoli, anche italiani, legati agli armamenti in maniera diretta come Leonardo (+6.2%) o anche Fincantieri (+4,5%). Allo stesso modo è naturale che a Wall Street sia salito del 5,8% il titolo Chevron, la società petrolifera americana che probabilmente trarrà vantaggio diretto dagli eventi, essendo infatti, in primo luogo, obiettivo degli Usa la possibilità di gestire e sfruttare i giacimenti oil venezuelani, i più importanti del mondo, contrastando così i flussi di petrolio diretti verso la Russia e la Cina.

Il ruolo di Russia e Cina

Le Borse, quindi, sono assolutamente insensibili ai rischi che invece il colpo di mano del presidente Trump comporta per la possibilità che si inneschi un circuito selvaggio, dove chi è più forte impone le sue regole.

Intendiamoci, il regime di Maduro era il peggio che si possa immaginare, ma a questa politica antidemocratica non hanno mai fatto nessuna critica i veri antagonisti degli Stati Uniti, cioè la Cina e la Russia, che bisognose di petrolio hanno sempre intrattenuto rapporti più che cordiali con il Venezuela di Maduro.

Si capisce quindi che quanto sta accadendo si materializza nel petrolio e, come, in primo luogo, si è affrettato a sottolineare Trump, anche per i flussi di cocaina dal Venezuela agli Stati Uniti.

Una pretesa molto arrogante

Non vi è dubbio che Maduro sia stato un corruttore e uno sfruttatore delle risorse naturali (petrolio) e di quelle della cocaina, grazie alle foglie di Erythroxylum coca, pianta diffusa sulle Ande e nel Sudamerica. Ma certo è più che arrogante la pretesa, ripetutamente esternata dal Presidente Trump, che ora il volante per la guida del Venezuela sia nelle mani degli Usa, fino al punto da ammonire la nuova presidente ad interim ed ex vicepresidente Delcy Rodriguez, che dovrà appunto, secondo Trump, ubbidire agli ordini degli Usa.

Se il presidente Trump si fosse fermato a ordinare e far eseguire l’arresto dell’ex-presidente Maduro, per reati verso gli Usa, l’operazione avrebbe conservato elementi di legittimità. Ma dire che la presidente, nominata in base alla costituzione venezuelana, sia illegittima dovendo comunque ella ubbidire agli Usa, non è solo esso stesso un atto illegittimo verso un paese sovrano, ma estrinseca anche in questo caso quanto poi Trump ha aggiunto a proposito dell’obiettivo di annettere la Groenlandia agli Usa.

La Groenlandia si può comprare come un pezzo di terra?

Poco conta che poi dallo staff del presidente Usa sia stata fatta filtrare l’informazione che gli Usa sono comunque disposti a pagare con dollari l’annessione. In questo modo la dottrina trumpiana introduce il concetto che un territorio appartenente a uno stato sovrano come la Danimarca possa essere comprato da un altro stato, come si fa con pezzi di terra per edificare o con terreni agricoli.

Tutto ciò appare più che inverosimile e addirittura tragico, venendo dal paese che accettò nella Seconda guerra mondiale di avere ben 292 mila soldati americani morti per fermare il processo di conquista bellica da parte di due dittatori come Adolf Hitler e Benito Mussolini, e ripristinare la democrazia in Germania e Italia.

Un approccio che cancella anche gli impegni positivi

Nessuno può negare che Trump abbia deciso contemporaneamente di adoperarsi anche con impegno per cercare di far finire la guerra della Russia contro l’Ucraina, ma in realtà questa positiva volontà viene poi cancellata appunto dall’approccio anticostituzionale sia di pretendere di abolire lui, che non è cittadino venezuelano, l’esito di elezioni (anche se con probabile frode) deciso dai cittadini venezuelani e in secondo luogo, proprio mentre compie questa violazione, aggiungere che la Groenlandia, governata da uno stato democratico europeo come la Danimarca, debba diventare territorio degli Usa.

Se ritiene che in Venezuela, come in altri paesi del Sud America, vengano compiuti atti contro gli Usa e la democrazia, ma allora che operi perché gli stessi vengano denunciati alle organizzazioni sovranazionali e, solo in caso di non intervento degli stessi, passi poi all’azione. E in ogni caso, se questo vale per il Venezuela, non ha niente a che vedere con il caso di tentativo di annessione della Groenlandia che è territorio della Danimarca, che è un Paese dell’Unione europea, composta da stati che hanno sempre considerato gli Usa uno stato amico, nonché membro della Nato dal 1949. Anzi, l’esempio del rispetto delle regole democratiche è durato almeno fino all’assalto di Capitol Hill, influenzato da chi, come lui, non voleva accettare il verdetto del popolo americano che non lo aveva riconfermato come presidente.

Il più grande attentato alla democrazia

A mostrare il più clamoroso esempio di attentato alla democrazia è stato proprio lui, il Trump non rieletto, che non condanna (e anzi ha graziato 1500 assalitori) l’assalto a Capitol Hill, simbolo della democrazia americana.

Ma i lettori di questa analisi potrebbero chiedersi che cosa c’entra un comportamento così antidemocratico, nel tentativo di mostrare potere assoluto, con i fatti e i trend economico-finanziari. E in particolare perché i mercati finanziari si muovono al rialzo o comunque non crollano nonostante queste mostruose azioni contro i valori della democrazia?

Per più motivi, non ultimo quello che a sostenere gli indici delle borse sono vari titoli del settore armamenti diretti o strumenti funzionali agli armamenti, come le navi. Ma la motivazione principale è un’altra, specialmente se riferita al mercato americano. La si afferra bene questa motivazione rifacendosi a che cosa accadde il 2 aprile dell’anno scorso, che il presidente Trump definì il «Liberation day», perché aveva annunciato incrementi enormi dei dazi sulle importazioni dall’estero. E appunto in base a una analisi economica rigorosa, gli algoritmi di gestione dei portafogli avevano segnalato una possibile forte caduta dell’andamento dell’economia americana determinando quindi la caduta delle quotazioni.

La reazione dei mercati

Come è noto, nei mesi seguenti Trump ha fatto molti passi indietro, riducendo o in alcuni casi azzerando i dazi che aveva comunicato sulle importazioni. In altre parole, quindi, i mercati fanno la tara a qualsiasi comunicazione del presidente Trump per quanto riguarda gli effetti sull’economia e i mercati americani. Come dire che Trump si comporta come un soggetto che le spara grosse ma poi concretamente è assai meno pesante o addirittura cancella nei fatti quanto aveva minacciato.

Naturalmente, se Trump si spingesse anche momentaneamente, per esempio, a muovere con le armi per la conquista della Groenlandia, territorio legittimo della Danimarca, la situazione precipiterebbe.

Ad ogni modo, il mondo intero non può essere contento che il presidente del maggior paese del mondo occidentale sia così incline a spararle grosse, salvo poi nei fatti a fare almeno meno della metà di quanto dichiara.

Una minaccia seria, per i mercati e non solo

E questo vale specialmente per i mercati finanziari, poiché vi è sempre il pericolo che quanto Trump minaccia non avvenga per una percentuale minima oppure, che nella sua variabilità sottolineata dal ciuffo ossigenato, in certi casi decida di fare realmente quanto minaccia. Proprio lui che è stato (e continua a essere attraverso i figli e il genero) un imprenditore, in passato principalmente immobiliare e ora delle criptovalute e non solo.

Tutto ciò è comunque una minaccia seria, non solo per i mercati ma anche per gli equilibri del mondo intero.

Gli Stati Uniti hanno avuto vari presidenti bizzarri o deviati fino all’impeachment, come nel caso di Richard Nixon, che comunque aveva a fianco un genio come Henry Kissinger; o come Bill Clinton con lo scandalo del rapporto orale con Monica Lewinsky, o la dipendenza dalla cocaina del figlio del presidente Joe Biden. Per chi conserva direttamente o indirettamente attraverso i figli gratitudine per il salvataggio che gli Usa hanno fatto dell’Europa devastata dal nazismo e dal fascismo, quella in atto è una dura prova, per non dire la caduta degli Dei.

Cosa dovrà fare ora Trump

Il presidente Trump per recuperare credibilità negli ultimi tre anni del suo secondo mandato, non essendo riuscito finora a modificare la legge per tentare il terzo, dovrà necessariamente compiere qualcosa che invece di eccitare e far tremare il mondo, lo tranquillizzi. Ci riuscirà, o anche sul piano personale, nonostante i problemi cardiaci di cui ha parlato nell’articolo di The Wall Street Journal pubblicato su MF-Milano Finanza, continuerà a sparare alzo zero, salvo poi ridimensionare? Già il mondo era in agitazione prima del suo ritorno alla Casa Bianca, ma ora non c’è altro da sperare che, insieme ai danni che le sue sparate stanno facendo, riesca almeno a portare la fine della guerra in Ucraina. Se non otterrà almeno un risultato importante, passerà probabilmente alla storia come il peggior presidente del più grande e una volta anche il più ammirato paese del mondo.

A proposito di Luca de Meo

Può un manager per il solo fatto di aver assunto la responsabilità di un grande gruppo del fashion, portare il titolo quotato in borsa, con il suo arrivo, a superare i 300 euro, quando alcune case di ricerca finanziaria, anche prestigiose, continuano a prevedere un prezzo obiettivo (al ribasso) di 245 euro?

È possibile, se il manager è Luca de Meo (con la d minuscola) da pochi mesi ceo del gruppo Kering di cui fanno parte Gucci, Saint Laurent e Bottega Veneta, oltre a McQueen e Brioni.

Luca de Meo è arrivato al gruppo del fashion francese controllato dalla famiglia Pinault da un mondo lontano dalla moda quanto può esserlo una fabbrica di automobili come Renault, storicamente prima di lui lontana dallo style. Alla Renault è stato come un ritorno alle origini perché, dopo essere stato bocconiano, era stato assunto proprio dalla filiale italiana della fabbrica automobilistica francese. Comunque, un lungo cammino con incarichi di responsabilità crescente in Toyota, Fiat (braccio destro di Sergio Marchionne al marketing e molto di più), quindi Volkswagen per il marchio Audi, Seat e appunto, infine, a Renault, dove ha fatto miracoli durante la crisi dell’auto tuttora in atto.

Il balzo del titolo in borsa

Alla chiusura di giovedì 8 il titolo ha fatto un +4,40%, arrivando a 309 euro, cioè ben 64 euro in più della previsione di una casa rispettabile come Bernstein, che pure aveva recentemente aggiornato la previsione per una crescita da 240 a 250. E anche le valutazioni di JP Morgan sono a molti euro in meno della quotazione attuale: 235 euro.

Certamente, ha avuto un peso forte sul prezzo reale di oggi la quasi immediata vendita da parte di de Meo della divisione Kering beautè a L’Oreal, realizzata a ottobre, con un ricavo di ben 4 miliardi di euro. Ma ovviamente la notizia non era riservata e quindi non è facile comprendere perché le analisi siano assai più pessimistiche del mercato reale. Il delta con queste valutazioni è la fiducia che personalmente de Meo provoca, avendo il mercato già assistito al suo straordinario lavoro in Renault.

John Elkann e i numeri di Stellantis

de Meo lasciò la Fiat per andare all’Audi perché, pur avendo imparato molto da Marchionne, come mi confessò (e l’ho già scritto), i ritmi del grande Sergio erano eccessivi. Infatti, non è improbabile che la malattia che ha portato alla morte il risanatore della Fiat e dell’americana Jeep conquistando la fiducia dei duri sindacati americani, sia stata favorita proprio dal lavoro massacrante di Marchionne.

Vi risulta che John Elkann abbia mai pronunciato una parola di gratitudine per il grande Sergio? Basterebbero i dati di chiusura di vendita di auto del gruppo Stellantis, erede di Fiat, ha superato di poco le 350 mila unità in tutto il mondo. Sono sicuro che de Meo non accetterebbe mai di tornare nella ex Fiat, ma sono altrettanto sicuro che John Elkann, con la sua supponenza, non abbia mai neppure pensato di chiederglielo. E così de Meo riporterà a far splendere un gruppo della moda francese…(riproduzione riservata)