Le prospettive di pace in Iran sono un toccasana per le aspettative di inflazione e per i debiti pubblici dei Paesi che, come l’Italia, sono fortemente dipendenti dalle importazioni di petrolio e gas. Ma la crescita dei costi energetici rappresenta una sfida importante per il debito pubblico italiano. Tanto più in vista delle elezioni del prossimo anno. Per Roger Hallam, global head of rates del colosso del risparmio gestito Vanguard, sarà complesso che l’Italia possa ambire al rating A nei prossimi mesi. Di conseguenza in portafoglio il credito di alta qualità diventa un’opzione più interessante.
Domanda. I mercati guardano con speranza a una stabilizzazione in Medio Oriente. Quali prospettive per l’inflazione?
Risposta. Tutto dipende dall'esito dei negoziati, ma i segnali attuali sono promettenti. Se guardiamo ai prezzi dell'energia il greggio è sceso sensibilmente e la flessione ha iniziato a spingere al ribasso le aspettative di inflazione. Si tratta di un fattore positivo: aiuterà a raffreddare i prezzi al consumo e a scongiurare un’escalation delle rivendicazioni salariali, che sono la principale fonte di preoccupazione per la Bce. Nell’Eurozona stimiamo un'inflazione in direzione del 3% quest’anno, ma se il petrolio rimarrà su questi livelli o scenderà ancora dovremo rivedere le nostre previsioni al ribasso.
D. Cosa aspettarsi dalla Bce?
R. La Bce ha avviato il ciclo di rialzi e le sue proiezioni di base incorporavano inizialmente altri due interventi. Francoforte ha presentato una gamma di scenari, da lievi a severi, sull'evoluzione dei prezzi energetici: oggi ci troviamo in una via di mezzo tra lo scenario mite e quello base. Se il petrolio continuasse a scendere la Bce potrebbe limitarsi a un solo ulteriore rialzo, anche se è più probabile che ci siano due interventi.
D. E la Fed?
R. L’ultimo meeting ha lanciato segnali restrittivi. E se la Fed deciderà di muoversi, difficilmente si fermerà a un solo rialzo. Ormai l'onere della prova spetta ai dati macro: il mercato del lavoro mostra una media di crescita a tre mesi tra le più forti degli ultimi due anni, e l’indice dei prezzi al consumo core viaggia sopra il 3%. Un eventuale rialzo dei tassi da parte della Fed potrebbe accentuare la pressione sulla Bce, deprezzando ulteriormente il tasso di cambio euro-dollaro, recentemente sceso da 1,18 a circa 1,14 dollari.
D. Cosa si aspetta sul Btp italiano?
R. Negli ultimi due o tre anni siamo stati generalmente positivi sul debito dei Paesi dell'Europa meridionale, preferendo forse Grecia e Spagna, ma mantenendo una visione costruttiva anche sull'Italia. Questo ottimismo poggiava su una crescita economica favorevole rispetto alla Germania, sul sostegno del Next Generation Eu e su deficit fiscali in contrazione. Questo ha innescato un ciclo di upgrade del rating, portando l'Italia nell'area tripla B per diverse agenzie.
D. Ma adesso sta cambiando qualcosa.
R. Oggi alcuni fattori impongono maggiore cautela. L'Italia resta fortemente esposta all'importazione di gas e l'anno prossimo si aprirà un ciclo elettorale complesso in tutta Europa, Italia inclusa. Negli ultimi anni il Paese ha mostrato una stabilità politica insolita, ma l’anno prossimo il rischio politico aumenterà, e con esso la tentazione di aumentare la spesa pubblica per sostenere la crescita. Ma l'Italia deve tassativamente controllare il deficit se vuole mantenere il trattamento di favore delle agenzie di rating. Con uno spread sul Bund a circa 70 punti base, i Btp viaggiano sui minimi degli ultimi anni, offrendo un ridotto margine di sicurezza.
D. Difficile quindi che l’Italia possa ambire al rating A.
R. Sei mesi o un anno fa sarei stato decisamente più ottimista su un possibile upgrade verso la singola A tra la fine di quest'anno e l'inizio del prossimo, grazie al miglioramento del deficit e alla stabilità politica. Oggi lo scenario è più sfidante. La combinazione di freni alla crescita, dovuti a pressioni tariffarie, concorrenza cinese, costi energetici ancora strutturalmente pesanti, e il nascente rischio politico rende un upgrade nei prossimi sei-dodici mesi decisamente meno probabile. Riteniamo che le agenzie di rating preferiranno adottare un approccio wait and see, monitorando l'evoluzione dei dati fiscali e della crescita durante l'anno elettorale. Attenzione però: non ci aspettiamo assolutamente dei downgrade.
D. Come si traduce questo scenario nelle vostre strategie di allocazione obbligazionaria?
R. Continuiamo a prediligere il credito investment grade. I fondamentali aziendali sono solidi: la leva finanziaria nel settore societario è bassa e gli utili rimangono robusti. Certamente, le valutazioni degli spread sono strette rispetto ai dati storici e l'offerta di carta sul mercato è in aumento rispetto allo scorso anno, ma il contesto economico favorevole permette ancora di estrarre valore dal premio al rischio rispetto ai titoli di Stato. Manteniamo una forte preferenza per l'alta qualità: gli spread high yield rispetto all'investment grade sono estremamente compressi e, se l'economia dovesse rallentare, il segmento speculativo subirebbe un ampliamento degli spread ben più marcato.
D. Quali sono i principali per il credito?
R. Il grande elemento da tenere d’occhio è l'intelligenza artificiale. Gli investimenti in questo campo sono enormi e le emissioni di debito stanno crescendo in tutti i settori. Molte aziende, soprattutto negli Stati Uniti, stanno spendendo cifre superiori al loro flusso di cassa libero per posizionarsi sulla tecnologia AI. Se questi sforzi non genereranno i profitti attesi o se emergeranno tecnologie concorrenti in grado di rendere obsoleti gli investimenti attuali, i rating aziendali andranno sotto pressione. (riproduzione riservata)