Pensioni, il patrimonio degli istituzionali arriva a 1.080 miliardi e vale il 48% del pil. Chi rende di più e batte il tfr
Pensioni, il patrimonio degli istituzionali arriva a 1.080 miliardi e vale il 48% del pil. Chi rende di più e batte il tfr
Sul patrimonio totale 262 miliardi sono attribuibili alla sola previdenza complementare. E la nuova normativa su adesioni automatiche e gestione delle rendite può far crescere ancora il patrimonio. Il report di Itinerari Previdenziali

di Marco Capponi  09/09/2026 11:30

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A fianco di un sistema pensionistico pubblico che arranca – anche a causa della crescente longevità della popolazione – c’è un mercato degli investitori istituzionali legati al welfare e alla previdenza sempre più florido. E con ampi margini di crescita grazie alla recente tornata di riforme.

È quanto emerge dal tredicesimo rapporto annuale sugli investitori istituzionali del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presentato presso la sede di Borsa Italiana nella mattinata di mercoledì 9 settembre.

Un patrimonio che vale il 48% del pil

«Nonostante gli scenari finanziari ed economici avversi gli investitori istituzionali si sono rafforzati e hanno raggiunto una dimensione rilevante anche nel confronto internazionale». Questo il riassunto fatto da Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, nell’introdurre le evidenze del report.

Dati alla mano, il patrimonio degli istituzionali ha superato a fine 2025 quota 1.080 miliardi di euro, di cui 262 attribuibili alla sola previdenza complementare. Si tratta del 48% del pil nazionale, diviso tra i circa 334 miliardi del welfare contrattuale (fondi pensione negoziali e preesistenti, casse privatizzate e fondazioni bancarie) e gli oltre 740 miliardi del welfare privato (fondi aperti, Pip, assicurazioni di Ramo I, IV e V). Non va inoltre dimenticato, ha evidenziato Brambilla, che oggi «l’80% del welfare contrattuale è affidato a gestori professionali». 

I margini di crescita e il supporto della normativa

Entrando nel merito dei soli fondi pensione, secondo i dati Ocse il rapporto tra patrimonio e pil italiano è pari al 12,1%, meglio dell’11,7% del 2024 (oltre che del 10,4% della Spagna e 6,2% della Germania) «ma ancora troppo poco», ha segnalato Brambilla. «La speranza è che la nuova normativa cambi le cose».

L’esperto (ex sottosegretario al Welfare dal 2001 al 2006) fa riferimento alla recente riforma della previdenza complementare, di cui un blocco importante di riforme è entrato in vigore a inizio luglio. Una delle misure principali «è l’auto enrollment, ossia l’iscrizione automatica per i neoassunti. Il provvedimento potrebbe portare oltre 24 miliardi nei primi otto anni». C’è poi «la gestione diretta delle rendite. Il provvedimento consentirà di ridurre i riscatti, con la previsione di un aumento del patrimonio di 20 miliardi in cinque anni»

Brambilla ha quindi auspicato che la prossima legge di bilancio porti alla creazione di un fondo nuovi nati «sulla scia del modello tedesco e delle province autonome di Trento e Bolzano», a fianco ad «agevolazioni per investimenti in economia reale».

Rendimenti: chi batte il tfr

Il report si concentra quindi sui rendimenti delle varie tipologie di fondi pensione, sia quelli del primo semestre di quest’anno sia quelli di lungo periodo (più coerenti con lo scopo primario del risparmio previdenziale). Da gennaio a giugno il rendimento dei fondi pensione negoziali è stato del 3,8% (confermando quanto anticipato da MF-Milano Finanza), quello dei fondi aperti del 4,3% e del 5,7% per i Pip nuovi.

Scomponendo il dato per linee di investimento, i comparti azionari si sono mossi intorno al 6,7-6,8% per i fondi aperti e negoziali e hanno superato l’8% per i Pip di Ramo III. Nello stesso semestre il trattamento di fine rapporto (tfr) è cresciuto del 2,3% e l’inflazione del 2,7%.

Le performance di lungo periodo

In una prospettiva di lungo periodo (dieci anni), a fronte di una rivalutazione del tfr del 27,9% e di un’inflazione del 22,4%, le migliori performance le hanno registrate le fondazioni bancarie (+62,6%), seguite da Pip Unit Linked (+35,2%) e poi fondi preesistenti e aperti, entrambi al 29,7%. Leggermente peggiore invece (+27,3%) la performance dei negoziali. «La buona diversificazione degli investimenti ha consentito di mantenere un vantaggio nella media a dieci anni sia per i rendimenti composti sia per quelli cumulati», ha confermato Brambilla, che ha anche osservato come «nell’ultimo triennio i rendimenti appaiano ampiamente positivi e superiori a tfr e inflazione in scia al recupero dei mercati dopo il crollo del 2022». (riproduzione riservata)