Pensioni, i nuovi calcoli. Ecco a che età potrai smettere di lavorare e con quale assegno
Pensioni, i nuovi calcoli. Ecco a che età potrai smettere di lavorare e con quale assegno
La manovra 2026 allunga gradualmente l’età di uscita dal lavoro e riduce quelle anticipate, mentre la debole crescita economica pesa sugli importi. Secondo smileconomy, gli assegni futuri saranno in media soltanto il 63% dell’ultimo stipendio

di di Paola Valentini 15/05/2026 20:00

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L'ultima manovra finanziaria del governo italiano ha modificato i criteri di accesso al pensionamento, incentivando la permanenza al lavoro e limitando ancora le uscite anticipate.

In particolare non sono state prorogate le misure generalizzate dirette ad anticipare l’uscita dal mercato del lavoro tra cui Opzione Donna (61 anni e 35 anni di contributi per determinate categorie di lavoratrici in condizioni di necessità) e Quota 103 (62 anni di età e 41 anni di contributi).

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I requisiti per la pensione di vecchiaia e anticipata

Per la pensione anticipata ordinaria resta nel 2026 il requisito contributivo di 42 anni e 10 mesi di versamenti per gli uomini e di 41 anni e 10 mesi per le donne. Per la pensione di vecchiaia ordinaria rimane invece il paletto anagrafico di 67 anni di età. Viene inoltre confermato il meccanismo strutturale di adeguamento dei requisiti di accesso al pensionamento alla variazione della speranza di vita determinata dall’Istat. A tal riguardo, la legge di bilancio per il 2026 ha previsto, da un lato, la riduzione per il 2027 dell’incremento dei requisiti di accesso al sistema pensionistico, da tre mesi a un mese, e dall’altro ha confermato dal 2028 il ritorno all’adeguamento pieno di tre mesi.

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La pensione di vecchiaia salirà quindi a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e tre mesi nel 2028, mentre la pensione anticipata richiederà 42 anni e 11 mesi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne nel 2027, che diventeranno rispettivamente 43 anni e un mese e 42 anni e un mese nel 2028. Se la manovra è intervenuta sul momento del pensionamento, allontanando l’uscita dal lavoro per contenere la spesa pubblica, il rallentamento dell’economia, legato anche alla crisi energetica causata dal blocco del canale di Hormuz, incide invece sull’importo degli assegni. I contributi del primo pilastro, infatti, vengono rivalutati in base al Pil: un Paese che cresce poco produce pensioni più basse.

Le proiezioni di smileconomy sui tassi di sostituzione

Sulla scorta di queste novità e anche delle previsioni sull’andamento del Pil, la società di consulenza indipendente smileconomy ha elaborato nuove proiezioni che mostrano quando uomini e donne potranno andare in pensione e quanto percepiranno in rapporto all’ultimo stipendio, cioè il cosiddetto tasso di sostituzione. In entrambi i casi i calcoli sono stati effettuati in funzione dell'anno di nascita (da chi compie 67 anni nel 2026 fino agli attuali diciottenni) e dell’età di ingresso nel mercato del lavoro, da 18 a 30 anni. Tutte le elaborazioni incorporano l’adeguamento dei requisiti legato all’aumento dell’attesa di vita Istat.

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Per quanto riguarda il momento del pensionamento, i colori della tabella in pagina richiamano il requisito applicabile: per chi ha iniziato a lavorare presto c'è la pensione anticipata (azzurro), mentre per chi esce per età c'è la pensione di vecchiaia (giallo). Per chi ha cominciato a contribuire dal 1996 in poi, se la pensione sarà almeno pari a tre volte l'assegno sociale (quest’anno pari a 546,24 euro mensili, quindi poco più di 1.600 euro, ma dal 2030 la soglia salirà a 3,2 volte), è previsto il canale della pensione anticipata contributiva (arancione) che richiede 64 anni di età e almeno 20 anni di versamenti. Anche in questo caso entrambi i requisiti saliranno di un mese nel 2027 e di tre mesi nel 2028. Qualora invece l'assegno non superasse tale soglia, la pensione scatterà tre anni più tardi rispetto a quanto indicato in tabella, con il canale di vecchiaia. Quando si applica il requisito di pensione anticipata (azzurro), l'età di pensionamento per le lavoratrici è di un anno inferiore rispetto agli uomini. «Per il resto le due tabelle sono sostanzialmente identiche, anche perché non essendoci più Opzione Donna, i requisiti coincidono», spiega Andrea Carbone, fondatore di smileconomy.

Le differenze tra età anagrafica e desideri dei lavoratori

Il momento della pensione varia molto: per gli uomini ad esempio va da un minimo di 60 anni e 11 mesi per i nati nel 1965 e 1966 che hanno iniziato a lavorare a 18 anni e possono ritirarsi con la pensione anticipata, fino ai 68,2 anni dei nati nel 1969 e 1970 con contributi dai 25 o 26 anni che agganciano invece il requisito della pensione di vecchiaia. Dati che si scontrano però con i desideri dei lavoratori italiani.

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Secondo un sondaggio di Moneyfarm sull’età minima ritenuta adeguata per lasciare il lavoro, emerge un orientamento netto a favore di un’uscita anticipata rispetto ai criteri attuali: la maggior parte dei partecipanti vorrebbe andare in pensione tra i 61 (26%) e i 65 anni (32%), mentre solo una minoranza (12%) considera adeguato l’attuale requisito di vecchiaia dei 67 anni. Una flessibilità che oggi non è prevista dall’ordinamento e che spesso si scontra con una conoscenza limitata delle implicazioni economiche. Molti italiani, infatti, desiderano anticipare il pensionamento senza avere una reale percezione del numero di anni in cui l’assegno dovrà sostenere il proprio tenore di vita: solo il 19% dei rispondenti ha indicato correttamente nei 21,2 anni l’attesa di vita media a 65 anni. Anche il tema dell’importo minimo dell’assegno evidenzia uno scollamento tra aspettative e sostenibilità del welfare pensionistico: quasi la metà degli intervistati (47%) ritiene che una pensione minima dignitosa debba partire da almeno mille euro netti al mese, mentre più di un terzo indica come soglia adeguata i 1.500 euro.

Il sistema contributivo e l'importanza della previdenza complementare

Richieste che, pur comprensibili alla luce dell’aumento del costo della vita, cresciuto del 19% negli ultimi cinque anni, non sempre tengono conto della logica alla base del sistema contributivo, in vigore per tutti dalla riforma del 2012. Le pensioni erogate sono infatti commisurate ai contributi effettivamente versati, senza che sia previsto un minimo garantito, almeno per chi ha iniziato a lavorare dal 1996. Proprio per stimare l’assegno futuro, smileconomy ha calcolato il tasso di sostituzione per lavoratrici e lavoratori dipendenti nelle stesse casistiche considerate nelle simulazioni precedenti. (tabelle in pagina).

«Per i calcoli l’analisi si è basata sulla media del Pil degli ultimi 20 anni, che coincide con la media dei dieci anni prima della pandemia. L'idea è di tenere un pil prudenziale, quindi 0,3%», aggiunge Carbone. I risultati? «I tassi di sostituzione medi simulati vanno dal 50% all'80%, con una media complessiva per i casi in tabella del 63%», dice Carbone. In media, un lavoratore dipendente può dunque attendersi circa due terzi della propria retribuzione attuale. Per le donne che vanno in pensione anticipata il tasso è lievemente più basso perché lavorano un anno in meno.

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Per quanto riguarda gli autonomi, «si avrebbero tassi di sostituzione mediamente più bassi, per via della minor aliquota contributiva. Inoltre non possono beneficiare della deducibilità fiscale sui fondi pensione se rientrano nel regime fiscale della flat tax», aggiunge Carbone. Numeri che evidenziano l’importanza della previdenza complementare. E proprio su questo fronte il sondaggio di Moneyfarm rileva che la maggioranza dei partecipanti ritiene che la previdenza integrativa debba essere rafforzata e resa obbligatoria. (riproduzione riservata)