Pensioni, dal 2027 cambia la rivalutazione: ecco chi perderà di più (e quanto)
Pensioni, dal 2027 cambia la rivalutazione: ecco chi perderà di più (e quanto)
Con la nuova manovra, le pensioni più alte subiranno tagli significativi nella rivalutazione. La mancata rivalutazione ha effetti cumulativi, penalizzando il potere d'acquisto nel tempo

di di Paola Valentini 06/11/2026 20:00

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?La stretta sulla rivalutazione delle pensioni rischia di pesare fino a 783 euro all’anno sugli assegni più elevati. La manovra 2027 punta a ottenere 2,66 miliardi di risparmi nel triennio 2027-2029 attraverso il taglio dell’indicizzazione degli assegni all’inflazione che coinvolge circa 3,5 milioni di pensionati, su oltre 16 milioni. Una misura che contribuisce a finanziare la flessibilità in uscita dal lavoro con Quota 100 (sono 2,55 i miliardi che il governo punta a destinare al relativo fondo), ma che rischia di tradursi in una perdita permanente di potere d’acquisto per i pensionati. Il risparmio calcolato dal governo è di circa 880 milioni all’anno ipotizzando un’inflazione al 2,8%, sulla base dei dati Istat di agosto. Ma se la crescita dei prezzi dovesse risultare superiore alle attese, anche il mancato adeguamento degli assegni sarebbe più consistente. La stima preliminare Istat di ottobre indica un’inflazione tendenziale del 5,4%, mentre quella acquisita è salita al 3,4%.

Nel dettaglio, l’articolo 55 della legge di bilancio 2027 reintroduce il meccanismo già adottato dalla manovra 2023 per il 2023-2024, basato su un sistema di rivalutazione per fasce d’importo. Si discosta dal sistema ordinario introdotto nel 2000 (ma applicato solo in alcuni anni: nel 2000-2011, nel 2022 e dal 2025) che prevede una rivalutazione progressiva per scaglioni: ciascuna percentuale di copertura dall’inflazione si applica solo alla quota di pensione che ricade nel relativo scaglione, secondo una logica analoga a quella dell’Irpef.

Con il nuovo schema, invece, l’aliquota di rivalutazione viene applicata all’intero assegno, in base alla fascia nella quale rientra il suo importo. In particolare, la rivalutazione sarà riconosciuta al 100% per le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo Inps, all’85% per gli assegni superiori a quattro e fino a cinque volte il minimo, al 53% per quelli tra cinque e sei volte, al 47% per gli importi tra sei e otto volte, al 37% per i trattamenti tra otto e dieci volte e al 32% per le pensioni superiori a dieci volte il minimo. La soglia delle quattro volte il trattamento minimo, sulla base del valore di riferimento 2026 pari a 611,85 euro, corrisponde a circa 2.447 euro lordi mensili. È dunque da questo livello che comincia la riduzione del recupero dell’inflazione. Le soglie successive si collocano rispettivamente a 3.059, 3.671, 4.895 e 6.119 euro lordi al mese.

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L’effetto della stretta, tuttavia, non si esaurisce nel 2027. La perequazione determina infatti il nuovo importo della pensione sul quale vengono calcolati gli adeguamenti degli anni successivi. La quota d’inflazione non riconosciuta non viene automaticamente recuperata e produce quindi un effetto cumulativo: l’assegno parte da una base più bassa e anche le rivalutazioni successive vengono calcolate su un importo inferiore. Il costo per i pensionati può così risultare più elevato nel medio-lungo periodo rispetto alla sola perdita registrata nel primo anno, mentre il risparmio per i conti pubblici tende a consolidarsi. A quantificare l’impatto della misura è una simulazione di Smileconomy, che ipotizza un’inflazione del 2,9% (tabella in pagina). Nelle prime tre coppie di colonne della tabella sono riportati i valori minimi e massimi lordi mensili delle sei nuove fasce e dei tre precedenti scaglioni, con le rispettive percentuali di rivalutazione a confronto tra 2026 e 2027. «Nella quarta coppia di colonne abbiamo scelto delle pensioni nette tonde, da 1.800 euro a 4.500 euro, il cui lordo sta all’interno della fascia», spiega Andrea Carbone, fondatore di Smileconomy.

In base ai calcoli, la perdita annua varia da un minimo di 92 euro per una pensione netta di 2.100 euro fino a 783 euro per un assegno netto di 4.500 euro. «Le novità 2027, reintroducendo il sistema per fasce e abbassando fino al 32% la rivalutazione, amplificano la perdita di potere d’acquisto per i pensionati», osserva Carbone. Sullo sfondo resta il tema della sostenibilità della spesa previdenziale, in un Paese nel quale il peso delle pensioni sul pil continua a crescere e la quota di popolazione over 65 aumenta. Ma il nuovo meccanismo di indicizzazione, in attesa di vedere quale sarà l’iter parlamentare della manovra, riapre il confronto sulla distribuzione dei costi del riequilibrio dei conti pubblici. (riproduzione riservata)