Andare in pensione a 67 anni dal 2027 comporterà, a parità di contributi accumulati, un assegno più basso rispetto a quello calcolato con i parametri attuali. La riduzione deriva dall’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione, che entreranno in vigore il 1° gennaio e adegueranno il sistema previdenziale alle più recenti dinamiche demografiche. Il decreto del 16 ottobre, firmato dal direttore generale per le politiche previdenziali e dal Ragioniere generale dello Stato e pubblicato sul sito del ministero del Lavoro, definisce i nuovi valori.
«Non è una scelta discrezionale, ma un adempimento previsto dalla legge», spiega Vincenzo Caridi, capo dipartimento per le politiche del lavoro, previdenziali e assicurative del ministero. «Ogni due anni il sistema contributivo viene allineato ai dati demografici certificati dall’Istat».
Il meccanismo è centrale per capire come viene determinato l’importo della pensione nel sistema contributivo. Il trattamento annuo si ottiene moltiplicando il montante individuale, cioè i contributi versati e rivalutati nel corso della vita lavorativa, per un coefficiente che varia in base all’età del pensionamento.
Il parametro tiene conto della durata attesa della prestazione: in sostanza, per quanti anni mediamente sarà erogata la pensione, considerando anche le eventuali prestazioni ai superstiti. Quanto maggiore è la speranza di vita, tanto più a lungo si presume che il montante debba finanziare il trattamento. A parità di capitale accumulato, quindi, l’importo annuo si riduce.
L’aggiornamento è previsto dalla legge 335 del 1995 e, dopo la revisione del meccanismo introdotta nel 2011, viene effettuato ogni due anni. Il tasso di sconto utilizzato nel calcolo, che riflette la crescita reale attesa dell’economia, resta fissato all’1,5%. A determinare la variazione dei nuovi coefficienti sono dunque le dinamiche demografiche.
«A spostare i valori è soltanto l’aumento dell’aspettativa di vita», sottolinea Caridi, che considera questo andamento «una buona notizia per il Paese».
L’effetto concreto si vede soprattutto nel coefficiente applicato a 67 anni, l’età ordinaria di pensionamento di riferimento. Il valore passerà dal 5,608% al 5,514%, con una riduzione di circa l’1,7%.
Su un montante contributivo di 300mila euro, il calcolo con i parametri attuali produce una pensione annua lorda di 16.824 euro. Dal 2027, con il nuovo coefficiente, l’importo scenderà a 16.542 euro: una differenza di 282 euro lordi all’anno, pari a circa 23,50 euro al mese su tredici mensilità.
La riduzione riguarda il calcolo delle nuove pensioni e non gli assegni già in pagamento. I coefficienti aggiornati si applicheranno infatti alla quota contributiva dei trattamenti con decorrenza dal 2027, senza ricalcolare le pensioni già liquidate.
L’età di uscita resta una variabile determinante. Chi sceglie di proseguire l’attività lavorativa oltre i 67 anni può beneficiare di un coefficiente più elevato e, contemporaneamente, incrementare il montante grazie ai nuovi contributi versati.
Nel 2027, a 68 anni il coefficiente sarà del 5,707%, superiore al 5,608% attualmente previsto per chi va in pensione a 67 anni. Il vantaggio deriva quindi da due fattori: un parametro di trasformazione più favorevole e un ulteriore anno di contribuzione.
«Il sistema premia chi sceglie di restare al lavoro», osserva Caridi. «Un anno in più di attività porta a un coefficiente superiore a quello oggi in vigore e aggiunge al montante nuovi contributi. È una scelta libera, che il sistema riconosce in modo trasparente».
La convenienza effettiva dipenderà naturalmente dalla storia contributiva individuale, dalla retribuzione e dall’importo dei contributi aggiuntivi. Non si tratta, quindi, di una compensazione automatica identica per tutti, ma di un meccanismo che riconosce economicamente il rinvio del pensionamento.
L’aggiornamento dei coefficienti si inserisce nel principio di equilibrio del sistema contributivo: la prestazione deve essere coerente con i contributi accumulati e con la durata attesa dell’erogazione. Senza adeguamenti all’aumento della speranza di vita, una parte della spesa previdenziale aggiuntiva rischierebbe di ricadere sui lavoratori attivi o sulla fiscalità generale.
«Il meccanismo garantisce equità tra generazioni», afferma Caridi. «Ciascuno riceve, nel corso della pensione, ciò che ha versato, senza scaricare su chi lavora oggi il costo degli anni in più». (riproduzione riservata)