La crisi dei mercati può colpire le banche nel settore della gestione del risparmio e del credito alle imprese, tanto che i bilanci 2026 probabilmente saranno più difficili di quelli appena chiusi. La burocrazia che gestisce le regole deve prendere atto che siamo in una situazione straordinaria. Il presidente dell’Abi Antonio Pautelli ha analizzato ai microfoni di ClassCNBC l’impatto della prima settimana di guerra (intervista disponibile su video.milanofinanza.it).
Domanda. Presidente Patuelli, come guardano le banche italiane alla situazione generata dal conflitto in Medioriente?
Risposta. Il problema umanitario è prioritario e dopo di esso arrivano i risvolti economici. Il Medioriente è decisivo per gli approvvigionamenti energetici di tutta l’Europa, ma soprattutto dell’Italia, che non è autosufficiente e che ha puntato molto sulla diversificazione degli approvvigionamenti rispetto alla Russia, verso la quale c'è ormai un totale embargo energetico. Abbiamo già visto nei primi giorni dopo l’attacco il prezzo del gas e del petrolio schizzare nuovamente in alto. Per questo, se la guerra durasse più di quello che è stato previsto dai protagonisti, le aziende e le famiglie dovrebbero sopportare costi imprevisti molto superiori per l'energia. E di conseguenza anche le banche, che sono a fianco di imprese e famiglie. Lo scenario in cui abbiamo vissuto negli ultimi anni deve essere fortemente rivisto e bisogna ripensare e riguadagnare terreno con maggior fatica.
D. L’impatto della guerra toccherà anche crescita e inflazione. Le banche centrali passeranno da uno scenario di taglio a uno di rialzo dei tassi?
R. Teniamo conto che i tassi della Banca Centrale Europea sono sostanzialmente la metà di quelli degli Stati Uniti d'America e della Gran Bretagna; quindi attendevamo riduzioni innanzitutto da parte di Usa e Regno Unito. Ora toccherà ai banchieri centrali esaminare i fattori economici, ma già negli ultimissimi giorni - i primi della nuova guerra - i tassi sono leggermente cresciuti.
D. Intanto in Italia la crescita resta debole e i conti pubblici non hanno ancora centrato uno degli obiettivi più importanti, quello del rapporto deficit-pil al 3%.
R. In realtà i conti pubblici italiani hanno sostanzialmente sfiorato quell'obiettivo: lo sforamento riguarda numeri molto limitati e dunque l'obiettivo strategico della riduzione del deficit pubblico può dirsi raggiunto. Non vedo una differenza abissale tra il 3%, il 2,9% e il 3,1%. Le agenzie di rating avevano già certificato il miglioramento dei conti e anche il contributo che la maggiore solidità delle banche operanti in Italia ha dato a questi nuovi indicatori di giudizio.Il vero problema riguarda piuttosto l'economia reale, cioè la situazione delle imprese. Se i costi di produzione - e in particolare quelli energetici, che in Italia sono tra i più alti d'Europa - dovessero aumentare strutturalmente per settimane o per mesi è evidente che i bilanci delle imprese potrebbero risentirne. E quando soffrono le imprese, inevitabilmente lo fanno anche le banche.
D. Si aspetta che nei prossimi mesi venga chiesto al sistema bancario un ulteriore sforzo?
R. Al momento questa ipotesi non mi risulta, anche perché l'accordo tra il governo e l'Abi è di durata triennale e siamo soltanto al terzo mese del primo anno. Va anche ricordato che le banche non dispongono di un corno della fortuna da cui far uscire i soldi. Non dimentichiamo che solo pochi anni fa gli istituti di credito italiani rappresentavano un elemento di criticità per il rating del Paese. Inoltre la Costituzione all'articolo 53 stabilisce che tutti contribuiscono: non c'è scritto che debbano farlo solo banche e assicurazioni. Un'ulteriore tassazione tra l'altro inciderà già sul bilancio 2026, che si preannuncia più difficile e più problematico, tanto che la riduzione del margine di interesse che abbiamo visto nel 2025 sta continuando nel primo trimestre del 2026. È vero che sono andati bene gli introiti legati alla gestione del patrimonio liquido di famiglie e imprese, ma con i crolli delle borse europee e internazionali degli ultimi giorni è evidente che quei proventi non possono proseguire indisturbati. Per questo la situazione è complessa e bisogna evitare discussioni poco significative.
D. Dall’energia al risparmio: la guerra richiama l'Europa ad accelerare verso una maggiore sovranità. Che cosa si aspetta ora?
R. Mi aspetto ciò che indicava uno dei fondatori dell'europeismo moderno, ossia Jean Monnet: l'Europa cresce proprio nei momenti di maggiore difficoltà e complessità. E questo è certamente il caso. L’Unione Europea deve crescere nel disegno strategico economico, rafforzando l'integrazione e introducendo una forte semplificazione. Deve incoraggiare il risparmio e gli investimenti a medio e lungo termine in termini sia finanziari sia produttivi. Ma deve crescere anche sul piano istituzionale. Non è sufficiente un'Europa priva di una Costituzione e basata soltanto su un progetto economico.
D. Che cosa avete deciso nel direttivo dell’Abi di questa settimana a Milano?
R. Abbiamo soprattutto cercare di capire che cosa potrebbe accadere nei prossimi mesi e abbiamo rafforzato il nostro osservatorio costante sui fattori economici, finanziari e produttivi. Ma intanto insistiamo su un approccio alle regole europee e nazionali più snello e più semplice, perché in una fase di emergenza come quella attuale la burocrazia non può continuare a operare come se fossimo in una situazione ordinaria. (riproduzione riservata)
ha collaborato Giulia Venini