Patto di Stabilità, Bruxelles (per ora) non cede: perché l’Italia teme un nuovo 2011
Patto di Stabilità, Bruxelles (per ora) non cede: perché l’Italia teme un nuovo 2011
Nonostante la crisi in Medio Oriente e il rincaro dell’energia, l’Ue esclude deroghe collettive alle regole fiscali.  Ma per Roma muoversi in solitaria con una misura nazionale significherebbe sfidare i mercati e risvegliare i fantasmi dell’ultimo governo Berlusconi

di Anna Di Rocco 10/04/2026 16:10

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A Bruxelles la linea ufficiale resta la stessa: non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di stabilità. Niente scappatoie, niente liberi tutti fiscale. Non ancora. Il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, lo ha ripetuto durante l’ultimo briefing con la stampa: serve una «grave recessione» e, al momento, non c’è. Anche se il mondo attorno all’Europa – dallo Stretto di Hormuz alle capitali mediorientali – proietta un futuro ben più complesso. Ed è proprio qui il punto.

Perché il regolamento europeo non chiede che la recessione sia già in atto per sospendere il Patto di Stabilità: basta che lo scenario macroeconomico sia prevedibile. Proprio com’è successo nel marzo 2020, quando l’Europa chiuse tutto prima ancora che il pil crollasse ufficialmente con la pandemia di Covid-19.

Il nodo della deroga nazionale e lo spettro del 2011

A Roma, la premier Giorgia Meloni ha già messo il tema sul tavolo: se la guerra in Medio Oriente dovesse peggiorare, sospendere il Patto non deve essere un tabù. Ma a una condizione precisa: che sia una decisione collettiva. E questo perché l’Italia – che probabilmente non riuscirà a portare il deficit sotto il 3% del pil nel 2026 – non può permettersi di muoversi da sola.

Nel patto di stabilità riformato esistono oggi due clausole di salvaguardia: quella generale, che sospende il patto per tutti, e quella nazionale, introdotta nella riforma concordata nel dicembre 2023. La clausola nazionale è stata per esempio attivata per 17 Paesi membri per consentire loro di investire di più nella difesa. Ma nessun Paese, ha informato un portavoce qualche giorno fa, ha finora chiesto di attivare la clausola nazionale di salvaguardia per poter spendere di più per arginare le conseguenze della guerra condotta da Israele e Usa contro l’Iran, che ha messo il turbo ai prezzi dell'energia.

E il motivo, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, lo conosce bene. Chiedere una deroga nazionale significherebbe esporsi al rischio di un effetto stigma, che porterebbe al rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato che già oggi sono piuttosto elevati: sebbene lo spread Btp-Bund è basso, intorno ai 77 punti, il decennale italiano paga il 3,81% contro il 3,03% tedesco: il che indica che l’Italia sta pagando ancora il premio per il rischio. Ed è qui riaffiora il fantasma del 2011. Quando il governo guidato da Silvio Berlusconi cadde sotto la pressione dei mercati, travolto da vendite massive di titoli di Stato, e Giorgia Meloni era allora ministra della Gioventù. (riproduzione riservata)