?????La banca centrale non è una torre d’avorio e ogni sua scelta è ponderata, perché si pensa soprattutto all’effetto che avrà «su famiglie e imprese». Piero Cipollone, componente italiano del comitato esecutivo della Bce, l’organo di governo dell’istituto di Francoforte, spiega così il difficile mestiere del banchiere centrale, parlando nel modo più chiaro possibile di fronte alla platea degli studenti del Ventotene Europa Festival.
Domanda. Dottore Cipollone, cosa fa la Banca centrale europea?
Risposta. La Banca centrale europea fa una cosa molto semplice perché il suo mandato è molto semplice. Mantenere la stabilità dei prezzi: questo è il suo compito. Tradotto in termini operativi significa, come accade per la Fed americana, usare tutti gli strumenti a disposizione per cercare di mantenere l’inflazione a un livello stabile al 2%.
D. Perché il livello è il 2%?
R. Perché mantiene la stabilità dei prezzi. Adesso spiegare perché il 2% e non zero è una discussione un po’ tecnica, ma questa è la nostra missione: mantenere questo livello stabile.
D. Dovete mantenere sempre al 2% il livello di inflazione?
R. Non è che deve essere tutti i giorni al 2%, ma nel medio periodo questo dovrebbe essere l’obiettivo.
D. Perché avere certezza dell’evoluzione dei prezzi e della loro stabilità è fondamentale?
R. Perché consente alle persone di programmare in maniera serena le loro scelte di consumo d’investimento, se compro una casa, se non la compro, quanto mi costerà una rata fra dieci anni e così via. Se uno è in grado di sapere se i prezzi sono stabili, nella misura in cui dicevo prima, le persone si possono concentrare sulle scelte reali, su quelle cose che contano davvero. E non preoccuparsi invece di assicurarsi contro questo fenomeno monetario che altera le scelte delle famiglie a causa dell’incertezza.
D. Come si alterano le scelte se il livello dei prezzi è instabile?
R. I tassi di interesse sono ovviamente legati alla dinamica dell’inflazione e possono andare in tutte le direzioni: ciò rende le scelte dei cittadini più complicate, più difficili. Quindi, mantenere la stabilità dei prezzi significa mantenere un quadro macroeconomico stabile che permette alle persone e alle famiglie di programmare per tempo e con lungimiranza le loro scelte di vita, di consumo, d’investimento.
D. Insomma, a salvaguardare il potere d’acquisto.
R. Anche più di questo. Sia io che lei siamo abbastanza grandi per ricordarci che esisteva un meccanismo in Italia che permetteva in qualche modo di salvaguardare la stabilità del potere d’acquisto, vale a dire la scala mobile. Questo meccanismo faceva sì che i salari si adeguassero in continuazione, automaticamente, all’inflazione.
D. E ciò portava una grandissima instabilità.
R. Che non aiuta, perché anche se uno preserva in qualche modo il salario reale, l’incertezza relativa resta: dove andranno i prezzi, dove andranno le variabili nominali, dove andranno i tassi d’interesse? Sapendo invece, ad esempio, che la rata del mutuo resterà stabile, riduce l’incertezza e permette di programmare nel lungo periodo, senza doversi preoccupare. E noi sappiamo che l’incertezza, soprattutto nelle economie moderne, è una grande fonte di rallentamento dell’economia.
D. Potrebbe definire cos’è l’incertezza?
R. L’incertezza è esattamente questo: non sapere fra due anni quanto pagherò di rata del mutuo.
D. Lei ha spiegato che la Bce prende decisioni tecniche che poi hanno un’immediata ripercussione nella vita reale. Si può dire che a Francoforte pensate anche alle persone?
R. Sì. Sappiamo bene che se prendiamo una decisione inneschiamo effetti fino all’ultima catena dell’economia, fino all’ultimo momento e fino alla scelta di una famiglia di aprire un prestito, di acquisire una casa con un mutuo o di fare un piccolo prestito per i giovani. Lo voglio dire chiaramente perché qui oggi ci sono molti giovani. Se prendiamo un’altra strada, succede un’altra cosa.
D. Si parla da tempo di integrare maggiormente l’Unione Europea, in fondo però la Bce non è già un organismo federato?
R. Ho lavorato tutta la vita dentro una banca e quando sono arrivato a Francoforte mi sono trovato in un consesso che effettivamente mi ha impressionato. Se si guarda all’Europa, l’area dell’euro è una sola economia, pur tenendo conto delle differenze tra Stato e Stato. Questo, tradotto in termini pratici, significa che tutte le posizioni che l’istituto di Francoforte esprime vanno sempre nella direzione di un’integrazione maggiore dell’Europa. A partire dall’euro digitale, passando per molti altri progetti, fino alla transizione ecologica, la transizione digitale e la difesa, sono tutti programmi che hanno valenza europea e che dovrebbero essere finanziati.
D. Finanziati in che modo?
R. A livello europeo e non dai singoli stati. Come accade anche per la discussione sulla Saving Investment Union, ossia il tentativo di integrare i mercati finanziari d’Europa mentre uno degli aspetti chiave è il fatto che i mercati finanziari per larga parte sono ancora regolamentati a livello nazionale.
D. Questo fatto cosa comporta?
R. Comporta che non è immediatamente facile per un italiano investire in Francia e viceversa, perché ci sono delle regolamentazioni che possono essere centralizzate il più possibile, almeno per le grandi imprese. In questo senso la Banca centrale europea si è espressa molto chiaramente per attribuire maggiori poteri all’Esma (la super Consob europea, ndr). Insomma, tutte le posizioni ufficiali da parte della Bce puntano ad avere un’integrazione sempre maggiore. E questa integrazione serve perché i Paesi frammentati non riescono ad avere il peso specifico necessario per competere ed essere all’altezza delle sfide.
D. In Bce siete tutti europeisti?
R. La Banca centrale è molto articolata e c’è un forte spirito europeo. Ci sono tanti giovani che hanno una grande voglia di dialogo. La Bce è una grande istituzione europea, con uno spirito federalista molto forte, che nella pur diversità delle posizioni, mi sembra esprima costantemente un orientamento a favore di una maggiore integrazione di tutta l’area dell’euro non solo sul piano finanziario, ma anche sul piano fiscale e regolamentare.
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D. Come combattete l’inflazione?
R. Ci sono due modi, ma provo a fare subito un esempio concreto in modo che gli studenti che ci stanno ascoltando possano capire. Oggi siamo in una fase in cui abbiamo già sperimentato una accelerazione, un aumento dell’inflazione fino a marzo. Eravamo tuttavia in una buona situazione, perché i prezzi erano al 2% e l’economia cresceva. Poi è arrivata la guerra in Medio Oriente e ciò ha generato uno shock inflazionistico perché l’aumento dei prezzi del petrolio sta facendo aumentare l’inflazione.
D. Diceva dei due modi per combattere l’aumento dei prezzi…
R. Per prima cosa serve convincere l’economia - devi convincere tutti - che l’inflazione tornerà al 2%: questo si chiama «ancoraggio» e significa convincere la gente che l’inflazione nel giro di un anno, un anno e mezzo, tornerà al 2%Si tratta di un fattore particolarmente importante perché quando voi andrete a rinegoziare i vostri salari e sottoscriverete un contratto d’affitto, e vi immaginate che l’inflazione tornerà al 2%, userete quello come parametro di riferimento nelle vostre scelte.
D. Come convincete la gente che l’inflazione resterà o tornerà al 2%?
R. Lo si fa attraverso la comunicazione, ma anche attraverso gli atti concreti, il modo classico in cui le banche centrali tengono sotto controllo l’inflazione è aumentando i tassi di interesse.
D. Ed è la seconda cosa che potete fare. Cosa accade quando aumentate i tassi?
R. Si riduce l’attività economica e quando quest’ultima risulta più lenta le imprese non possono aumentare eccessivamente i prezzi. Il che tiene sotto controllo l’inflazione. Ovviamente quanto più questo avviene, tanto più la Bce si mostra in grado di orientare le aspettative attraverso la sua credibilità e una comunicazione efficace. E tanto meno intenso deve essere l’uso dei tassi d’interesse.
D. Perché?
R. Perché non serve ammazzare l’economia per convincere tutti che l’inflazione tornerà al target se tu hai una comunicazione e una credibilità importante. Come avete visto, la Banca Centrale Europea non ha reagito immediatamente all’aumento dei prezzi. Stiamo aspettando, vedremo che cosa succede a giugno, perché ovviamente noi siamo consapevoli che non è una bella cosa rallentare la crescita dell’economia e quindi bisogna ponderare con attenzione, calibrare con accuratezza l’uso degli strumenti a disposizione e riportare l’inflazione al target senza rischiare di danneggiare eccessivamente l’economia. Come è accaduto dopo la spinta inflazionistica conseguente alla guerra in Ucraina: siamo riusciti a riportare l’inflazione al 2% senza causare una recessione e permettendo anzi un’espansione, senza causare disoccupazione.
D. E lo strumento dei tassi di interesse?
R. Il controllo dell’economia si fa attraverso i tassi di interesse, è uno strumento fondamentale. Il problema è che va usato con intelligenza, con equilibrio e calibrando bene rispetto alle condizioni dell'economia, cercando di minimizzare i costi necessari da pagare per raggiungere certi obiettivi. Ovviamente anche il non agire ha dei costi importanti. Se uno non agisce nel modo in cui dicevo prima, si perde quell’equilibrio e le scelte delle persone diventano più complicate, l’incertezza domina l’economia e gli effetti potrebbero essere di gran lunga peggiori.
D. Ai tempi di Guido Carli il banchiere centrale non parlava quasi mai, ora la comunicazione è invece diventata fondamentale. Che cosa è cambiato?
R. Ci son stati tanti anni di ricerca economica che hanno spiegato l’importanza di tenere sotto controllo le aspettative e per noi sono importanti quelle d’inflazione. In questo senso la comunicazione assume un ruolo importante, basta vedere l’attenzione che viene prestata alle conferenze stampa dei banchieri centrali al termine delle loro riunioni di politica monetaria, siano esse la Fed, la Bce, la Banca d’Inghilterra o la Banca del Giappone.
D. A chi risponde la Bce mentre assume decisioni così importanti?
R. In quanto istituzione, risponde a tutte le autorità europee in varie modalità. Invece il suo board no, perché il presidente viene nominato dai capi di Stato con un’approvazione da parte del Parlamento europeo, così come gli altri membri del comitato esecutivo. Il mandato è dei rappresentanti del popolo, nelle forme diverse del Consiglio europeo e del Parlamento. Questo è evidente, ad esempio, nelle audizioni della banca in Parlamento, dove i vertici della Bce sono sottoposti a un fuoco di fila di domande da parte dei parlamentari su cosa intendono fare e come intendono mantenere la stabilità dei prezzi e così via. E questa accountability non è solo iniziale ma continua. Ogni tre mesi la presidente si reca in Parlamento per essere audita, poi partecipa alla riunione dei capi di Stato quando si discute di politica monetaria, poi partecipiamo all’Eurogruppo. Insomma, esiste una continua interazione e nessuno ci risparmia critiche, come si legge dai giornali, ma è giusto che sia così.
D. Dica le cose che possono davvero integrare maggiormente l’Unione Europea.
R. Pensiamo agli aspetti finanziari. Fornisco solo qualche numero: oggi in Europa ci sono 41 sedi di negoziazioni borsistica: negli Stati Uniti ce ne sono due. In Europa ogni titolo, quando viene emesso, deve essere conservato da qualche parte. Ecco, da noi ci sono 27 istituti per fare questo, negli Stati Uniti ce n’è uno. Questo significa che una piccola impresa, una start-up europea, che ha bisogno di capitali per crescere, non li trova in Europa perché il mercato dei capitali è troppo frammentato e non dispone della liquidità necessaria. Per crescere e per cercare di competere con i giganti americani, le imprese hanno bisogno di capitali. Ne consegue che per noi un mercato integrato dei capitali è essenziale, perché questo rafforza la nostra capacità di crescita. E rafforzare la capacità di crescita rende più semplice anche il ruolo delle banche centrali: creare un mercato unico dei capitali deve essere la direzione fondamentale.
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D. Una seconda necessità europea?
R. La finalizzazione e il completamento dell’unione bancaria. Leggete in questi giorni sui giornali le polemiche in merito a una grossa acquisizione fra l’Italia e la Germania (il riferimento è all’operazione Unicredit-Commerzbank, ndr). Queste cose dovrebbero essere più semplici, dovrebbero avere una dimensione più fluida, più naturale, perché un mercato integrato dei capitali permette a tutti di essere più forti finanziariamente. Ogni anno l’area euro esporta circa il 2% del suo Pil in termini di capitale e non certo perché ci mancano i soldi, quanto piuttosto perché i mercati sono così frammentati che finiamo per investirli in altri Paesi, mentre le nostre imprese rimangono piccole e quando hanno bisogno di crescere vanno a quotarsi sui listini degli Stati Uniti. Questa cosa è un enorme di impedimento alla crescita e allo sviluppo dell’Europa. La Saving Investment Union serve a realizzare anche in Europa una grande piazza finanziaria. Le grandi imprese europee sono le stesse di 30 anni fa, questo vi dà la dimensione della capacità di innovare, che noi abbiamo perso, ma non perché ci mancano i cervelli, perché a livello di produzione di idee e di produzione di start up non siamo secondi a nessuno, ci manca il passaggio successivo e siamo ancorati a dei modelli nazionali.
D. Insomma siamo forti nel software ma ci manca l'hardware finanziario.
R. Ci sono due forme di capitale, quello finanziario e quello umano. E questo ha fatto la ricchezza dell'Europa, se ci pensate, un continente che alla fine è povero di materie prime.
Noi non facciamo un buco per terra per trovare la ricchezza, quella è tutta nella testa delle persone. Il problema della migrazione dei cervelli fuori dall'Europa non è solo un problema nostro. Se ne volete evidenza, date un'occhiata ai dipartimenti di fisica, ingegneria, economia, matematica, biologia degli Stati Uniti. Ci dobbiamo ingegnare.
D. E voi in Bce fate lavorare i giovani?
R. Noi in Bce abbiamo degli importanti programmi di training di leadership e l’istituto è un’istituzione con molti giovani: girando per i corridoi della Bce Tower si vedono un sacco di giovani, anche italiani.
D. Giovani che un domani useranno l’euro digitale, a cosa servirà?
R. L’euro digitale è esattamente una banconota, ma in forma digitale, quindi, essenzialmente permetterà alle persone di continuare a usare la moneta di Banca centrale. Noi vogliamo semplicemente estendere la libertà delle persone di utilizzare la moneta di Banca centrale anche nello spazio digitale, con alcune importantissime conseguenze. Oggi due volte su tre quando si utilizza una carta i nostri pagamenti sono affidati a infrastrutture non europee. Con l’euro digitale noi risolveremo anche questo problema, perché l’euro digitale sarà costruito su un’infrastruttura europea detenuta da europei e controllata dall’istituto di Francoforte. Mentre preserva la libertà delle persone di pagare con la moneta di Banca centrale, rafforza anche la nostra autonomia strategica in un campo fondamentale come quello dei pagamenti.
Ed è uno strumento che permetterà a tutti noi di pagare in modo semplice dappertutto in Europa, rafforzando la nostra indipendenza. (riproduzione riservata)