Parla Jeff Bezos (Amazon): L’Ai non ci ruberà il lavoro, ma ci darà un bulldozer per farlo più velocemente. E su Trump vi dico…
Parla Jeff Bezos (Amazon): L’Ai non ci ruberà il lavoro, ma ci darà un bulldozer per farlo più velocemente. E su Trump vi dico…
Il multimiliardario a Cnbc tra politica, spazio e tasse: a chi fa fatica ad arrivare a fine mese, il governo americano non dovrebbe chiedere le tasse.

di di Andrew Ross Sorkin (CNBC) 22/05/2026 21:00

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«Non dovremmo chiederle soldi, ma mandarle delle scuse». Jeff Bezos parla di un’infermiera del Queens che guadagna 75 mila dollari l’anno e ne paga oltre 12 mila di tasse. Il paradosso è servito: uno degli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio stimato in oltre 200 miliardi di dollari, si fa paladino dell’azzeramento dell’imposta sul reddito per chi guadagna meno. Ma nella lunga intervista a CNBC il fondatore di Amazon non parla solo di fisco e disuguaglianza: difende l’AI come moltiplicatore di produttività, immagina data center nello spazio, rivaluta Trump come più maturo e disciplinato rispetto a quello del primo mandato e spiega perché il Washington Post, anche se ha una missione pubblica, deve stare in piedi come un’azienda.


Domanda. Partiamo dall’AI, molti studenti e lavoratori pensano che possa sostituire professionisti qualificati. Si sbagliano?

Risposta. Secondo me sì. L’AI non eliminerà quelle professioni. Le porterà a un livello più alto. Se sei un ingegnere software, è come se stessi scavando un seminterrato con una pala e qualcuno ti desse un bulldozer. Non significa che non servi più. Significa che puoi fare molto di più, molto più velocemente. Lo stesso vale per altre professioni. Il lavoro cambia. Diventa più potente. Le persone potranno concentrarsi su problemi più importanti, più complessi, più creativi.

D. Quindi non vede uno scenario di disoccupazione tecnologica di massa?

R. Vedo enormi guadagni di produttività. E quando c’è un grande aumento della produttività, nel lungo periodo tutti diventano più ricchi. Può darsi che in alcuni casi ci sia persino una carenza di lavoro. L’effetto più importante potrebbe essere deflazionistico su alcuni beni essenziali. Se usiamo bene la tecnologia, possiamo renderli più economici. Il rischio è bloccare tutto troppo presto. Se regoliamo l’AI in modo prematuro, prima ancora di capire cosa può fare, rischiamo di impedire proprio quei benefici.

D. Negli ultimi anni molte aziende tecnologiche, Amazon compresa, hanno tagliato personale. Quanto c’entra l’AI?

R. Nel caso di Amazon, quei tagli non sono stati guidati dall’AI. Ma è vero che l’AI cambierà il modo in cui lavorano molte persone, compresi gli ingegneri software. Il punto è che un ingegnere software non è semplicemente qualcuno che scrive codice. Il vero lavoro è identificare problemi, capirli bene e trovare soluzioni. L’AI ci permette di lavorare a un livello più alto: meno tempo sulle operazioni meccaniche, più tempo sul pensiero, sulla progettazione, sulla soluzione dei problemi.

D. Parliamo di Prometheus, la nuova società di cui lei è co-ceo. È una società di robotica?

R. No, non la definirei robotica. Prometheus è una società AI. L’obiettivo è costruire strumenti di intelligenza artificiale per aiutare gli ingegneri a progettare componenti, sistemi, macchine, infrastrutture fisiche. È una frontiera enorme: gran parte della ricchezza della civiltà nasce dall’invenzione. Ogni grande salto tecnologico ha aumentato la ricchezza complessiva. Questa volta può essere ancora più potente.


D. A proposito di spazio: si parla di SpaceX, di possibili valutazioni enormi. Come guarda a quel mercato?

R. Non conosco abbastanza i numeri di SpaceX per giudicare. Ma credo con convinzione che lo spazio diventerà un’industria gigantesca. Se il costo di accesso allo spazio scende, si aprono possibilità enormi: comunicazioni, energia, infrastrutture, manifattura, ricerca e data center.

D. Cambiamo tema. Oggi è quasi impossibile aprire un giornale senza leggere titoli sulla ricchezza in America, sui miliardari, sulle disuguaglianze. Lei come guarda a questo dibattito?

R. Secondo me oggi c’è un racconto di due economie: molti stanno andando molto bene, altri fanno fatica con affitto, spesa e costo della vita. Il problema è che la politica sceglie un cattivo e punta il dito. Ma se vuoi aiutare davvero chi è in difficoltà, devi capire le cause reali. Dare la colpa a qualcuno può far sentire bene per dieci secondi, ma non cambia nulla.


D. C’è chi sostiene che i grandi patrimoni evitino le tasse con il “buy, borrow, die”: usare asset come garanzia per ottenere prestiti, senza vendere e quindi senza pagare capital gain. È una critica giusta?

R. Non credo che sia così diffuso come viene raccontato. Io vendo azioni Amazon regolarmente, e quando vendo pago le tasse sulle plusvalenze. Lo faccio per finanziare i miei investimenti. È vero, ci sono altre persone - Elon Musk, per esempio - che prendono prestiti molto grandi contro le proprie azioni e quindi in quel momento non pagano tasse. Quando vendono azioni, poi le tasse le pagano. Se questa è una vera scappatoia fiscale, allora possiamo correggerla. Anzi, dovremmo correggerla: non credo che una scappatoia del genere dovrebbe esistere. Ma voglio tornare al punto principale: anche se risolvi quella scappatoia, non hai risolto il problema. Il punto resta come costruire un sistema fiscale davvero progressivo, che aiuti chi ne ha bisogno e non disperda risorse nella burocrazia.

D. Quale sarebbe una soluzione concreta?

R. Guardiamo i numeri. Prendiamo un’infermiera del Queens che guadagna 75 mila dollari l’anno. Paga più di 12 mila dollari l’anno di tasse. Ha davvero senso? Tutti parlano di rendere il sistema fiscale più progressivo. Io dico: cominciamo facendo in modo che quell’infermiera non paghi proprio tasse sul reddito. Perché una persona che guadagna 75 mila dollari l’anno deve mandare più di mille dollari al mese a Washington? Quei soldi potrebbero aiutarla con l’affitto, con la spesa. La metà inferiore dei percettori di reddito paga solo il 3% del totale delle tasse. Per il governo è una piccola somma, si può trovare altrove. Più ci penso, più mi sembra assurdo: non dovremmo chiederle soldi, dovremmo mandarle delle scuse.

D. Però dall’altra parte c’è la domanda: i ricchi dovrebbero pagare di più per coprire quel gettito?

R. A volte le persone dicono che io non pago tasse. Non è vero. Pago miliardi di dollari di tasse. E se qualcuno vuole che io paghi altri miliardi, facciamo pure quel dibattito. Ma non fingiamo che questo risolverà il problema. Possiamo discutere se vogliamo un sistema fiscale ancora più progressivo. Ma la demonizzazione è una distrazione. Negli Stati Uniti abbiamo già il sistema fiscale più progressivo del mondo. L’1% più ricco dei contribuenti paga circa il 40% delle entrate fiscali. La metà inferiore paga solo il 3%. Penso che quel 3% dovrebbe diventare zero. Per chi sta partendo, per chi lavora e fatica, il governo non dovrebbe prendere soldi. Dovrebbe lasciarli lì, nelle tasche delle persone.

D. Lei vuole fare come Warren Buffett: donare gran parte della sua ricchezza durante la vita. Come si fa a farlo bene?

R. È molto più difficile di quanto sembri. La domanda che mi pongo sempre è: questa donazione crea dipendenza o crea indipendenza? Un esempio sono i rifugi per famiglie senza casa, spesso madri con bambini. Ma non basta offrire un letto. L’obiettivo è aiutare quelle famiglie a tornare autonome: prepararsi per un colloquio, trovare un lavoro, sistemare i documenti, superare un momento difficilissimo e uscire dalla struttura in condizioni migliori.

D. Quindi per lei la filantropia non deve sostituire il mercato?

R. Esatto. La filantropia è importante, ma va usata dove il mercato non funziona. Anche se donerò la maggior parte della mia ricchezza, se faccio bene il mio lavoro il valore creato dalle mie aziende for profit sarà molto più grande del valore creato dalla mia filantropia.

D. Sta dicendo che Amazon o le sue altre aziende hanno più impatto sociale delle sue donazioni?

R. Sì, se funzionano bene. Amazon, Blue Origin, Prometheus sono macchine che, se gestite bene, producono innovazione, servizi, occupazione, infrastrutture. Quando puoi costruire un modello capace di stare in piedi da solo, quel modello può generare un impatto molto più grande.

D. Questo vale anche per il Washington Post? Lo ha comprato come quasi un bene pubblico, ma ci sono stati tagli e licenziamenti.

R. ll Washington Post deve essere un’azienda sostenibile. Se le persone non pagano per il prodotto, significa che non è abbastanza rilevante. Dobbiamo guardare i dati: cosa funziona, cosa no, dove il lettore trova valore. Non significa abbandonare la missione giornalistica, ma renderla sostenibile. Un giornale che dipende solo dal proprietario non è forte. Uno che conquista lettori paganti lo è molto di più.

D. Pensa ancora di essere il proprietario giusto per il Post?

R. Sì. Quando l’ho comprato, il Post non era profittevole; poi lo è diventato per diversi anni e abbiamo reinvestito tutto nel giornale. Ma il business delle news è cambiato ancora: negli anni Novanta un grande quotidiano locale era uno dei migliori affari possibili, oggi l’ambiente competitivo è del tutto diverso. Bisogna lavorare molto di più per guadagnarsi il diritto di esistere. Io credo ancora che il Post possa farlo. (riproduzione riservata)

(adattamento Paolo Melzi)

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