Si possono risparmiare le imposte, si può scegliere lo strumento finanziario giusto, distribuire in anticipo case e patrimoni. Ma c’è una tassa sulle successioni che nessun governo può abolire: quella delle guerre familiari. E quando l’eredità è una cassaforte societaria da decine di miliardi, il conto può diventare molto più pesante del fisco. In gioco non c’è soltanto chi prende i soldi. C’è chi comanda.
Lo stanno imparando gli eredi di Leonardo Del Vecchio, che aveva cercato di preparare il dopo di sé dividendo Delfin in otto quote uguali del 12,5% con una governance destinata a impedirne la frammentazione. Sulla carta quasi un manuale di successione. Nella pratica, quattro anni dopo la morte del fondatore, proprio quell’equilibrio è diventato il centro dello scontro. Del Vecchio, già nel 1995, confidava a Enzo Biagi di sperare che i figli scegliessero la propria strada. Oggi Leonardo Maria (Lvdm) è invece il protagonista più esposto della partita sulla holding.
Lvdm ha cercato di acquistare le quote dei fratelli Paola e Luca per salire al 37,5% per 10 miliardi ma invano. Intanto gli otto eredi - i sei figli del fondatore, la vedova Nicoletta Zampillo e Rocco Basilico - ragionano su un incontro verso fine settembre per cercare una sintesi come soci di Delfin. Il calendario impone una tregua, almeno tattica.
Delfin, presieduta da Francesco Milleri, possiede il 17,5% di Mps, pacchetto decisivo in vista dell’assemblea del 29 ottobre sulle ops lanciate da Luigi Lovaglio su Banco Bpm e Banca Generali, oltre che nella partita aperta dall’opas di Intesa Sanpaolo. Sul tavolo torneranno anche i nodi della governance di Delfin, che da quattro anni bloccano la distribuzione dei dividendi miliardari e la piena esecuzione dell’eredità. Il tentativo di tenere unito l’impero ha così prodotto una domanda opposta: fino a che punto un proprietario è davvero proprietario se non può decidere liberamente chi governa?
Gli Agnelli raccontano l’altra faccia della medaglia. Qui la battaglia dura da quasi vent’anni e oppone Margherita Agnelli de Pahlen ai tre figli Elkann sul patrimonio familiare e sulle successioni dell’Avvocato e di Marella Caracciolo. In ballo, oltre alle fratture personali, c’è il controllo della catena che porta a Exor, dato che John Elkann è diventato l’erede dell’impero attraverso la Dicembre, la società semplice al vertice della struttura familiare. Quando dietro una lite ci sono miliardi e il controllo di una grande holding, anche la rottura più privata diventa un fatto finanziario.
La saga Caprotti offre una soluzione diversa. Bernardo Caprotti morì nel 2016 lasciando Esselunga per il 70% alla seconda moglie Giuliana Albera e alla figlia Marina, mentre il 30% faceva capo ai figli di primo letto Giuseppe e Violetta. Dopo anni di contrasti, nel 2020 un arbitrato valutò il gruppo 6,1 miliardi e la quota di minoranza 1,83 miliardi. Giuliana e Marina rilevarono le azioni e salirono al 100%. La guerra familiare fu trasformata in una separazione patrimoniale: chi non avrebbe avuto il comando monetizzò, chi lo aveva concentrò il capitale.
È una strada che stanno percorrendo anche i Benetton. Edizione è stata ridisegnata consentendo al ramo di Giuliana di organizzare un’uscita valutata circa 3,5 miliardi, mentre Mauro e Alessandro Benetton hanno creato una superholding per concentrare le partecipazioni del proprio ramo. L’idea è semplice: non obbligare ogni generazione a vivere per sempre nello stesso condominio societario.
Ancora più lineare il modello Aponte. Gianluigi Aponte non ha aspettato la successione per trasferire il timone di Msc. Il passaggio ai figli Diego e Alexa è stato organizzato mentre il fondatore è ancora presente: ruoli definiti, responsabilità distribuite e una transizione accompagnata. La successione diventa così una questione di governance prima ancora che di imposte.
E poi c’è la grande sorpresa italiana: Silvio Berlusconi. Alla sua morte, nel giugno 2023, lasciava cinque figli nati da due matrimoni, un patrimonio di miliardi e Fininvest, la holding che controlla Mfe-Mediaset, Mondadori e Banca Mediolanum. Tutti gli ingredienti per una guerra dinastica. Accadde il contrario. Berlusconi usò la quota disponibile dell’eredità per portare Marina e Pier Silvio insieme al 53% di Fininvest, con quote paritarie, mentre Barbara, Eleonora e Luigi ricevettero solo la loro legittima. Pochi mesi dopo i cinque eredi raggiunsero un accordo che blindava la holding per almeno cinque anni. Forse il segreto sta qui. Non nel dividere tutto in parti uguali, ma nel decidere prima quali differenze dovranno contare. Perché i miliardi possono essere divisi. Il comando, molto meno. (riproduzione riservata)