Oro e argento volano su nuovi record per i timori di una guerra commerciale più aspra tra Stati Uniti ed Europa a causa della volontà del presidente statunitense, Donald Trump, di prendere il controllo della Groenlandia con le buone o con le cattive.
Il prezzo dell’oro, dopo aver toccato 60 nuovi record storici nel 2025, è schizzato a 4.700 dollari l’oncia poiché l’aggressività del tycoon pesa sul dollaro (l’euro vale 1,1623, +0,37%) e sostiene la domanda di beni rifugi sicuri. Il numero uno della Casa Bianca ha minacciato nuovi dazi del 10% dal 1° febbraio su otto nazioni europee (non l’Italia) che si sono opposti al suo piano per l’acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti.
Aliquota destinata a salire al 25% a giugno se non verrà raggiunto alcun accordo. L’oro spot sale dell’1,90% a 4.668,32 dollari l’oncia dopo aver toccato un massimo storico a 4.690,59 dollari l’oncia. I futures sull’oro hanno toccato un picco di 4,697,71 dollari e ora avanzano dell’1,6% a 4.673 dollari.
L’annuncio ha suscitato dure critiche da parte dei leader europei e ha sollevato timori di una più ampia disputa commerciale transatlantica, spingendo gli investitori a cercare rifugio nei metalli preziosi. La minaccia tariffaria si è aggiunta a un contesto già favorevole per l’oro, che nelle ultime settimane ha beneficiato delle aspettative secondo cui la Fed inizierà ad allentare la politica monetaria entro la fine dell’anno. I dati macro economici statunitensi più deboli e i segnali di raffreddamento dell’inflazione hanno rafforzato le aspettative di tagli dei tassi.
L’amministrazione Trump ha, inoltre, rinnovato gli attacchi alla Fed, intensificando le preoccupazioni sull’indipendenza della banca centrale dopo che il presidente, Jerome Powell, è stato citato in giudizio da parte del Dipartimento di Giustizia per i lavori di ristrutturazione del quartier generale della banca centrale Usa e alimentando il «debasing trade», in cui gli investitori evitano valute e titoli di Stato per i timori sui livelli di debito.
A questo proposito gli investitori seguiranno con attenzione l’udienza della Corte Suprema degli Stati Uniti sull’impegno di Trump di licenziare la governatrice della Fed, Lisa Cook, prevista per mercoledì 21 gennaio, che potrebbe essere cruciale per l’indipendenza della banca centrale.
Altri fattori di supporto sono gli eventi geopolitici, a partire dal cambio di regime in Venezuela, fino alle proteste in corso in Iran e al conflitto tra Russia e Ucraina, che intensificano la domanda di oro come bene rifugio. Più in generale, le banche centrali continuano ad aumentare la loro esposizione all'oro e oggi possiedono più oro che titoli del Tesoro, spiega Gianni Piazzoli, Cio di Vontobel WM Sim.
Anche il prezzo dell’argento si impenna del 4,8% a 93 dollari l’oncia, raggiungendo un nuovo massimo storico a 94,12 dollari l’oncia. Stesso trend per il platino, in crescita di oltre l’1% a 2.358,69 dollari l’oncia. Pure il rame sale dopo che i dati sul pil della Cina, principale importatore, hanno mostrato che l’economia del Paese ha raggiunto l’obiettivo di crescita del 5% fissato da Pechino per il 2025. I futures sul rame crescono dello 0,6% a 12.881 dollari la tonnellata con gli investitori che scommettono sul fatto che l’aumento della spesa per data center in tutto il mondo guiderà la domanda del metallo industriale.
I leader europei stanno discutendo diverse opzioni su come rispondere a Trump, compresi dazi su 93 miliardi di euro di beni statunitensi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, potrebbe richiedere l’attivazione dello strumento anti-coercizione dell’Unione Europea, il mezzo di ritorsione più potente del blocco.
I dazi minacciati per la Groenlandia sono diversi dalle tariffe del Giorno della Liberazione dello scorso anno poiché «indicano una linea di faglia geopolitica più profonda», commenta Charu Chanana, chief investment strategist di Saxo Markets a Singapore. «Usare minacce tariffarie all’interno dell’alleanza è un tipo di shock di fiducia che può lasciare un premio al rischio più persistente», ha aggiunto, riferendosi alla Nato.
Ma a dare impulso a oro e argento è stata anche una rotazione più ampia verso il comparto dei metalli, guidata dagli investitori cinesi: le riserve di oro negli exchange-traded fund sono aumentate di 28 tonnellate, pari allo 0,9%, la settimana scorsa, il maggior incremento da settembre, e sono cresciute in sette delle ultime otto settimane.
Molti analisti prevedono che i guadagni sorprendenti continueranno, con Citigroup che la scorsa settimana ha stimato che l’oro potrebbe raggiungere quota 5.000 dollari l’oncia entro tre mesi e l’argento arrivare a 100 dollari.
Anche per Piazzoli il prossimo obiettivo dovrebbe essere 5.000 dollari, «che riteniamo raggiungibile nel corso del 2026. Sebbene sia possibile un movimento laterale per alcuni mesi, l’oro potrebbe proiettarsi verso nuovi massimi non appena emergerà un nuovo catalizzatore, come un taglio dei tassi, un nuovo rischio geopolitico o una debolezza macroeconomica».
Infatti, l’esperto si aspetta che gli istituti centrali approfittino di qualsiasi calo dei prezzi per acquistare e non vede alcuna pressione di vendita da parte loro, il che limita il rischio di ribasso per il metallo prezioso. Va considerato, inoltre, che la strategia della Cina di diversificare le proprie riserve rispetto al dollaro incide ancora in maniera contenuta sulle quotazioni: la quota ufficiale delle riserve auree della Cina è attualmente dell'8,3% a fronte di una media globale intorno al 20%: questo significa che la Cina ha ancora molto margine per acquistare oro.
Infine, c’è il ruolo degli afflussi verso gli Etf sull’oro che stanno ancora aumentando, senza tuttavia raggiungere i livelli di picco del 2020: quindi c'è ancora spazio per una maggior domanda di oro da parte degli investitori retail. Così «consigliamo di allocare a questa asset class una quota del 3-5% di un portafoglio bilanciato», suggerisce Piazzoli, «con l’obiettivo di ottenere non solo protezione dall’inflazione, ma anche una preziosa copertura a fronte dei rischi geopolitici e della debolezza del dollaro».
Anni di sotto-investimenti, politiche commerciali mutevoli e il rapido sviluppo delle energie pulite hanno aumentato l'importanza strategica a lungo termine di molte materie prime, sottolinea anche Rick de los Reyes, Portfolio Manager, T. Rowe Price. «L'attenzione è rivolta anche all'identificazione di società di alta qualità posizionate per trarre vantaggio da queste tendenze di lungo periodo, investendo in modo selettivo in settori ciclicamente difficili dove anche una modesta ripresa della domanda potrebbe restringere i mercati e sostenere i prezzi degli asset. Il vero vantaggio sta nel comprendere il lungo ritmo dei cicli delle materie prime e nel sostenere le società meglio posizionate per affrontarli». (riproduzione riservata)