Oro sopra i 4.000 dollari: i tre fattori che spingono i prezzi dopo la debacle di Trump alle midterm
Oro sopra i 4.000 dollari: i tre fattori che spingono i prezzi dopo la debacle di Trump alle midterm
Il metallo prezioso supera una soglia psicologica importante, recuperando terreno dopo le recenti perdite. Ecco perché può salire ancora

di Francesca Gerosa 04/11/2026 11:15

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L’oro supera la soglia di 4.000 dollari l’oncia, mentre il dollaro e i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi scendono dopo che i Democratici hanno ottenuto una vittoria schiacciante nelle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, dominate dal malcontento degli elettori per le pressioni inflazionistiche.

Maggior rialzo intraday da agosto per l’oro

Il prezzo spot del metallo prezioso il 4 novembre è salito fino a 4.048,71 dollari l’oncia, il maggior rialzo intraday da agosto e il top dal 29 ottobre. Alle 11:10 del 4 novembre sale del 2,84% a 4.045,23 dollari. Anche l’argento si è spinto fino a 52,11 dollari l’oncia e ora si apprezza del 4,77% a 52,10 dollari l’oncia. I Democratici hanno conquistato il controllo di entrambe le Camere del Congresso degli Stati Uniti, mentre l’indignazione per il costo della vita e per la guerra in Iran ha provocato una bocciatura del presidente, Donald Trump, e del Partito Repubblicano.

I tre fattori che spingono i prezzi

Per i mercati l’esito del voto riduce la probabilità che il tycoon possa portare avanti, nei prossimi due anni, un programma politico e fiscale destinato ad ampliare il deficit pubblico americano. Nel frattempo il calo dei rendimenti dei titoli di Stato Usa (il 10 anni scende al 4,91% e il 2 anni è stabile al 4,61%) favorisce l’oro, poiché questo metallo non paga interessi. Allo stesso tempo, un dollaro più debole rende il lingotto, quotato in dollari americani, più conveniente per gli acquirenti che utilizzano altre valute. 

«L’oro beneficia della diminuzione dei rendimenti obbligazionari e del dollaro. Questo è dovuto alla convinzione che la situazione di stallo istituzionale che potrebbe emergere ora negli Stati Uniti tra il potere esecutivo e quello legislativo possa rallentare il livello della spesa pubblica americana», spiega Kyle Rodda, analista senior di Capital.com.

Questa settimana l’andamento dell’oro è stato altalenante, a causa dei segnali contrastanti sui progressi dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Secondo un diplomatico, Teheran e Washington stanno esaminando le nuove proposte avanzate dai mediatori per risolvere le rispettive divergenze ed evitare una ripresa della guerra su vasta scala.

Recentemente, petrolio e oro hanno mostrato un andamento inversamente correlato, poiché gli elevati prezzi dell’energia (future sul Brent -1,39% a 102,10 dollari il 4 novembre) alimentano l’inflazione e accrescono le aspettative di un aumento dei tassi di interesse, esercitando pressioni negative sull’oro, che non genera alcun rendimento.

A ottobre l’oro ha perso quasi il 7%, scendendo sotto la soglia di 4.000 dollari l’oncia alla fine del mese. La flessione è stata determinata dal disimpegno degli investitori dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale, che hanno venduto le proprie posizioni in oro per compensare le perdite registrate in altri comparti.

Mentre dallo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Iran, alla fine di febbraio, il metallo prezioso ha perso il 25%, poiché l’accelerazione dell’inflazione ha favorito un orientamento più restrittivo della politica monetaria. Gli investitori attendono ora la pubblicazione, venerdì 6 novembre, dei dati sui salari non agricoli (non-farm payrolls), alla ricerca di indicazioni sul possibile orientamento futuro della politica monetaria della Fed. (riproduzione riservata)