Il prezzo dell’oro sale di oltre l’1% il 21 luglio, mentre gli investitori valutavano gli sforzi diplomatici volti ad allentare il conflitto tra Stati Uniti e Iran, una situazione che potrebbe ridurre i rischi di inflazione legati al petrolio e influenzare il percorso dei tassi di interesse della Fed. L’oro spot balza dell’1,38% a 4.060,11 dollari l’oncia e il future sul metallo giallo sale dell’1,35% a 4.069 dollari.
«Sembra che l’oro stia cercando di trovare una base intorno al livello di 4.000 dollari e che da lì tenterà di riprendere il movimento rialzista», ha dichiarato Ilya Spivak, responsabile macro di Tastylive. «Le notizie provenienti dal Medio Oriente sembrano avere un certo effetto a cascata, anche se sempre più spesso vengono considerate solo in modo marginale e temporaneo».
I prezzi del petrolio perdono terreno (future sul Brent -0,59% a 88,69 dollari al barile), mentre i mercati valutano da una parte le notizie sui tentativi di mediazione tra Stati Uniti e Iran e dall’altra lo scambio di nuovi attacchi tra le due parti, oltre alle minacce di un blocco navale contro l’Arabia Saudita da parte degli Houthi dello Yemen. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a Reuters che Teheran ha ricevuto dai mediatori una proposta per un cessate il fuoco di 10 giorni, nel tentativo di salvare l’accordo provvisorio e creare le condizioni per un’intesa definitiva che ponga fine alla guerra.
La recente escalation del conflitto ha spinto i prezzi del petrolio ai massimi da oltre un mese, mentre un numero crescente di banchieri statunitensi sostiene che i tassi di interesse potrebbero dover aumentare per contrastare l’inflazione persistente. Tassi di interesse elevati aumentano il costo opportunità del possesso di oro, che non genera rendimenti. Sebbene sia ampiamente previsto che la Fed mantenga invariati i tassi la prossima settimana, secondo il Cme FedWatch i trader stanno prezzando una probabilità del 64% di un rialzo a settembre.
L’oro è stato protagonista di una marcata inversione di tendenza nella prima metà del 2026 dopo aver toccato il massimo storico intraday a 5.595 dollari l’oncia lo scorso 29 gennaio. «Sebbene l’entità dello storno abbia turbato gli investitori, riteniamo si tratti di un sano assestamento e non della fine del bull market strutturale», afferma Nitesh Shah, Head of Commodities and Macroeconomic Research di WisdomTree nell’outlook per l’oro visionato in anteprima da milanofinanza.it.
«L’eccezionale premio di valutazione accumulato durante il rally del 2025-2026 è stato ampiamente riassorbito, riportando le quotazioni su livelli decisamente più vicini alla nostra stima del fair value. Di conseguenza, prevediamo che la prossima fase di mercato sarà guidata principalmente dai fondamentali macroeconomici, anziché da una domanda straordinaria da parte degli investitori», sottolinea Shah. «Applicando le stime del consenso di Bloomberg su inflazione al 2,2%, tassi dei Treasury 10 anni al 4,33% e andamento del dollaro (indice del dollaro a 97,1, ndr) al nostro modello di valutazione, si ottiene un prezzo obiettivo per l’oro pari a 4.563 dollari l’oncia entro il secondo trimestre del 2027». Ciò riflette un recupero superiore ai 500 dollari l’oncia rispetto ai livelli registrati alla fine del secondo trimestre, pur rimanendo nettamente inferiore al massimo storico intraday toccato a gennaio.
L’esperto analizza le variabili macroeconomiche che storicamente hanno spiegato la maggior parte della volatilità dei prezzi dell’oro. Nel breve periodo, il metallo prezioso potrebbe risentire di temporanei venti contrari dovuti al continuo riposizionamento dei mercati sulle prospettive della politica monetaria statunitense. Le ultime proiezioni del Fomc e le relative dichiarazioni sono state interpretate come il segnale di una Fed più hawkish, spingendo i mercati dei futures a scontare un primo rialzo dei tassi già a settembre.
«A nostro avviso, questo riposizionamento del mercato appare eccessivo. Supponendo che il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran rimanga valido e le tensioni continuino ad allentarsi, le pressioni sul comparto energetico dovrebbero progressivamente rientrare», spiega Shah. «Ciò ridurrebbe le spinte inflazionistiche e, con ogni probabilità, impedirà all’inflazione di scostarsi dal target della Fed».
Il consenso stima che l’inflazione Pce degli Stati Uniti diminuirà dal 3,9% del secondo trimestre del 2026 al 2,2% circa entro il secondo trimestre del 2027. «Se questo scenario si realizzasse, il contesto macroeconomico risulterebbe decisamente più favorevole alle quotazioni dell’oro di quanto suggeriscano le attuali valutazioni di mercato in relazione alla politica monetaria», continua l’esperto, convinto che buona parte della debolezza registrata dall’oro nel corso dell’anno sia riconducibile al rafforzamento del dollaro Usa, salito ai massimi da oltre un anno.
Ipotizzando che le tensioni geopolitiche continuino ad attenuarsi e che i mercati energetici si normalizzino, parte di questo sostegno per il biglietto verde potrebbe venir meno. Nel medio periodo, i fattori strutturali a favore di un deprezzamento del dollaro, tra cui il persistere dei deficit di bilancio e delle parti correnti, rimangono validi e potrebbero tornare a esercitare un peso maggiore sui mercati.
Il ritmo eccezionale degli acquisti da parte di alcuni importanti nuovi attori di mercato ha subito una netta decelerazione. La domanda di Etp in Cina ha registrato una forte accelerazione in seguito al via libera agli investimenti in oro per le compagnie assicurative. Sebbene i flussi in entrata abbiano subito un rallentamento nella seconda metà del 2025, la tendenza è tornata a rafforzarsi all’inizio del 2026, per poi tramutarsi in deflussi netti a partire da maggio.
Allo stesso modo, la domanda da parte degli investitori indiani ha registrato un’impennata a seguito delle riforme normative che hanno consentito ai fondi pensione di inserire i lingotti in portafoglio, ma da allora il trend si è moderato. Una dinamica analoga è riscontrabile anche nelle operazioni di acquisto effettuate da Tether: dalle 11 tonnellate nel primo tremestre del 2025 gli acquisti sono balzati a 27 tonnellate nel quarto trimestre dello scorso anno per poi affondare a sole 6 tonnellate nel primo trimestre di quest’anno. Chiaro quindi che l’incredibile ritmo di accumulazione che aveva alimentato il precedente premio di valutazione ha rallentato.
Anche il posizionamento degli investitori appare decisamente meno rigido rispetto all’inizio dell’anno. Le posizioni speculative nette sui futures dell’oro al Comex sono rimaste contenute rispetto ai picchi recenti. Sotto il profilo tecnico, tuttavia, le quotazioni dell’oro sembrano intenzionate a consolidare una base dopo aver completato un tracciamento oltre il livello di Fibonacci del 38,2%. «Un recupero del sentiment degli investitori potrebbe quindi fornire un ulteriore catalizzatore, qualora il quadro macroeconomico dovesse tornare a essere più favorevole», aggiunge Shah.
Al posto dei tradizionali scenari «bull e bear», l’esperto di WisdomTree ha scelto di strutturare una serie di analisi di sensibilità attorno alla sua previsione centrale. Ad esempio, nell’ipotesi di un apprezzamento del dollar index a 104 e di un aumento dei rendimenti dei Treasury decennali al 5,24%, a parità di inflazione al 2,2% e con posizioni speculative stabili a 150.000 contratti, il modello implicherebbe un valore dell’oro a 4.209 dollari l’oncia. (riproduzione riservata)