L’oro supera quota 5.100 dollari mentre le tensioni geopolitiche globali e i mercati azionari «surriscaldati» scatenano la corsa degli investitori ai beni rifugio. L’oro ha toccato per la prima volta quota 5.111 dollari l’oncia, proseguendo il rally alimentato dai timori per i rischi geopolitici in aumento (Medio Oriente, Ucraina, Iran, Venezuela e Groenlandia), per le politiche commerciali imprevedibili di Donald Trump e per la fuga degli investitori dai Treasury e dal dollaro.
La debolezza del dollaro e i tassi d’interesse più bassi hanno accresciuto l’attrattiva dell’oro, mentre le banche centrali hanno aumentato in modo aggressivo gli acquisti di lingotti per rafforzare le loro riserve. L’indice del biglietto verde è sceso di quasi il 2% in sei sedute in scia alle speculazioni sul possibile supporto degli Stati Uniti al Giappone per rafforzare lo yen.
Anche l’argento ha raggiunto un nuovo record a 113,65 dollari l’oncia, in crescita addirittura del 12%, e il platino a 2.922,69 dollari l’oncia. I guadagni straordinari dei metalli preziosi, in particolare dell’oro che negli ultimi due anni ha più che raddoppiato il suo valore, sottolineano il ruolo storico come indicatori della paura nei mercati.
Fresco del suo miglior rendimento annuale dal 1979, quest’anno l’oro è già cresciuto di oltre il 17%, principalmente a causa del cosiddetto debasement trade, appunto la fuga degli investitori da valute e Treasury.
D’altra parte nelle ultime settimane, le azioni dell’amministrazione Trump – gli attacchi all’indipendenza della Fed, le minacce di annessione della Groenlandia, l’intervento militare in Venezuela e sul fronte interno l’uccisione a Minneapolis da parte dell’Ice di Alex Pretti e di Renee Good con il rischio di una guerra civile – hanno ulteriormente spaventato i mercati.
«L’oro è l’inverso della fiducia», spiega Max Belmont, gestore di First Eagle Investment Management. «È una copertura contro improvvisi picchi dell’inflazione, cali inaspettati dei mercati azionari o tensioni geopolitiche». Durante il fine settimana, Trump ha minacciato il Canada con tariffe del 100% su tutte le esportazioni verso gli Usa se Ottawa concluderà un accordo commerciale con la Cina, aumentando le tensioni bilaterali.
Nel frattempo, le incertezze politiche interne negli Stati Uniti restano elevate, anche perché, irritato per le uccisioni a Minneapolis da parte dell’Ice, il leader democratico del Senato, Chuck Schumer, ha promesso di bloccare un massiccio pacchetto di spesa a meno che i repubblicani non eliminino i fondi per il Dipartimento della sicurezza interna, aumentando il rischio di uno shutdown parziale del governo prima della scadenza del 31 gennaio.
Con un debito pubblico Usa monstre molti investitori si sono riversati sull’oro come modo per preservare il potere d’acquisto. «Negli ultimi tre anni, le persone sono diventate molto più preoccupate per la traiettoria del debito a lungo termine», sottolinea John Reade, strategist del World Gold Council. «Il contesto in cui vedo emergere maggiormente gli argomenti sul debasement e sul debito è quello dei family office. Loro pensano alla protezione della ricchezza generazionale, non a breve termine».
Il debasement trade ha raggiunto il picco alla fine del 2025, quando investitori di spicco come Ken Griffin, ceo di Citadel, e Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, hanno interpretato il rally dell’oro come un segnale di allarme, raccomandando che rappresenti tra il 5% e il 15% di un portafoglio standard.
Gli investitori attendono anche la scelta di Trump per il prossimo presidente della Fed. Il tycoon ha infatti terminato i colloqui con i candidati e ha ribadito di avere già qualcuno in mente. Un presidente della Fed più «colomba» (propenso a tassi più bassi) aumenterebbe le scommesse su ulteriori tagli dei tassi quest’anno, un fattore positivo per i metalli preziosi, dopo tre tagli consecutivi del costo del denaro di 25 punti base ciascuno.
«Molte delle attuali incertezze geopolitiche indotte da Trump probabilmente non scompariranno nel breve», avverte Vasu Menon, strategist di Oversea-Chinese Banking Corp. Ciò significa che «l’oro potrebbe rimanere al centro dell’attenzione nei prossimi mesi e persino anni, anche se gli investitori devono prepararsi a qualche correzione a intermittenza dopo i forti guadagni degli ultimi 12 mesi».
L’appeal dell’oro emerge anche dai dati sulle posizioni: hedge fund e altri grandi speculatori hanno aumentato le loro posizioni nette long sul lingotto al livello più alto delle ultime 16 settimane nella settimana terminata il 20 gennaio, secondo i dati del governo Usa. Mentre l’avanzata dell’argento è sostenuta dalla forte domanda, anche da parte di acquirenti retail da Shanghai a Istanbul.
Proprio a causa delle tensioni globali in forte aumento la corsa dell’oro ora si è estesa ben oltre il lingotto. «Si è trasformato in un’impennata dei prezzi di tutti i metalli preziosi, di molti metalli di base e dei minerali delle terre rare», osserva Yardeni Research. «Tutto ciò sta accadendo perché le crescenti tensioni geopolitiche stanno alimentando una corsa agli armamenti militari (la spesa militare statunitense è stata aumentata da 906 miliardi di dollari quest’anno a 1,5 trilioni di dollari nel 2027, ndr) e le aziende della difesa hanno bisogno di metalli per aumentare la loro produzione».
A questo aggiunge la spese legata all’intelligenza artificiale. Così i prezzi di stagno, argento, platino, palladio e oro hanno tutti sovraperformato il più ampio indice spot delle materie prime S&P Gsci finora quest’anno. In questo contesto, Yardeni ha mantenuto il suo outlook rialzista a lungo termine sull’oro, puntando ancora a 6.000 dollari entro la fine di quest’anno e a 10.000 dollari entro la fine del 2029.
Anche per Saverio Berlinzani, Chief Analyst di ActivTrades, le prospettive per l’oro sembrano ancora rialziste in ragione degli acquisti delle banche centrali e dell’avversione al rischio geopolitico, non solo per il possibile accordo di libero scambio tra il Canada e la Cina, ma anche per le tensioni tra Stati Uniti ed Europa sulla Groenlandia, così come le tensioni in Medio Oriente che tengono gli investitori con il fiato sospeso.
«Gli operatori sono anche in attesa della riunione della Fed di questa settimana, dove si prevede che la banca centrale manterrà i tassi invariati», aggiunge Berlinzani che stima un possibile target di breve per l’oro a 5.300 dollari l’oncia. Invece, per l’argento possibili target «sono assai difficili da evidenziare data la condizione di enorme ipercomprato attuale. Ma non si possono escludere livelli ancora superiori anche di un 10-20%». (riproduzione riservata)