Oro, maggiore calo settimanale da oltre quattro mesi. Unicredit: rischi di recessione contenuti
Oro, maggiore calo settimanale da oltre quattro mesi. Unicredit: rischi di recessione contenuti
Dall’inizio della settimana, l’oro ha perso il 3,6% del suo valore, avviandosi a registrare la performance settimanale peggiore da giugno

di Francesca Gerosa 23/10/2026 10:50

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L’oro si avvia verso il maggior calo settimanale da oltre quattro mesi perché l’impennata dei prezzi del petrolio (future sul Brent +0,15% a 113,34 dollari al barile il 23 ottobre) rafforza le aspettative di tassi d’interesse più alti più a lungo negli Stati Uniti. L’oro spot perde lo 0,36%, scendendo a quota 4.022,58 dollari l’oncia, ma nell’intraday è andato sotto la soglia psicologica di 4.000 a 3.986,85 dollari, il livello più basso dal 20 luglio. Dall’inizio della settimana, il metallo ha perso il 3,6% del suo valore, avviandosi a registrare la performance settimanale peggiore da giugno. Anche i futures sul metallo prezioso calano dello 0,54% a 4.038,27 dollari l’oncia.

Oro per un attimo sotto 4.000  dollari l’oncia

Gli speculatori stanno cercando di difendere la soglia chiave di 4.000 dollari l’oncia, perché una rottura netta al ribasso indicherebbe che il mercato ha smesso di scontare un allentamento dei tassi d’interesse e ha iniziato, invece, a prevedere un’inflazione persistente, rendimenti elevati e un dollaro più forte, spiega Monte Safieddine, responsabile della ricerca di Capital.com.

Un mix di fattori sfavorevole

I prezzi del petrolio continuano a salire perché gli attacchi degli Houthi in Arabia Saudita alimentano i timori di ulteriori interruzioni delle forniture energetiche provenienti dal Medio Oriente. Prezzi dell’energia elevati rafforzano le aspettative che la Fed mantenga i tassi d’interesse su livelli elevati più a lungo, aumentando il costo opportunità di detenere lingotti che non generano rendimenti.

«Un’ulteriore escalation sul fronte geopolitico rischia di spingere il petrolio ancora più in alto. Il rincaro del greggio sta riaccendendo i timori inflazionistici, facendo salire i rendimenti e ritardando l’allentamento monetario della Fed. È una combinazione particolarmente sfavorevole per l’oro», aggiunge Safieddine.

Dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, alla fine di febbraio, l’oro ha perso oltre un quinto del proprio valore. «Nel breve termine manteniamo un atteggiamento prudente, soprattutto perché l’oro ha faticato a reagire positivamente al recente calo dei rendimenti», afferma Christopher Wong, analista di Oversea-Chinese Banking Corp., secondo il quale i timori persistenti sull’inflazione potrebbero prevalere sui benefici derivanti dalla diminuzione dei rendimenti.

Attesi tassi fermi dalla Fed

L’attenzione si sposta, quindi, sulla riunione di politica monetaria della Fed del 27 e 28 ottobre e sui dati relativi alle spese per consumi personali (Pce), attesi la prossima settimana. Si tratta di un indicatore seguito con particolare attenzione perché rappresenta la misura dell’inflazione preferita dalla banca centrale americana per valutare il raggiungimento del suo obiettivo del 2%. Gli economisti si aspettano che la banca centrale lasci invariati i tassi d’interesse la prossima settimana. Tuttavia, le probabilità attribuite a un aumento a dicembre rimangono al 76%.

Nel frattempo gli investitori stanno riducendo l’esposizione alle società legate all’intelligenza artificiale e si stanno orientando verso i titoli di Stato statunitensi, considerati più sicuri. Secondo Justin Lin, analista di Global X ETFs, è probabile che l’oro abbia subito «vendite dettate da esigenze di liquidità». Questo fenomeno tende a verificarsi durante le fasi brusche di ribasso dei mercati.

La correzione dell’oro segnala rischi di recessione limitati

I tassi reali privi di rischio nell’Eurozona sono diminuiti recentemente, ma rimangono elevati rispetto ai livelli storici, segnalando prospettive economiche solide. Allo stesso tempo, la domanda di oro è rimasta contenuta, nota Francesco Maria Di Bella, Fixed Income Strategist di Unicredit, ricordando che questa sera Moody’s riesaminerà il rating creditizio della Francia, attualmente pari ad Aa3 con un outlook negativo. «Ci aspettiamo che l’agenzia di rating declassi il debito pubblico francese, poiché il deterioramento degli indicatori di finanza pubblica si somma ai vincoli politici che ostacolano gli sforzi volti a riportare i conti pubblici su un percorso più sostenibile», prevede l’esperto di Unicredit.

Dal momento che S&P e Fitch hanno già assegnato al Paese un rating inferiore di un gradino, Di Bella ritiene che questa decisione sia ampiamente attesa e che non dovrebbe provocare un ulteriore peggioramento della performance dei titoli di Stato francesi. Lo spread tra i titoli di Stato francesi Oat a 10 anni e i Bund tedeschi di pari scadenza si attesta attualmente intorno a 175 punti base, ovvero 90 punti base in più rispetto all’inizio di settembre e al livello più alto dal picco raggiunto nel novembre 2011.

Un declassamento del rating manterrebbe elevata l’attenzione degli investitori sull’incertezza politica e sull’indebolimento dei fondamentali economici della Francia. Le elezioni presidenziali del prossimo anno rappresentano una fonte di preoccupazione non soltanto per la Francia, ma per l’intera Eurozona, e si aggiungono ad altri fattori di rischio, come le tensioni geopolitiche e gli elevati prezzi dell’energia.

La combinazione di fattori di rischio interni ed esterni rende più incerto il quadro economico per le imprese europee. Finora, tuttavia, queste ultime hanno dimostrato una buona capacità di tenuta. Il 23 ottobre l’indice Pmi Composito dell’Eurozona è rimasto su livelli elevati a 51,9 punti a ottobre, anche se in calo dai 53,1 di settembre, indicando che le imprese continuano a gestire le attuali difficoltà in modo relativamente efficace. «Riteniamo infatti che il rischio di una contrazione economica sia limitato, grazie sia agli investimenti pubblici sia a quelli privati», precisa di Bella.

I  tassi reali dell’Eurozona rimangono elevati, nonostante il calo recente: il tasso reale a 5 anni si colloca intorno all’1%. Questo movimento per l’esperto può riflettere una fuga verso la qualità (flight to quality), con gli investitori che si orientano verso i Bund tedeschi e gli swap, riducendo al contempo le posizioni sui titoli dei Paesi periferici dell’Eurozona. Potrebbe, inoltre, essere riconducibile a un riequilibrio delle componenti dei tassi d’interesse, successivo all’aumento delle aspettative d’inflazione implicite nei prezzi di mercato.

In questo contesto si colloca la correzione recente dei prezzi dell’oro. La quotazione dei lingotti, fa presente Di Bella, è anche espressa in euro, una scelta che attenua il calo registrato nelle ultime sedute alla luce del rafforzamento del dollaro statunitense. A titolo di riferimento, l’oro ha perso il 7% in dollari e il 4% in euro. «Questa correzione riflette l’aumento dei rendimenti a partire dall’inizio di settembre, in particolare della loro componente reale. Al tempo stesso, gli afflussi elevati di capitali negli Etf, la domanda delle banche centrali e le esigenze di diversificazione hanno contribuito a stabilire un floor per i prezzi dell’oro.

Poiché assumere posizioni lunghe sull’oro, ossia puntare su un suo rialzo, è generalmente associato alla presenza di rischi fiscali o alla possibilità di una contrazione economica, spiega ancora lo strategist di Unicredit, «le oscillazioni recenti del prezzo del metallo prezioso suggeriscono che i rischi di recessione sono attualmente percepiti come limitati». (riproduzione riservata)