I prezzi dell’oro si stabilizzano. Gli investitori hanno acquistato il metallo prezioso dopo che è sceso al minimo da oltre un mese e mezzo in seguito ai timori sull’inflazione che hanno innescato vendite pesanti sul mercato obbligazionario globale.
Alle 10 del 18 maggio il prezzo dell’oro spot segna un +0,06% a 4.547,36 dollari l’oncia, dopo aver toccato nella prima parte della seduta il livello più basso dal 30 marzo a 4.480,68 dollari l’oncia (il 29 gennaio il record assoluto a 5.595,46 dollari). Ha registrato un -14% dall'inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran alla fine di febbraio. Il future sull’oro perde lo 0,20% e scende a quota 4.552,90 dollari.
L’oro ha incontrato difficoltà dall’inizio della guerra in Medio Oriente, poiché l’aumento dei costi energetici ha aumentato le pressioni inflazionistiche a livello globale, rendendo meno probabile un allentamento della politica monetaria da parte delle banche centrali. Con il conflitto ancora lontano da una conclusione, i mercati obbligazionari globali hanno registrato forti vendite, mettendo sotto pressione l’oro, che non offre rendimento.
I prezzi del petrolio hanno raggiunto il massimo delle ultime due settimane (future sul Brent +0,97% a 110,32 dollari al barile il 18 maggio) dopo che un attacco con droni ha provocato un incendio in una centrale nucleare negli Emirati Arabi Uniti. Il rendimento dei Treasury Usa a 10 anni sale al 4,6%, il livello più alto da febbraio 2025, mentre il rendimento dei titoli di Stato giapponesi a 10 anni ha raggiunto livelli che non si vedevano da ottobre 1996.
«La svendita sulla parte lunga della curva dei Treasury Usa suggerisce che i tassi di interesse a lungo termine potrebbero essere in aumento, il che, indirettamente, aumenta anche il costo opportunità di detenere oro», spiega Kelvin Wong, senior market analyst di Oanda. «I mercati stanno sempre più prezzando un rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve entro fine anno, con una probabilità del 50% di un intervento entro dicembre, secondo lo strumento FedWatch del Cme Group.
Inoltre, Goldman Sachs si aspetta che entro la fine dell’anno le banche centrali aumenteranno gli acquisti di lingotti, sostenendo i prezzi. Gli acquisti dovrebbero salire fino a una media di 60 tonnellate al mese nel corso dell’anno. Tanto per un confronto: la media mobile a 12 mesi degli acquisti era pari a 50 tonnellate a marzo, in aumento rispetto alla precedente stima di 29 tonnellate.
Il World Gold Council ha stimato acquisti da parte delle banche centrali pari a 244 tonnellate nel primo trimestre di quest’anno, in aumento rispetto alle 208 tonnellate dei tre mesi precedenti. Per le banche centrali esiste un «forte interesse strutturale per l’oro e i recenti sviluppi geopolitici probabilmente rafforzeranno nel tempo la diversificazione», sottolinea Goldman Sachs.
Ma se la banca d’affari Usa ha mantenuto una previsione rialzista, stimando che i prezzi dell’oro possano salire fino a 5.400 dollari l’oncia entro la fine di quest’anno, in linea con le previsioni di Ubs, JP Morgan ha dichiarato domenica 17 maggio di aver ridotto la sua previsione sul prezzo medio dell’oro per il 2026 a 5.243 dollari l’oncia, rispetto ai precedenti 5.708 dollari, citando una domanda a breve termine più debole per il metallo prezioso.
«L’oro è intrappolato in una sorta di «terra di nessuno tecnica», oscillando sopra la media mobile a 200 giorni intorno a 4.340 dollari l’oncia e al momento limitato al rialzo dalla media mobile a 50 giorni a 4.730 dollari l’oncia», osserva JP Morgan, aggiungendo che le aspettative su un rialzo dei tassi da parte della Fed stanno temporaneamente mettendo l’oro in secondo piano tra gli investitori.
Anche Anz ha abbassato il suo target di fine anno per l'oro a 5.600 dollari, poiché le aspettative di inflazione, i rendimenti più elevati e un dollaro più forte potrebbero esercitare pressione sui prezzi. Comunque, JP Morgan ha mantenuto la sua visione rialzista di medio termine e ha stimato che, una volta dissipata l'enorme incertezza sull'energia e sull'inflazione, la domanda di oro da parte degli investitori e delle banche centrali si intensificherà nuovamente nella seconda metà del 2026 e che il prezzo possa tornare a 6.000 dollari l’oncia. (riproduzione riservata)