Accanto agli strumenti di risparmio gestito per scommettere sui rialzi dell’oro finanziario (gli Etc), gli investitori hanno anche la possibilità di esporsi al metallo tramite l’oro fisico da investimento. Uno strumento spesso confuso con l’oro da gioielleria, ma che nei fatti segue le stesse quotazioni del metallo sui mercati finanziari e gode anche dell’esenzione dall’Iva, di cui invece l’oro da gioielleria non beneficia.
«La differenza fondamentale tra oro fisico e finanziario è legata al possesso: nel primo caso è tangibile, mentre con gli Etc si ha una proprietà indiretta con potenziale, seppur remoto, rischio di controparte».
Chi parla è Simone Manenti, amministratore delegato di Confinvest Oro, società quotata sull’Egm e specializzata proprio nella compravendita di oro fisico da investimento, che prevede l’acquisto di lingotti e monete di vario peso, senza però la necessità di custodia e «con copertura assicurativa totale, che invece per la custodia nei caveaux bancari privati è prevista solo entro certi massimali», ricorda l’ad.
Manenti individua due target di clientela: «Da una parte c’è chi vuole proteggere il patrimonio possedendo fisicamente il lingotto e tende a fare investimenti in un’unica soluzione». Dall’altra «chi preferisce impostare dei piani di accumulo per mediare nel tempo eventuali oscillazioni delle quotazioni, in un’ottica di lungo periodo». In termini pratici l’investimento in monete e lingotti è identico, visto che si tratta di monete senza valore numismatico.
La differenza sostanziale è il taglio. A titolo di esempio, un investitore che avesse a disposizione 130 mila euro potrebbe (alle quotazioni attuali) investire in un singolo lingotto da un chilo, ma in tal caso se avesse improvviso bisogno di liquidità dovrebbe vendere integralmente il metallo. Oppure potrebbe acquistare più monete, che gli consentirebbero maggiore flessibilità.
Per quanto riguarda le prospettive per il lingotto, Manenti ha una visione costruttiva. «Con lo scoppio della guerra in Medio Oriente l’oro ha iniziato a scendere per tre motivi principali». Primo, l’aumento dei prezzi dell’energia: «La paura era che la Fed alzasse i tassi, e questo ha riportato la concorrenza dei bond visto che l’oro non paga dividendi e non stacca cedole». Secondo, il dollaro. «Il lingotto è quotato in dollari: quando il biglietto verde sale il metallo diventa più caro per chi compra in altre valute».
Terzo, un fattore tecnico. Allo scoppio della guerra, sottolinea Manenti, «i grandi operatori avevano bisogno di cassa immediata. L’oro è un asset facile e veloce da liquidare e in grado di generare plusvalenze importanti»
Oggi però il trend appare nuovamente rialzista.
«Guardando alla quotazione in euro, tra luglio e agosto c’è stato un apprezzamento fino ai 130 euro al grammo (+10%, ndr), e oggi si viaggia intorno a 120. In questo caso a favorire il lingotto è stato l’indebolimento del dollaro, insieme all’annuncio del maxi-buyback obbligazionario da parte del Tesoro Usa». Se si aggiungono debito pubblico Usa, acquisti delle banche centrali (soprattutto Cina), tensioni in Medio Oriente si spiega ulteriormente il rialzo del metallo. In questo modo, conclude l’ad, «l’oro potrebbe arrivare, come stimato peraltro da Goldman Sachs, anche intorno a 4.900 dollari a fine anno». (riproduzione riservata)