Scattano i realizzi su oro e argento, mentre l’escalation della guerra in Medio Oriente sconvolge i mercati energetici globali e spinge gli investitori verso i beni rifugio. Il prezzo spot del metallo prezioso il 3 marzo è salito nell’intraday fino a 5.380 dollari l’oncia salvo poi invertire il trend e cedere alle 18:40 il 4,23% a 5.082,10 dollari l’oncia (oltre +3% nelle quattro sedute precedenti). -6,45% a 82,28 dollari l’oncia l’argento dopo un top intraday a 91,34 dollari al barile.
Il presidente statunitense, Donald Trump, ha dichiarato che gli Stati Uniti continueranno la loro offensiva militare «per tutto il tempo necessario» e Israele ha annunciato un’«ondata di attacchi» contro i centri di comando iraniani. Teheran ha colpito infrastrutture petrolifere e del gas e ha minacciato il traffico marittimo nello strategico Stretto di Hormuz.
Il conseguente balzo dei prezzi dell’energia alimenta i timori di inflazione negli Stati Uniti, provocando un calo dei Treasury (il 10 anni rende il 4,10%) e aumentando la probabilità che la Federal Reserve mantenga i tassi d’interesse invariati più a lungo. I trader ora scontano un taglio dei tassi entro settembre, più tardi rispetto alle stime precedenti. Mentre nel caso della Bce i mercati prezzano al 25% la possibilità di un rialzo dei tassi. Sebbene tassi più elevati possano penalizzare l’oro, possono anche rafforzare il ruolo del metallo giallo come migliore riserva di valore.
L’oro ha raggiunto a gennaio il massimo storico a 5.590 dollari l'oncia con la domanda sostenuta dalle persistenti tensioni geopolitiche e commerciali con i nuovi dazi al 10% annunciati da Trump, nonché dalle preoccupazioni sull’indipendenza della Fed. La ripresa di una più ampia fuga da obbligazioni e valute, nota come «debasement trade», ha dato nuovo impulso a un rally pluriennale.
D’altra parte, spiega Michaël Lok, Group Cio and Co-Ceo Asset Management di UBP, l'oro è l'espressione più chiara dell'aumento dell'avversione al rischio, poiché, a differenza del settore energetico, il contesto fondamentale del metallo giallo è caratterizzato da un'offerta anelastica e da una domanda sottostante robusta.
«Osserviamo che gli investitori in futures detengono circa il 60% delle posizioni lunghe sull'oro che prevalevano nel gennaio 2026. Il posizionamento attuale è pari a circa 500 miliardi di dollari. Come regola generale, un afflusso di 100 miliardi di dollari equivale a un aumento del prezzo dell'oro del 3%, il che significa che se il posizionamento dei futures tornasse ai livelli di gennaio, l'oro potrebbe facilmente aumentare di almeno il 5% rispetto agli attuali livelli di 5.400 dollari l'oncia», calcola Lok.
A seconda dell'intensità e della durata del conflitto attuale, vi è quindi ampio margine affinché l'oro possa sfidare i massimi raggiunti a gennaio a 5.590 dollari l'oncia. «Se il conflitto dovesse protrarsi per diverse settimane, l'oro potrebbe sfidare i recenti massimi storici», conferma l’esperto di UBP che ha costantemente sottolineato le proprietà naturalmente convesse dell'oro come vantaggiose per gli investitori in periodi di elevato rischio geopolitico. «Ciò è evidente ancora una volta», conclude Lok «e sottolinea l'importanza di mantenere posizioni in oro nei portafogli nonostante le valutazioni elevate».
Anche perché l’ultimo rally, indica Alessandro Valentino, Product Manager di VanEck, non è eccezionale: «Abbiamo osservato dinamiche simili durante l'invasione russa dell'Ucraina e in varie fasi dei conflitti israeliani. Nel caso del Venezuela, sebbene il meccanismo principale di trasmissione fosse dovuto alle interruzioni del mercato energetico, preoccupazioni più ampie riguardo all'instabilità politica e alle sanzioni hanno contribuito anche all'aumento della domanda di oro. Ogni episodio ha scatenato una volatilità a breve termine nei mercati energetici e una parallela offerta per l'oro come copertura contro l'instabilità geopolitica e finanziaria».
Ciò che rende la fase attuale più rilevante dal punto di vista strutturale è che questi shock, spiega Valentino, si stanno sviluppando all'interno di una già in corso e pluriennale riallocazione delle riserve globali. Il sequestro delle riserve di cambio valute russe nel 2023 ha accelerato, ma non ha avviato, un più ampio processo di de-dollarizzazione che si sviluppa da oltre un decennio.
La quota del dollaro statunitense nelle riserve globali di cambi è diminuita costantemente, mentre gli acquisti d'oro da parte delle banche centrali sono rimasti strutturalmente elevati. Solo nel 2025, le banche centrali hanno aggiunto 863 tonnellate d'oro, ben al di sopra della media pre-2022 e la domanda totale d'oro ha superato per la prima volta le 5.000 tonnellate.
Per la prima volta nella storia moderna, aggiunge Alessandro Cominelli, Executive Director di CFE Finance, il valore delle riserve in oro ha sorpassato quello del dollaro americano, un movimento iniziato nel 2025 e ancora in crescita. Il metallo giallo, incalza Cominelli, «deve essere sempre presente in un portafoglio diversificato proprio per controbilanciare gli effetti negativi sugli altri attivi finanziari detenuti. Basta osservare il trend partito alla fine del 2021 con l’esplosione dell’inflazione; quotava in area 2.100 ed oggi siamo a 5.400. C’è da chiedersi se questo trend continuerà ancora e con che potenza».
In conclusione, la forza dell'oro oggi riflette sia i flussi ciclici di rifugio sicuro legati alle tensioni mediorientali sia un cambiamento strutturale più profondo nella gestione delle riserve. Le banche centrali globali stanno progressivamente diversificando allontanandosi dall'esposizione concentrata al dollaro Usa, aumentando il ruolo strategico dell'oro all'interno delle riserve ufficiali. «Non si tratta di una rottura improvvisa, ma della continuazione di un lungo movimento storico che ora sta diventando più visibile e marcato in mezzo a una crescente frammentazione geopolitica», precisa Valentino.
Anche l'argento potrebbe trarre qualche beneficio dai recenti eventi geopolitici grazie alla sua stretta correlazione con l'oro. Nonostante il profilo di domanda pro-ciclico dell'argento, che potrebbe risentire in parte degli sviluppi del conflitto, la componente monetaria e di bene rifugio continua a mostrare una notevole forza e a guidare l'andamento dei prezzi dell’argento, suggerisce Matt Lodge, Commodities Investment Strategist di Global X.
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