L’oro entra in fase orso anche per colpa delle banche centrali. Quello che fino a pochi mesi fa appariva come il principale motore del metallo prezioso, gli acquisti appunto delle banche centrali, potrebbe essersi inceppato perché alcuni dei Paesi che più hanno accumulato riserve auree, stanno vendendo o pensando di farlo.
Il motivo? La Russia ha già alleggerito le riserve perché a corto di risorse per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina. Mentre la Turchia potrebbe iniziare a farlo per sostenere la lira e la Polonia per investire nella difesa senza dover ricorrere ai prestiti europei. Per le banche centrali, del resto, sono pronte robuste plusvalenze dopo la corsa dell’oro degli ultimi mesi e il cambio di strategia rischia di non essere isolato ed estendersi almeno nel breve termine.
Dopo l’inizio della guerra in Iran l’oro ha perso smalto mettendo in dubbio la sua fama di bene rifugio per eccellenza in contesti geopolitici complessi, come quello attuale. Negli ultimi due mesi il metallo giallo ha perso quasi il 25%, entrando tecnicamente in una fase ribassista. I prezzi si sono stabilizzati poco sopra 4.400 dollari l’oncia, ma sono ben lontani dal record di circa 5.600 dollari l’oncia di fine gennaio. Senza contare che dall’avvio del conflitto l’oro ha lasciato sul terreno il 14% e la scorsa settimana (-10%) è stata la peggiore dal febbraio del 1983.
La colpa non è solo delle vendite delle banche centrali. A pesare di più è il rischio di una fiammata dell’inflazione dovuta al caro energia scatenato dalla guerra. Il balzo dei prezzi di petrolio e gas potrebbe spingere la Bce ad alzare i tassi e la Fed a non tagliarli. Un duro colpo per l’oro che non dà rendimenti, quindi diventa meno attrattivo quando le banche centrali adottano una politica monetaria più restrittiva.
Con il rialzo dei tassi, infatti, salgono i rendimenti dei titoli di Stato, che diventano più convenienti per gli investitori. Ma anche il rafforzamento del dollaro post guerra pesa sul metallo giallo perché diventa più costoso comprarlo per chi deve convertire la valuta nazionale in quella americana.
L’altro elemento chiave è la liquidità. In fasi turbolente sulle borse come l’attuale, gli investitori sono spesso costretti a vendere gli asset più liquidi per far fronte alle margin call o per compensare le perdite. E il metallo prezioso, dopo la corsa dell’ultimo anno, è perfetto vista la plusvalenza che garantisce. Si spiegano così i recenti deflussi dagli Etf.
Ultimo fattore, alcuni alcuni Paesi potrebbero aver deciso (o starebbero valutando) di ridurre le riserve auree per far fronte ai maggiori costi dell’energia: sia per trovare le risorse per comprarla che per aiutare i cittadini in difficoltà. Ne emerge un quadro complesso, che non implica necessariamente la fine del ruolo di bene rifugio dell’oro, ma che per gli analisti suggerisce una maggiore cautela. (riproduzione riservata)