Gli specialisti di Bofa Merrill Lynch non hanno dubbi: il prezzo dell’oro toccherà 6.000 dollari l’oncia nei prossimi 12 mesi. Dopo averlo visto scendere a fine aprile sotto 4.700 dollari, ben lontano dal picco di 5.500 dollari toccato a gennaio, per molti operatori non si tratta di un esito scontato. Il metallo giallo sembra infatti aver perso la caratteristica di inflation-hedge, cioè la capacità di coprire dai rischi di inflazione, proprio mentre i prezzi al consumo puntano verso l’alto, trainati dal balzo del costo dell’energia. Il motivo? Gli investitori istituzionali hanno preferito puntare sui titoli di stato, i cui rendimenti reali superano l’inflazione. Una scelta pragmatica, per affrontare una fase molto complicata a causa dei conflitti in Medioriente. Ma proprio «la continua incertezza sulla politica economica statunitense, inclusi un elevato deficit fiscale e un dollaro debole, dovrebbe sostenere la domanda del metallo giallo nei prossimi mesi», spiegano gli esperti Bofa Merrill Lynch.
Sul trend rialzista concorda Goldman Sachs: il prezzo dell’oro raggiungerà 5.400 dollari l’oncia entro la fine dell’anno, perché gli investimenti delle banche centrali rimangono un pilastro fondamentale, nonostante periodi di volatilità. Occhio però al breve periodo: i rischi sono orientati al ribasso, soprattutto se le tensioni geopolitiche dovessero innescare ulteriori vendite.
Oro volatile nel breve termine, ma ciclo rialzista intatto. «La recente tendenza al ribasso dovrebbe invertirsi nei prossimi mesi, poiché i prezzi elevati dell’energia dovrebbero iniziare a pesare sulla crescita economica. Ciò porterà probabilmente a una correzione delle aspettative sui tassi d'interesse, che dovrebbero fornire un vento favorevole per un rimbalzo del metallo giallo» dice Claudio Wewel, Fx strategist di J.Safra Sarasin. Le quotazioni attuali del lingotto rappresentano quindi, a suo parere, un consolidamento temporaneo piuttosto di un declino strutturale di lungo termine.
Per Gian Marco Salcioli, strategist di Assiom Forex, è una vera e propria lotta competitiva che si sta consumando in queste settimane e che tiene l’oro con un limitato upside, almeno per ora. La tensione tra oro e titoli di stato è reale ed è destinata a perpetuarsi fino a quando rimarranno le incertezze relative al conflitto. «La regola quasi meccanica è semplice nella logica ma difficile da prevedere nella sua evoluzione: più prolungata la chiusura dello stretto di Hormuz, maggiore la salita dell’inflazione. I rendimenti obbligazionari rimarranno probabilmente elevati finché non emergerà un percorso più chiaro per le politiche delle banche centrali».
Anche secondo Peter Kinsella, head of investment services Uk di Union Bancaire Privée (Ubp), il profilo della domanda di fondo rimane estremamente solido, «sostenuto dagli acquisti di oro da parte delle banche centrali e dalla diffusa domanda da parte degli investitori retail». L’ulteriore indebolimento del dollaro statunitense e le persistenti tensioni geopolitiche continueranno a favorire un aumento del prezzo nel lungo periodo.
Pur mantenendo un atteggiamento costruttivo sull’oro, date le sue caratteristiche monetarie, altri metalli preziosi necessari per lo sviluppo globale dell'intelligenza artificiale possano trarne vantaggio nel breve termine. «Grazie alla sua eccellente conduttività elettrica, l'argento rappresenta un componente fondamentale. La crescente domanda di infrastrutture per il calcolo ad alte prestazioni sostiene anche altri metalli preziosi ad uso industriale, come il palladio e il platino» spiega Wewel. Salcioli fa inoltre notare che «storicamente l'argento tende a sovraperformare l’oro nelle fasi di accelerazione inflazionistica, grazie alla sua componente industriale che amplifica la risposta ai cicli di crescita». In sintesi il metallo giallo è da preferire per chi cerca stabilità, l’argento per chi è disposto a rischiare di più. (riproduzione riservata)