L’oro sale alla fine di una settimana volatile, mentre il primo aumento dei tassi d’interesse da parte della Fed dal 2023 e il calo dei prezzi del petrolio (future sul Brent -0,10% a 104,63 dollari al barile) per il terzo giorno consecutivo contribuiscono ad attenuare i timori sull’inflazione. Anche se la retorica del presidente della Fed, Kevin Warsh, sull’inflazione ha fatto aumentare le aspettative per almeno un ulteriore rialzo dei tassi quest’anno e per uno o due ulteriori rialzi nel 2027, venti contrari per l’oro.
Il metallo prezioso è salito il 18 settembre fino a un massimo a 4.399 dollari l’oncia. I rendimenti dei Treasury Usa sono scesi lungo tutte le scadenze (al 5% il decennale), dopo essere schizzati verso l’alto sulla scia della decisione unanime della Fed di aumentare i tassi di un quarto di punto percentuale. Questo movimento ha ridotto parte della pressione sull’oro, che generalmente tende a sottoperformare quando i rendimenti obbligazionari sono più elevati, poiché l’oro non paga interessi.
«Il metallo giallo sembra aver assorbito senza particolari contraccolpi i segnali restrittivi della Fed, trovando invece un sollievo immediato nel calo dei prezzi del petrolio, grazie alle speranze che il ciclo di rialzi dei tassi della Fed si riveli contenuto», ha dichiarato Han Tan, chief market analyst di Bybit.
Il rimbalzo ha riportato il lingotto al di sopra della media mobile a 100 giorni, un indicatore del momentum del mercato. Nonostante questo, rimane al di sotto dei livelli precedenti all’inizio della guerra tra Stati uniti e Iran, iniziata alla fine di febbraio.
Naturalmente l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente sarà un fattore determinante per l’andamento del prezzi dell’oro. «Se il conflitto dovesse protrarsi e i prezzi del petrolio rimanessero elevati anche per gran parte del 2027, ciò potrebbe spingere le banche centrali ad aumentare i tassi più di quanto gli investitori si aspettino, esercitando una pressione al ribasso sui prezzi dell’oro», ha avvertito Hamad Hussain, economista di Capital Economics.
Nelle ultime settimane gli investitori sono tornati a comprare oro, scommettendo sul fatto che i fattori di lungo periodo che lo sostengono continueranno a essere presenti. Gli Etf garantiti da oro monitorati da Bloomberg hanno registrato afflussi di capitali anche mentre i prezzi scendevano.
Anche le banche centrali continuano a rafforzare le proprie riserve auree attraverso nuovi acquisti. Alla fine di agosto Goldman Sachs ha previsto che quest’anno avrebbero acquistato in media 50 tonnellate d’oro al mese, quasi tre volte la media mensile di 17 tonnellate registrata prima del 2022. Con ancora diversi mesi dell’anno davanti, resta da vedere se gli acquisti delle banche centrali raggiungeranno effettivamente questo ritmo.
Utilizzando gli ultimi dati sulle riserve del World Gold Council, relativi al periodo da gennaio a luglio 2026 (gli ultimi dati comunicati dalle banche centrali al Fondo Monetario Internazionale), il team di BestBrokers ha analizzato le banche centrali che hanno accumulato più oro dall’inizio del 2026. E ha esaminato quanto valgono oggi questi acquisti. Gli ultimi dati mostrano che i mesi estivi non hanno comportato una pausa: le banche centrali hanno incrementato le proprie riserve auree, con gli acquisti che hanno superato le 287 tonnellate dall’inizio dell’anno.
Polonia e Cina da sole rappresentano oltre il 52% di questo incremento, infatti hanno aggiunto, rispettivamente, 90 e 60 tonnellate e rafforzato ulteriormente la loro posizione tra i maggiori detentori d’oro al mondo. Sul fronte delle vendite, viceversa, Turchia e Russia hanno continuato a ridurre le proprie riserve, con deflussi netti, rispettivamente, di 84,5 e 49,8 tonnellate dall’inizio dell’anno.
Ecco i maggiori acquisti di oro effettuati dalle banche centrali finora nel 2026:
Polonia: +90 tonnellate, portando le riserve a 640,21 tonnellate
Cina: +60 tonnellate, riserve a 2.366,33 tonnellate
Uzbekistan: +40,4 tonnellate, riserve a 430,78 tonnellate
Kazakistan: +28,7 tonnellate, riserve a 369,76 tonnellate
Repubblica Ceca: +12,5 tonnellate, riserve a 84,08 tonnellate
Singapore: +10 tonnellate, riserve a 203,54 tonnellate
Cile: +9,5 tonnellate, riserve a 9,79 tonnellate
Malesia: +5,9 tonnellate, riserve a 44,79 tonnellate
Ghana: +5,8 tonnellate, riserve a 24,40 tonnellate
Giordania: +4,9 tonnellate, riserve a 77,76 tonnellate
Da qui emerge che più della metà dell’oro acquistato dalle banche centrali finora nel 2026 è confluita nelle riserve di soli due Paesi: Polonia e Cina. Insieme hanno aggiunto 150 tonnellate, pari al 52,2% delle 287,4 tonnellate accumulate dai Paesi che hanno registrato variazioni positive. Se si aggiungono Uzbekistan e Kazakistan, i quattro maggiori acquirenti rappresentano 219,1 tonnellate, cioè più di tre quarti (76,2%) del totale.
La Polonia non si sta semplicemente limitando a mantenere la propria posizione in oro, ma la sta modificando rapidamente: l’aumento di 90 tonnellate registrato nel 2026 si aggiunge agli acquisti di 102 tonnellate del 2025, di 89,5 tonnellate del 2024 e di 130 tonnellate del 2023, nota il team di BestBrokers. Ciò equivale a più di 411 tonnellate aggiunte in quattro anni, portando le sue disponibilità a 640,2 tonnellate. A settembre 2026, l’oro rappresenta già il 28,2% delle sue riserve.
Anche gli acquisti della Cina stanno assumendo un’importanza crescente, anche se l’oro rimane una componente relativamente piccola del suo portafoglio di riserve: nel 2026 ha aggiunto 60 tonnellate, più del doppio rispetto all’incremento di 27 tonnellate registrato nel 2025; tuttavia, l’oro rappresenta soltanto l’8,1% delle sue riserve.
Uzbekistan, Kazakistan e Repubblica Ceca completano i cinque maggiori acquirenti del 2026, con acquisti rispettivamente di 40,4, 28,7 e 12,5 tonnellate. Per Uzbekistan e Kazakistan, questi incrementi equivalgono a quasi il 10% e l’8% delle rispettive scorte d’oro esistenti, mentre l’acquisto della Repubblica Ceca rappresenta quasi il 15% delle sue disponibilità.
La Turchia si distingue sul fronte delle vendite, con una diminuzione delle disponibilità ufficiali di oro pari a 84,5 tonnellate nel 2026, dovuta in larga misura alle consistenti vendite effettuate nel primo trimestre, tra cui una riduzione di 60,4 tonnellate solo nel mese di marzo. Anche la Russia ha registrato riduzioni significative, con una diminuzione delle sue disponibilità auree di 49,8 tonnellate.
«Resta da vedere se i mesi rimanenti provocheranno un ulteriore rimescolamento della classifica, ma il continuo susseguirsi di acquisti e vendite potrebbe fare sì che la situazione a fine anno sia significativamente diversa da quella dell’inizio dell’anno», commenta Alan Goldberg, lead data analyst di BestBrokers.
Nella classifica dei Paesi più attivi non c’è il Venezuela. Ma il governo venezuelano e l'opposizione, secondo il Financial Times, sarebbero vicini a un accordo per trasferire le riserve auree della banca centrale, del valore di 4 miliardi di dollari, dalla Banca d'Inghilterra alla Fed di New York. Secondo l'accordo proposto, il governo ad interim di Delcy Rodriguez otterrebbe il controllo legale dell'oro, ma non potrebbe vendere immediatamente le riserve.
Invece, queste potrebbero essere utilizzate come garanzia per ottenere prestiti da parte del governo, anche per la ricostruzione dopo i due terremoti di giugno nel Paese sudamericano. Un portavoce del Ministero degli Esteri britannico ha dichiarato che il governo «non è parte nel procedimento giudiziario volto a determinare chi debba avere il controllo dell'oro venezuelano detenuto presso la Banca d'Inghilterra». I tribunali britannici e la BoE sono indipendenti dal governo, ha aggiunto il portavoce.
Il mese scorso, il presidente dell'Assemblea nazionale venezuelana, Jorge Rodriguez, aveva dichiarato che il Paese stava lavorando per recuperare circa 31 tonnellate metriche di oro venezuelano custodite nei caveau sotterranei della Banca d'Inghilterra per contrastare l'impennata dell'inflazione. L’ultimo rifiuto della BoE di consegnare l'oro risale al 2019, quando il governo britannico sostenne l'allora leader dell'opposizione venezuelana, Juan Guaidó, contro Maduro. Da allora, l'oro è stato al centro di una lunga controversia giudiziaria nei tribunali britannici e non è stato consegnato, nonostante la cattura di Maduro da parte degli Stati Uniti a gennaio e una richiesta della presidente ad interim, Delcy Rodriguez, rivolta a Re Carlo. (riproduzione riservata)