Il caso sollevato da Milano Finanza sull’extra-tassazione applicata a chi ha aderito all’opas di Poste su Tim finisce sul tavolo del ministero dell’Economia. Il deputato leghista Giulio Centemero ha depositato un’interrogazione al Mef per chiedere «quali iniziative intenda assumere» in relazione al paradosso fiscale nato sull’opas. Come raccontato da questo giornale, i valori di scarico delle azioni Tim vendute e quelli di carico dei titoli di Poste sono stati gonfiati per un meccanismo interpretativo delle norme vigenti generando un carico fiscale aggiuntivo di 0,47 euro per azione.
Domanda. Come valuta quanto accaduto sulla tassazione dell’opas Poste su Tim?
Risposta. La vicenda merita un chiarimento rapido. Il punto non è mettere in discussione la corretta applicazione delle norme da parte degli intermediari, ma capire se l’interpretazione fiscale a monte produca un risultato coerente con la realtà economica dell’operazione. Se l’applicazione dell’articolo 9 del Tuir determina una plusvalenza fiscalmente rilevante superiore al guadagno effettivamente realizzato dall’investitore, siamo davanti a un effetto che deve essere verificato. Il Fisco dovrebbe tassare una plusvalenza reale, non crearne una virtuale. Proprio per questo sto facendo depositare un’interrogazione al ministro dell’Economia per chiedere al governo di approfondire la questione e valutare gli interventi necessari.
D. Un nuovo interpello all’Agenzia delle Entrate potrebbe aiutare a fare chiarezza?
R. Potrebbe fornire ulteriori elementi, soprattutto perché dal 2020 a oggi il mercato ci ha posto davanti a operazioni che consentono di vedere gli effetti di quell’interpretazione. Ma credo che ormai la questione abbia una portata più generale e non possa essere affidata all’iniziativa del singolo contribuente. Per questo con l’interrogazione chiediamo al Mef se ritenga opportuno un chiarimento interpretativo di carattere generale. Investitori e intermediari devono sapere ex ante quale sarà il trattamento fiscale di un’operazione.
D. Quanto accaduto è un vulnus legislativo o interpretativo?
R. È uno degli aspetti che vogliamo chiarire, mi sembra prematuro dire se il problema sia la norma o l’interpretazione. L’effetto distorsivo sembra derivare dall’applicazione dell’articolo 9 del Tuir secondo l’interpretazione fornita dall’Agenzia delle Entrate nel 2020. Se il problema può essere risolto interpretativamente, questa è la strada più rapida. Se invece emergerà che l’attuale formulazione normativa non consente di evitarlo, allora il Parlamento dovrà valutare un intervento legislativo.
D. Quale potrebbe essere la via giusta per risolverlo?
R. Procederei per gradi. Primo: una valutazione del Mef e dell’Agenzia delle Entrate sull’attualità dell’interpretazione del 2020. Secondo: se possibile, un chiarimento generale che elimini l’incertezza per le prossime operazioni. Terzo: qualora il problema non fosse risolvibile interpretativamente, un intervento mirato sul Tuir. L’obiettivo è semplice: evitare un doppio conteggio economico e fare in modo che la base imponibile rappresenti il valore effettivamente realizzato dall’investitore.
D. Gli investitori lamentano la scarsa trasparenza sul tema. Servono più informazioni sui temi fiscali nei prospetti delle opas?
R. La trasparenza è fondamentale. Quando una scelta di investimento può produrre conseguenze fiscali significative e non immediatamente intuitive, queste devono essere rappresentate all’investitore nel modo più chiaro possibile. Detto questo, non possiamo risolvere un problema di certezza fiscale semplicemente aggiungendo pagine ai documenti d’offerta. Prima dobbiamo avere una regola chiara; poi dobbiamo assicurarci che quella regola venga spiegata chiaramente agli investitori. Credo sia utile una riflessione sul coordinamento tra autorità fiscali e autorità di mercato.
D. Lo strumento dell’opas esce indebolito dalla vicenda?
R. Non credo che si debba mettere in discussione. L’opas è uno strumento importante per il mercato dei capitali e per le operazioni di aggregazione. Il rischio è un altro: l’incertezza fiscale può alterare le decisioni degli investitori. Un azionista dovrebbe decidere se aderire a un’offerta sulla base della convenienza economica, conoscendone gli effetti fiscali, e non essere condizionato dall’incertezza su come verrà determinata la base imponibile. Se vogliamo un mercato dei capitali più profondo e partecipato anche dai risparmiatori reali, servono regole semplici, prevedibili e neutrali. (riproduzione riservata)