La zavorra fiscale di 0,47 euro per azione di cui gli aderenti all’opas di Poste su Tim si sono dovuti fare carico resta un paradosso logico, ma dal punto di vista degli intermediari finanziari l’interpretazione applicata sarebbe quella corretta. Sarebbe questa la sintesi che, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, starebbe emergendo all’interno delle banche e degli intermediari finanziari. Allo stesso tempo, però, inizia a farsi spazio l’ipotesi della richiesta di un nuovo interpello all’Agenzia delle entrate visto che quello cui hanno fatto riferimento gli intermediari risale al 2020.
In base ad alcune indiscrezioni e testimonianze raccolte da questo giornale, più di un investitore che ha aderito all’opas nella prima fase avrebbe inviato contestazioni formali al proprio intermediario finanziario e sostituto d’imposta. Tanto che alcuni intermediari avrebbero dato mandato ad esperti esterni per verificare che l’interpretazione data dagli uffici interni sui prezzi gonfiati di scarico delle azioni Tim vendute (9,63 euro) e di carico delle azioni Poste ricevute (35,15 euro) fosse quella corretta.
E in effetti, dalle analisi emerge che, dal punto di vista formale, non c’è nulla da eccepire: la formula di calcolo del valore normale che ha prodotto il paradosso è corretta sulla base dell’interpretazione del caso Ubi/Intesa data dall’Agenzia delle Entrate nel 2020.
Resta però nei fatti l’anomalia che si traduce per l’investitore in una plusvalenza in eccesso sui cui viene chiamato a pagare il 26% di imposte, a fronte di una potenziale minusvalenza altrettanto teorica recuperabile in seguito.
Tanto che,a questo punto, potrebbe concettizzarsi l’ipotesi della richiesta di un nuovo interpello all’Agenzia delle Entrate per aggiornale la posizione che risale ormai a sei anni fa, su un caso diverso. Una nuova istanza, che dovrebbe riguardare un caso concreto e personale, potrebbe essere utile a dare nuovi chiarimenti su questa vicenda.
Intanto oggi si riuniranno i consigli di amministrazione di Poste (la mattina) e di Tim (il primo pomeriggio) per dare avvio alle manovre di integrazione della società tlc all’interno del gruppo guidato da Matteo Del Fante con l’obiettivo di generale, a regime, 700 milioni di euro di sinergie.
Poste non ha raggiunto la soglia del 90% di Tim che avrebbe consentito lo squeeze out dei titoli, ovvero l’obbligo dei soci di minoranza di venderli, velocizzando il delisting. Il gruppo postale ha però in mano l’85,86% delle azioni e il controllo dell’assemblea straordinaria, e può iniziare a lavorare all’integrazione. Mentre il cda di Tim, dove oggi non c’è alcun rappresentante di Poste, scadrà a primavera, compreso l’ad Pietro Labriola. (riproduzione riservata)