Oriana è tornata, ma purtroppo solo attraverso la serie di libretti che ha preso avvio, unita al Corriere della Sera. Se lei ci fosse ancora sarebbe, come al solito, in prima linea. E senza esitazione andrebbe ad affrontare Donald Trump o Vladimir Putin e tutti coloro che alla fine negano e disprezzano la democrazia.
Oriana non aveva paura di nessuno e quando voleva intervistare Deng Xiao Ping, avendo saputo che nel 1978 lo avevo intervistato io, quasi non mi dette pace per settimane fino a quando non riuscii a fissarle l’appuntamento per l’intervista.
Come ho già scritto in passato, all’interno della Città proibita, a Pechino, davanti a colui che ha salvato la Cina dopo Mao, non volendo mai essere formalmente il n. 1 ma mantenere la vecchia qualifica di vicepresidente, Oriana esordì così: «Non vi vergognate! Sono passata davanti alla piazza Tienanmen e ho visto, insieme a quella di politici nobili nella loro attività, quella di Stalin: ma non vi vergognate? Stalin ha ammazzato migliaia e migliaia di persone in Siberia: capo di stato di assoluta crudeltà...». Deng la fece finire e replicò esprimendo tutta la sua acutezza: «Può darsi che Stalin abbia fatto ammazzare migliaia e migliaia di essere umani, non lo nego, ma per il mondo Stalin ha un grandissimo merito, specialmente a vantaggio dell’Europa: ha sconfitto Hitler e quindi il nazismo».
Sarebbe bene che qualcuno ripubblicasse quella storica intervista, avendone i diritti, e magari lo faremo noi anche senza copyright. Perché potremmo commettere questa infrazione alle regole dei diritti d’autore? Ma perché tutti possano sapere che il mondo oggi è più in pericolo di allora, sia pure afflitto com’era dai resti dalla Seconda guerra mondiale e dalle sue conseguenze. E semplicemente perché la terza guerra mondiale potrebbe essere molto vicina. Con una differenza fondamentale rispetto ad allora: oggi ci sono armi ben superiori alla bomba atomica, che gli Stati Uniti usarono la prima volta per domare il Giappone.
L’escalation è impressionante. La guerra si propaga a macchia d’olio e la macchia è vicina all’Europa, con le concrete minacce del capo dell’Unione sovietica, Vladimir Putin, che disgraziatamente trova alimento nelle posizioni di costante incoerenza di Donald Trump, anche se solo in apparenza i capi del secondo e del terzo Paese del mondo sembrano andare d’amore e d’accordo. E l’incoerenza è proprio in questo apparente feeling.
E fa tenerezza che quel bravo ragazzo dalla faccia pulita che è il genero di Trump, Jared Kushner, venga inviato a destra e a manca per cercare l’araba fenice della pace. Ma per ottenere la pace non basta avere un genero pulito e intelligente; serve anche non essere provocatori come è il suocero, che mentre il marito di sua figlia salta da un Paese all’altro in guerra, egli continua a spararle grosse come bombe atomiche.
Sarebbe bellissimo e istruttivo se oggi ci fosse ancora Oriana, che aveva la capacità di penetrare la realtà come pochi al mondo. Con in più una determinazione che fece saltare la funzionalità del campanello del palazzo di via Vivaio dove abitavo, perché non era stata immediatamente aperta la porta d’ingresso.
Oggi servirebbe più del pane una giornalista come Oriana. Bene ha fatto il Corriere della Sera, guidato ottimamente da Luciano Fontana. Fontana che correttamente Urbano Cairo ha mantenuto nel ruolo dopo la conquista della maggioranza di Rcs, convincendo anche i soci di minoranza che aveva trovato in Rcs: tutte persone che amano la professionalità e non la faziosità; persone come Diego Della Valle e Marco Tronchetti Provera.
La sensibilità e la bravura di Fontana emergono appunto anche dalla decisione di lanciare, a partire da giovedì scorso, due libretti straordinariamente attuali per le posizioni, già allora, di Oriana e di Tiziano Terzani. I due libretti sono dedicati all’11 Settembre, il terrorismo, l’occidente e l’oriente. Siamo infatti inclinati anche oggi verso quel terribile momento del settembre 2001.
E a dare un contributo notevole a questa tensione non è soltanto Putin ma proprio appunto il presidente Trump, che manda sì a cercare di dialogare un uomo serio e preparato come il genero, ma senza rendersi conto che la diplomazia anche preparata poco può fare quando lo stesso presidente del Paese più importante del mondo è permanentemente in tourbillon. Avendo, fra l’altro, deciso di farci propinare dall’ufficio stampa immagini di lui che attraversa i giardini della Casa Bianca, salutando con la mano, per arrivare poi a farsi riprendere anche mentre sale sull’elicottero o l’aereo.
Come è possibile che ritorni stabilità nel mondo se il capo del Paese più importante del mondo si presenta come un divo cinematografico, sistemandosi il ciuffo ossigenato, e non passa giorno che muti la posizione rispetto alle varie guerre, da lui anche ordinate (almeno quella contro l’Iran). Ma non muta i toni del rapporto con Putin, salvo qualche divagazione tipo quella di tentare di annettere la Groenlandia.
Oggi più che mai servirebbe una voce scritta come quella di Oriana per scuotere non solo l’Italia ma anche gli Usa. Sarei curiosissimo di sapere il suo pensiero su un personaggio come Roberto Vannacci, un personaggio che a parte l’aplomb di generale, sopporta senza battere ciglio le giravolta di Trump, il suo essere alternativamente aggressivo e poi apparentemente un cagnolino, come accade con Putin.
Non vi è dubbio che la resistenza che finora hanno mantenuto i mercati è destinata prima o poi a finire se Trump (e di conseguenza gli alleati o per reazione i nemici) non smetteranno questo ignobile spettacolo di promesse di pace, di annunci per la pace e poi il nulla e in molti casi un peggioramento delle guerre in essere.
Cruciale per molti aspetti, diretti e indiretti, di questa situazione saranno le elezioni di midterm all’inizio di novembre: se Trump, come indicano i sondaggi, prenderà una batosta, pesante o meno pesante non importa, il futuro del mondo, forse, potrà essere meno nero.
Quantomeno in termini di segnale a Trump stesso, che la sua politica, il suo modo di trattare la politica come fosse una partita a poker, è arrivata al capolinea. Gli ultimi due anni di mandato potranno essere, se i principi democratici degli Usa riemergeranno, una specie di calvario. E sarà anche per il resto del mondo occidentale una sorta di calvario. Ma chi pensa che Trump si moderi si illude.
E quindi per tutto il mondo occidentale, che fin dalla Seconda guerra mondiale ha avuto negli Usa il faro che illumina la rotta, dovrà esserci, per salvarsi, una presa di coscienza che non può più contare sugli Stati Uniti. L’afflato verso gli Usa del mondo occidentale per essere stato salvato dal nazismo si è già significativamente ridotto e altre scelte incomprensibili da parte di Trump non potranno che generare un disgregamento dell’alleanza che ha avuto il suo culmine nello sbarco americano in Normandia per salvare l’Europa e di conseguenza anche la democrazia americana.
Tuttavia, nel mondo occidentale non sembra esserci piena coscienza di ciò. E per una ragione molto semplice: il salvataggio dell’Europa dal nazismo hitleriano aveva creato come una stella cometa permanentemente sopra gli Stati Uniti. È non facilmente accettabile questo cambiamento. Anche perché nella stessa Europa, anche limitandola a quella della Ue, ci sono rigurgiti di nazionalismo e peggio di destrismo acuto fino far temere per la stabilità di non pochi Paesi, oggi almeno formalmente democratici.
Potrà la Ue, dove convivono anche anime profondamente diverse, blindarsi dai rigurgiti nazionalisti? Non pochi analisti e rilevatori dell’opinione pubblica indicano che si è entrati in una fase storica in cui il ricordo del nazismo classico, dei suoi effetti disastrosi, si è affievolito, e nuovi simil nazismi salgono alla ribalta. E appunto gli Usa non appaiono più in grado di garantire la democrazia, avendo problemi di questa natura proprio all’interno del Paese.
Che effetto avrà tutto ciò sull’Europa sia dal punto di vista economico che delle libertà? Le prime indicazioni sono da far paura, perché quella coesione post bellica è sparita e la Ue ha sempre più crepe.
Senza un’America non più completamente democratica e soprattutto con problemi interni non più nascondibili ci dovrebbe essere una risposta totalmente democratica da parte dei Paesi che fanno parte della Ue. Ma se solo si guarda al problema degli emigranti da Paesi dove domina la fame, si comprende che la Ue non ha una politica, se non unitaria, comunque coerente con i principi fissati al momento della fondazione della stessa Ue. Basti il caso del capo del governo spagnolo, Pedro Sanchez Perez Castejon, di come non ha saputo gestire gli sbarchi dal Marocco. Eppure, l’Europa, a causa della caduta delle nascite, per non appassire ha bisogno di forze fresche e gli Usa sono un esempio: se non avessero favorito l’immigrazione, la loro economia non sarebbe la prima o la seconda del mondo in competizione, ormai diretta, con la Cina.
E l’Italia? In un certo senso è stata ed è il laboratorio del ritorno delle destre al potere. Una destra che ha inclinazioni anche pericolose, ampiamente denunciate da Forza Italia, e per fortuna che a capo del governo c’è per ora una presidente, Giorgia Meloni, sufficientemente moderata, ma esposta alla sua destra da una erosione possibile, anche massiccia, di voti da parte del generale Vannacci, che è stato candidato dalla Lega guidata da Matteo Salvini che, presentandolo alle elezioni europee, pensava di aver fatto un grande acchiappo, mentre non ha fatto altro che concedere al generale il modo di istituzionalizzarsi.
Il problema maggiore è poi che a sinistra regna la babele e non c’è un leader (non è certo Elly Schlein) che possa in poco tempo determinare l’aggregazione dei vari partiti e partitini dal centrosinistra alla sinistra.
È sensato sperare che in questo contesto la presidente Meloni, pur temendo una erosione di voti a destra da parte del generale, sappia conservare la maggior parte del centro, proprio per compensare le incursioni del generale. Se la presidente Meloni non ce la facesse a creare una muraglia alla destra di Fratelli d’Italia, non rimarrebbe che un suo spostamento verso il centro, oggi debole e disgregato. La presidente Meloni non ha per questo che una via: spingere Forza Italia a catturare voti utili dal centrosinistra.
Come si vede, il problema non sono solo gli sbandamenti degli Stati Uniti, che sono sempre stati un’ancora di salvezza per la democrazia, ma è a rischio la governabilità stessa dell’Italia. Che siano o no anticipate, per le elezioni politiche è una questione di mesi. Chi è autenticamente democratico anche a destra deve pensare e attuare una politica perché sia possibile comunque un governo democratico.
In Intesa Sanpaolo c’è stata un’intesa piena. Il ceo Carlo Messina ha confermato la sua abilità nel tenere assolutamente coeso il gruppo. Ha anche, con le sue dichiarazioni, tranquillizzato la più istituzionale azienda italiana, le Generali, affermando che considererà l’eventuale quota del 13,3% di Generali, ora in possesso di Mps via Mediobanca, come una partecipazione finanziaria, senza ambizione di usarla per governare la principale compagnia di assicurazioni italiana e ai primissimi posti in Europa. Credo che in Generali, il presidente professor Andrea Sironi, presidente anche della prima università italiana, la Bocconi; il ceo Philippe Donnet e il direttore generale Giulio Terzariol non aspettassero altro che un impegno pubblico come quello assunto da Messina di considerare appunto quel 13,3% una importante partecipazione senza l’obiettivo di farne uno strumento di comando, conservando così la caratteristica di public company della grande istituzione che sono le Generali. Del resto Intesa Sanpaolo è già anche una compagnia di assicurazioni molto efficiente attraverso gli sportelli bancari ma anche con personale totalmente dedicato alle polizze.
Personalmente, conoscendoli, ritengo che se si stringeranno la mano Messina e Donnet ci potrà essere, nel caso che il furetto Luigi Lovaglio non riesca ad attuare il suo piano difensivo, una grande opportunità di collaborazione, preservando lo status di public company delle stesse Generali. Una pronuncia così chiara come quella fatta da Messina non è considerabile come strumentale, ma autentica: cioè collaborare senza prevaricare.
Ma Lovaglio difficilmente, ne sono certo, si arrenderà fino alla fine della partita. (riproduzione riservata)