I tassi si preparano a salire, e con loro sono pronti a crescere anche i rendimenti dei titoli di Stato. Le fiammate di gas e petrolio - dovute alla guerra in Iran - rischiano di risvegliare l’inflazione, che dall’energia si scaricherà lungo tutta le catena del valore. Così le prossime mosse di Bce e Fed sono finite sotto i riflettori per cercare di captare le ripercussioni sui bond sovrani, che hanno già iniziato ad anticipare una stretta futura con un aumento generalizzato dei rendimenti.
Il 30 aprile Francoforte ha lasciato il tasso sui depositi fermo al 2%, ma ha «discusso a lungo di un possibile rialzo». Scenario che secondo i mercati potrebbe concretizzarsi già a giugno. La Fed invece cambierà guida (al presidente Jerome Powell succederà Kevin Warsh) ma gli investitori si aspettano un taglio dei tassi solo a gennaio del 2027. Un’inversione di rotta, a pensarci bene, perché prima del conflitto in Medio Oriente erano previste almeno due sforbiciate quest’anno.
Le prossime mosse delle banche centrali potrebbero rovinare i piani di chi finora ha puntato sui titoli di Stato. Con i tassi sono pronti a salire anche i rendimenti dei bond sovrani, più di quanto fatto finora e soprattutto sulle scadenze brevi, le più sensibili agli orientamenti di Fed e Bce. Quelle lunghe, invece, sono influenzate dai livelli del debito pubblico, alti sia in Europa (tranne in Paesi come la Germania) che negli Usa. Ma la combo prezzi-tassi in aumento potrebbe frenare anche la crescita mondiale e appesantire i bilanci statali.
Lo scenario, insomma, è la stagflazione e l’Italia rischia di essere tra le più colpite per la sua eccessiva dipendenza dai combustibili fossili. Il governo ha già tagliato Ia crescita del 2026 allo 0,6% e non ha molti margini di manovra dopo la mancata uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. E allora come muoversi in questo contesto? Il rischio è che i prezzi dei bond sovrani scendano ancora con l’arrivo di nuove emissioni con rendimenti più ghiotti, con pesanti perdite per chi li ha in portafoglio. Per chi vuole puntare sui titoli di Stato, invece, si prospettano occasioni ghiotte, con remunerazioni più alte di quelle passate.
Sono i numeri a raccontare quanto sia cambiato lo scenario sul mercato obbligazionario. Da quando è iniziata la guerra in Iran, il 28 febbraio, i rendimenti dei Btp a due anni sono saliti dal 2,1% al 2,8% e anche quello del Bund tedesco è passato dall’1,9% al 2,6%.
La stessa cosa è successa allungando la scadenza a dieci anni: quasi 60 punti base in più per i titoli di Stato italiani e 36 per quelli della Germania. L’incremento per il decennale tedesco però è stato più contenuto, così lo spread è salito da 63 a 82 punti base. Ma il trend è globale perché il 30 aprile il Treasury a 10 anni garantiva quasi il 4,4% (+46 punti base) e i Gilt inglesi di pari durata addirittura il 5% (+77 punti base).
Gli analisti hanno captato il fenomeno da tempo. «Il recente aumento dei rendimenti dei titoli di Stato in dollari, euro e sterline crea opportunità interessanti per gli investitori», spiega Mark Haefele, chief investment officer di Ubs Global Wealth Management. La preferenza, però, «è rivolta alle obbligazioni di qualità a breve e media scadenza».
A livello geografico, invece, «sottopesiamo i Treasury statunitensi mantenendo un giudizio negativo. La possibilità che i prezzi dell’energia rimangano elevati, unita a una crescita solida, crea un rischio al rialzo per i rendimenti», osserva Patrick Brenner, chief investment officer multi-asset di Schroders. «Preferiamo i bond europei, con una posizione neutrale: essendo uno dei principali importatori di petrolio dal Golfo, la Regione è vulnerabile al caro energia». Ma sui Btp «consideriamo le attuali aspettative di rialzo dei tassi come eccessivamente aggressive».
Giudizio neutrale per Schroders anche sui Gilt perché «l’aumento dei prezzi del petrolio ha ridotto la probabilità di tagli dei tassi precedentemente previsti dalla Bank of England». E valutazione identica sui titoli di Stato giapponesi «mentre la Bank of Japan procede con cautela verso la normalizzazione della politica monetaria».
Molto dipenderà da quanto durerà la guerra in Iran e da quanto resterà chiuso lo Stretto di Hormuz. Se si sbloccherà il braccio di mare da cui transita un quinto degli idrocarburi mondiali, allora i prezzi del petrolio (113 dollari al barile quello del Brent il 30 aprile) potrebbero rientrare in fretta ma rimanendo comunque a livelli più alti del pre-guerra. Poi ci vorranno anni per riparare gli impianti energetici delle monarchie del Golfo, con conseguente carenza d’offerta. I danni insomma potrebbero essere inevitabili e i margini di manovra di Fed e Bce ancora più ristretti. (riproduzione riservata)