Con la cornice legislativa ormai definita, il percorso verso il ritorno dell’Italia nel nucleare entra nel vivo. I tasselli per la ripartenza potrebbero andare a posto nel 2027, 40 anni dopo il referendum del 1987, una tempistica non solo simbolica che convince anche Carlo Alberto Giusti, presidente di Ansaldo Energia. «L’industria italiana è pronta e il livello della ricerca è all’altezza della sfida. Molto dipenderà dal legislatore italiano e da quello europeo, ma l’Italia non parte da zero: può contare su un patrimonio di know-how che non è mai andato perduto», premette in questa intervista a MF-Milano Finanza.Il percorso verso il ritorno del nucleare sta entrando nel vivo. 2027, quarant’anni dopo il referendum del 1987, può segnare una ripartenza non solo simbolica?
«L’industria italiana è pronta e il livello della ricerca è all’altezza della sfida. Molto dipenderà naturalmente dal legislatore italiano e da quello europeo, ma le competenze industriali e scientifiche ci sono già. L’Italia non parte da zero: può contare su un patrimonio di know-how che non è mai andato perduto».
Domanda. L’Italia viene spesso definita il Paese più nucleare tra i Paesi non nucleari. Quanto c’è di vero?
Risposta. È una definizione che descrive bene la realtà. Pur non avendo centrali nucleari, abbiamo conservato competenze industriali e scientifiche di assoluto livello. Le imprese italiane continuano a lavorare su impianti all’estero, producono componenti e sviluppano tecnologie avanzate. Anche Ansaldo è impegnata in numerosi progetti internazionali. I nostri esperti continuano a maturare competenze industriali sul campo e questo patrimonio rappresenta un vantaggio competitivo importante nel momento in cui il Paese deciderà di tornare al nucleare.
D. Che cosa sta facendo oggi Nuclitalia, la newco a maggioranza Enel di cui detenete il 39%?
R. Sta svolgendo il lavoro più delicato dell’intero progetto. Il compito di Nuclitalia è confrontare le diverse tecnologie disponibili dal punto di vista tecnico, regolatorio, ambientale, economico e di potenziale coinvolgimento della supply chain italiana, così da individuare la soluzione più adatta al nostro Paese. La vera sfida, però, è prevedere quale sarà il costo dell’energia prodotta. È, in fondo, la ricerca delle ricerche, perché sarà questo il parametro che determinerà la competitività del nucleare nel futuro mix energetico. È un lavoro complesso, che richiede analisi approfondite e che proprio per questo può apparire poco visibile all’esterno, ma è il passaggio decisivo per arrivare a una scelta consapevole.
D. Una volta conclusa questa fase, quali saranno i criteri con cui verrà scelta la tecnologia?
R. Sul tavolo ci sono tecnologie diverse, in particolare statunitensi e francesi, con caratteristiche e impegni finanziari differenti. L’obiettivo sarà individuare la soluzione capace di coniugare la migliore tecnologia con la sostenibilità economica. Sarebbe un errore scegliere la tecnologia più avanzata se poi non fosse concretamente realizzabile o competitiva dal punto di vista industriale. Per questo sarà fondamentale il dialogo tra industria, università e ricerca.
D. Lei è anche rettore della Link Campus University. Se il programma nucleare entrerà nella fase operativa, il sistema universitario sarà in grado di formare le competenze di cui il Paese avrà bisogno?
R. Sì. Le competenze esistono già e vedo un interesse crescente dei giovani verso il nucleare. Se il programma entrerà nella fase operativa, le università sapranno adeguare rapidamente l’offerta formativa. La vera sfida sarà rafforzare il rapporto tra atenei e industria. Negli Stati Uniti questo modello è molto più sviluppato: la ricerca universitaria accompagna direttamente l’innovazione delle imprese. È un percorso sul quale anche l’Italia deve continuare a investire.
D. Costi e sicurezza continuano a essere le principali obiezioni di chi guarda con scetticismo al nucleare. Sono ancora fondate?
R. Quello che sta accadendo nel mondo dimostra che il nucleare può essere competitivo. I grandi data center che si stanno sviluppando negli Stati Uniti, in Asia e in Medio Oriente oggi vengono progettati facendo affidamento sulle centrali a gas naturale, flessibili e velocemente installabili, e in prospettiva pensando all’energia nucleare. Questo dimostra che una sostenibilità economica esiste. Inoltre, con gli standard oggi in vigore, il nucleare di nuova generazione rappresenta una delle fonti più sicure e meno impattanti dal punto di vista ambientale. Ora serve soprattutto una grande opera di divulgazione, perché molti pregiudizi derivano ancora da una conoscenza incompleta di queste tecnologie.
D. Si è parlato della possibile istituzione di un’Autorità dedicata al nucleare e, tra i nomi circolati, anche di Roberto Cingolani. Al di là delle persone, sarebbe uno strumento utile?
R. Sì. Le Autorità indipendenti hanno dimostrato di essere un punto di riferimento per operatori, cittadini e consumatori. Anche per il nucleare potrebbero svolgere un ruolo importante, non solo sul piano della regolazione, ma anche su quello dell’informazione e della divulgazione. Accompagnare il Paese in questo percorso significa anche accrescere la consapevolezza dei cittadini su una scelta destinata a incidere sul futuro energetico dell’Italia. (riproduzione riservata)