Non siamo Telemeloni, Report non lo chiudiamo: parla l’ad della Rai, Giampaolo Rossi
Non siamo Telemeloni, Report non lo chiudiamo: parla l’ad della Rai, Giampaolo Rossi
La Rai ha centrato un attivo di bilancio e ora punta a fare meglio, con un vasto piano di dismissioni e investimenti. Ma non vuole perdere il ruolo culturale e nemmeno chiudere la storica trasmissione d’inchiesta di Raitre. Ma su Sigfrido Ranucci...

di di Roberto Sommella 25/07/2026 08:00

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Giampaolo Rossi fuma la pipa, è convintamente di destra ma ama la figura di Giuseppe Garibaldi. Dunque si potrebbe dire che rappresenta tante diversità come l’azienda che guida, la Rai, terra di scontro politico da sempre, bacino di formazione di milioni di italiani negli anni passati. In questa prima intervista a Milano Finanza, l’amministratore delegato della tv pubblica ci tiene però subito a mettere in chiaro una cosa: «Non siamo TeleMeloni».

Domanda. Dottor Rossi, i Mondiali di calcio non hanno visto l’Italia protagonista ma sono stati almeno un successo per la Rai?

Risposta. Sì. Abbiamo avuto dei grandissimi risultati sia in termini di raccolta pubblicitaria: abbiamo superato la raccolta pubblicitaria del Qatar nel 2022, pur avendo quasi la metà delle partite rispetto agli scorsi Mondiali e non avendo l’esclusiva. Oltre 50 milioni di raccolta pubblicitaria è un risultato straordinario da parte di Rai Pubblicità e da parte di Rai, ma si lega in modo particolare agli ascolti, che sono stati ascolti che hanno superato tutti i record immaginabili.

D. Che tipo di record?

R. Ad esempio, si è invertita la tendenza al calo degli ascolti estivi che genericamente ha la televisione lineare in questo periodo. Un grazie sincero a tutta la squadra di Rai Sport: questi risultati sono il frutto di straordinaria professionalità, competenza e passione al servizio del pubblico. È un successo di cui tutta la Rai può essere orgogliosa.

D. Siete giustificatamente contenti, ma il pubblico anche?

R. La cosa più interessante per noi è che coloro che hanno 15-24 anni hanno visto la Rai ed essi sono raddoppiati rispetto al passato.

D. Come ve lo spiegate?

R. Lo sport, così come tutti gli eventi, attirano sulla televisione lineare il pubblico che oggi sulla televisione lineare non c'è più. Appunto i giovani. Questa è una televisione che è ormai over 60, quando ci sono grandi eventi, come può essere il Festival di Sanremo o come può essere il grande sport, hai un ritorno del pubblico giovane che tra l'altro fruisce di questi contenuti anche in second screen sugli altri device.

D. Parla di Raiplay.

R. Sì. Il risultato importante di questo Mondiale è stato proprio quello di Rai Play, oltre che di Rai Uno. Il giorno della finale Rai Play ha avuto qualcosa come 1.200.000 device collegati contemporaneamente per vedere la partita. È il doppio di quelli che erano collegati ai tempi della finale dei mondiali del Qatar e complessivamente, considerando che con ogni device non c'è solo una persona, probabilmente con la tv connessa ci sono più persone tra il pubblico, stiamo parlando ormai di quasi un 8-10% di pubblico che guarda la televisione attraverso Raiplay. Le modalità di fruizione su piattaforme dieci anni fa erano impensabili e questo è un vantaggio per la Rai, perché avendo Rai Play, che è uno degli OTT più avanzati a livello europeo, è avvantaggiata nel proporre questa offerta perché è una delle piattaforme di over the top più avanzate. Noi abbiamo il doppio dei titoli della BBC, tanto per fare un esempio…

D. Più di Netflix?

R. Netflix è un discorso diverso. Netflix, come tutte queste piattaforme, è una library di contenuti, sostanzialmente audiovisivi. La Rai fa tutto su Raiplay, trasmette in simulcast tutte le dirette di tutti i canali Rai e in più ha tutta la Library. È qualcosa di molto più complesso anche tecnologicamente.

D. Avete caricato tutto l’archivio Rai?

R. Non tutto, perché i diritti di alcuni prodotti, soprattutto dell'area visiva, scadono e se ne comprano altri; però noi oggi abbiamo circa 7000 titoli su RaiPlay, che è un contenuto enorme perché, ripeto, è quasi il doppio di quello che ha in questo momento la BBC.

D. Insomma, Arbore era stato profetico quando cantava, Non è la BBC…

R. È uno sforzo questo su cui la Rai lavora tanto, è l'investimento del futuro perché tra l'altro consente anche di immaginare contenuti un domani diversificati su modelli di fruizione diversificati come il miglior domani che non è più quindi la funzione. Noi oggi sappiamo che alcuni generi televisivi, vedi per esempio le fiction e i film, quasi esclusivamente si vedono on demand. Se c'è oggi una fiction, non è detto che tu la vedi solamente alle 9 e mezza di sera su Rai Uno, magari ti vedi tre o quattro puntate il sabato della stessa fiction insieme. E questo ovviamente ci impone anche un cambiamento di come pensare il prodotto televisivo, perché i modelli di funzione cambiano.

D. Prima dei 50 milioni dei Mondiali avete avuto un record di raccolta pubblicitaria anche con Sanremo.

R. Sì oltre 70 milioni. Anche quello è stato un altro record, la più grande raccolta nella storia della Rai.

D. Con questi risultati ci fate il bilancio…

R. Ci facciamo tanto, e non dimentichiamoci che abbiamo i tetti pubblicitari che ci impediscono di accadere liberamente al mercato. Però sicuramente sono numeri importanti che si concentrano soprattutto su alcuni eventi.

D. Perché?

R. Perché la cosa interessante da notare è come il mercato televisivo e pubblicitario sia molto legato all’eventizzazione, cioè i grandi eventi non solo fanno la raccolta pubblicitaria, ma diversificano il target. Sanremo, le Olimpiadi, i Mondiali sono i grandi eventi che oggi fanno registrare anche il ritorno dei giovani a guardare la televisione.

D. Vi siete aperti ai social, che in Francia vietano sotto i 15 anni. Funziona?

R. Sui social della Rai abbiamo circa 7 milioni quasi di interazioni, quindi stiamo parlando di Tik Tok, Facebook, YouTube e tutte le altre modalità. È un mercato che sta esplodendo enormemente, si tratta di una raccolta pubblicitaria minoritaria rispetto alla divisione lineare, ma in percentuale sta crescendo tantissimo. Quindi abbiamo una total audience crescente e la diversificazione del target.

D. Gli inserzionisti come vanno?

R. Il numero sta crescendo. Siamo passati da circa 200 inserzionisti che hanno investito in pubblicità sui Mondiali 2022 a 270-280 aziende.

D. In termini di bilancio che impatto ci sarà da questi numeri?

R. Nel 2025 abbiamo chiuso con un bilancio consolidato per la prima volta dopo 8 anni in attivo con 9,3 milioni e il consolidamento è un risultato straordinario. Che è stato tra l'altro il quarto miglior risultato della Rai negli ultimi 17 anni di bilancio, ottenuto senza interventi straordinari, che in passato c'erano stati. E la cosa molto interessante è che siamo per la prima volta stati in grado, con questo risultato, di retrocedere il premio di risultato al 100% ai dipendenti. Una grande soddisfazione dell'intera macchina produttiva dell'azienda.

D. E per il 2026 cosa prevedete?

R. Abbiamo fatto una serie di investimenti molto importanti, abbiamo ovviamente il piano immobiliare, il piano industriale, abbiamo aumentato gli investimenti tecnologici. Il nostro obiettivo ovviamente è quello di raggiungere la parità di bilancio che sarebbe un risultato nel biennio molto importante, soprattutto in vista di quello che è il grande sforzo che stiamo facendo di trasformare la Rai in una Digital Media Company, che è quanto previsto dal contratto di servizio.

D. Quanto vale il vostro piano immobiliare?

R. Noi abbiamo messo in previsione circa 500 milioni da qui al 2032. 500 milioni con un'ipotesi di ottimizzazione di risorse di circa 10 milioni l'anno una volta entrato a regime. Il piano immobiliare prevede una serie di dismissioni di tutti quegli immobili che noi consideriamo ormai non più funzionali.

D. Come il Teatro delle Vittorie?

R. Sì.

D. Non si poteva tenere?

R. No. Costava solo per ristrutturarlo 7 milioni di euro e dove restare chiuso 4-5 anni, tra l’altro è in un condominio e veniva usato molto poco. In questo contesto la Rai mantiene tutti gli studi di via Teulada, mantiene la Dear di Via Nomentana e si prepara ad inaugurare a settembre, a Saxa Rubra, due grandi studi televisivi super tecnologici da 2.000 metri quadrati. E a Milano in Fiera stiamo costruendo la nuova sede da 55.000 metri quadrati.

D. A Roma, a Viale Mazzini, davanti al celebre cavallo, rientrerete mai?

R. I lavori finiranno per il 2030.

D. Su questa data c’è un po’ di scetticismo.

R. Lo scetticismo ci sprona a fare meglio.

D. Seguirete l’America’s Cup?

R. Sì. noi continuiamo a investire tantissimo nello sport. Dal 2023 ad oggi abbiamo investito più di 600 milioni di euro in diritti sportivi perché la Rai praticamente copre quasi tutti i grandi eventi. Il prossimo anno avremo l’America’s Cup e gli europei di basket maschile e femminile, il mondiale di ciclismo, il mondiale di basket e abbiamo già acquistato molti diritti di grandi eventi degli anni prossimi, come le Olimpiadi del 2028 e 2032 e gli Europei di calcio. E abbiamo il Tour de France fino al 2032.

D. Wimbledon tornerà mai sulla Rai?

R. Magari (sospira, ndr). A parte le battute, va detto che il tema vero è il mercato dei diritti sportivi, il cui costo per alcune discipline è diventato esagerato. Adesso speriamo di continuare anche con la Coppa Davis.

D. Fiducioso?

R. Ancora dobbiamo rinnovare i diritti, però siamo fiduciosi.

D. Preoccupato per le uscite di alcuni conduttori importanti come Milo Infante?


R. No. Faceva da noi Ore 14 e ora va a Mediaset a fare la stessa cosa alle 11. Una scelta analoga a quella di Bianca Berlinguer.

D. Avete deciso chi sostituirà Federica Sciarelli a Chi l’ha visto?

R. No, credo sarà una scelta interna, ma Federica Sciarelli resterà con noi. La Rai in qualche modo è da sempre una fucina di talento creativo. Ha un numero di talenti superiore a tutte le altre televisioni italiane. E quindi è chiaro che attrae molto la possibilità dei broadcaster che hanno anche capacità economiche forti come Mediaset. Ma in questo la Rai non è carente di grandi talenti, soprattutto per le prime serate e per l'intrattenimento, da Carlo Conti a Stefano De Martino, a Antonella Clerici.

D. Sanremo invece chi lo farà?

R. Stefano De Martino come direttore artistico. Questo è una delle pagine più belle della Rai degli ultimi anni, perché quando andò via Amadeus noi abbiamo avuto la prontezza di investire e di affidare il programma, il Sanremo del record storico, a Carlo Conti. E Carlo ha portato a casa due edizioni di Sanremo straordinarie, di una bellezza anche artistica enorme, battendo tutti i record di ascolto.
De Martino è un talento televisivo su cui noi abbiamo investito e ha portato a casa dei risultati incredibili.

D. Con il Comune di Sanremo ci saranno i soliti problemi?

R. No. Abbiamo chiuso la convenzione lo scorso anno con un braccio di ferro lunghissimo, oggi c'è una grande collaborazione, una convenzione che dura tre anni e soprattutto una sorta di tavolo permanente.

D. In molti lanciano accuse verso il servizio pubblico: la Rai è Telemeloni?

R. No. Basta analizzare i dati dell’AGCOM e i dati dell'osservatorio di Pavia, che è un organismo indipendente. Se si analizzano i dati dell'informazione dei telegiornali si scopre una novità molto curiosa.

D. Quale?

R. Che rispetto agli ultimi governi, addirittura dall'ultimo governo Berlusconi a oggi, la Rai di oggi è quella che dà più spazio all'opposizione rispetto agli esecutivi appunto di Berlusconi, Monti, Letta, Gentiloni, Renzi, Gentiloni, Conte 1, Conte 2, Draghi. È la Rai che ha l'equilibrio maggiore nel rapporto tra forze di maggioranza, governo e opposizione negli spazi dei TG. Quindi Telemeloni di fatto non esiste.

D. Chi vi accusa vive in un altro mondo? Pare strano…

R. Il problema è che non è più proprietà privata di qualcuno come lo era fino a qualche anno fa e questo magari dà fastidio, ma è sicuramente una Rai che svolge a pieno il ruolo di servizio pubblico.

D. Quello che fa Report di Ranucci. Vi accusano di volerlo chiudere.


R. Sul caso Ranucci abbiamo attivato il comitato etico come strumento previsto per analizzare quello che sta avvenendo, quello che si sta scoprendo anche dai giornali, anche per verificare che i materiali e le inchieste di cui si sta parlando in questi giorni non abbiano avuto impatti sul ruolo di servizio pubblico e sul ruolo che la Rai deve svolgere rispetto al contratto di servizio.

D. Non mi pare una risposta...

R. Finisco. Report è un format della Rai di proprietà della Rai non è di proprietà di nessun altro e quindi per noi è un patrimonio editoriale da mantenere. Quindi Report va avanti perché è un brand Rai, è sempre esistito e continuerà a esistere anche dopo, a prescindere da chi lo conduce e dagli amministratori delegati.

D. La7 è la nuova Rai Tre. E Rai Tre cosa è diventata?

R. Rai Tre oggi è una rete molto più specializzata sull'approfondimento giornalistico e sulla divulgazione culturale. Diciamo che oggi Rai Tre ha una connotazione meno orientata culturalmente. E’ una rete che può ospitare appunto Report da una parte e Massimo Giletti dall'altra, Marco Damilano e Far West.

D. Il duopolio Rai-Mediaset esiste ancora?

R. C’è una competizione ormai senza colpi bassi legata ovviamente al fatto che siamo due parti fondamentali di un intero sistema. Quando noi pensiamo alla televisione, oggi dobbiamo pensare che i broadcaster, almeno nel lato Rai, non sono semplicemente delle aziende televisive, sono degli hub industriali che sostengono intere filiere del mercato televisivo italiano. La Rai da sola sostiene il cinema, la fiction, la documentaristica, l'animazione italiana. La Rai è l'azienda che produce più ore di televisione in Europa.

D. Non ha paura de La7 di Urbano Cairo?

R. La7 è un’altra cosa, è troppo aggressiva per i nostri standard e punta sui talk show. La Rai ha una responsabilità diversa, grazie a 1.900 giornalisti e alla rete regionale la Tgr, la più grande d’Europa. E con un canone, 90 euro, il più basso d’Europa, produce più ore di tutti gli altri broadcaster. La Rai dobbiamo proteggerla, ci sono troppe persone che non hanno consapevolezza del ruolo che ha questa azienda.

D. Come giudica l’operazione Prosiebensat di Mediaset?

R. È un cambio di paradigma per quell’azienda. Un’operazione importante, il cui elemento competitivo sono le piattaforme.

D. C’è un clima pesante nel paese, la Rai può ridurre le contrapposizioni magari usando quel metodo pedagogico con cui ha costruito un pezzo di storia italiana?

R. Penso di sì, ma piuttosto che la pedagogia preferisco usare il termine formativo e educativo. Possiamo costruire un immaginario nazionale, raccontando meglio la storia italiana.

D. Che tipo di storia?

R. Il Risorgimento, ad esempio, e Giuseppe Garibaldi, un eroe straordinario che non è mai stato raccontato bene. (riproduzione riservata)