Non c’è solo Hormuz: altri fronti di crisi possono infiammare il caro-energia. Ma l’Italia può mettersi al sicuro
Non c’è solo Hormuz: altri fronti di crisi possono infiammare il caro-energia. Ma l’Italia può mettersi al sicuro
L’allarme di Luca Dal Fabbro (Utilitalia): a rischio altri snodi strategici per i flussi di gas e petrolio, dobbiamo prepararci accelerando sulle rinnovabili e le batterie. Offerte bloccate nelle bollette? Dovrebbero essere la norma anche quando i prezzi scenderanno

di Angela Zoppo  09/10/2026 20:00

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Oggi Hormuz. Domani Bab-el-Mandeb o un qualsiasi altro snodo cruciale dei flussi di merci, petrolio e gas. Per Luca Dal Fabbro, che nel doppio ruolo di presidente di Iren e di Utilitalia lo shock dell’energia lo sta seguendo in prima persona, l’Italia deve affrettarsi a mettersi al riparo anche da crisi future. Accumuli e rinnovabili, nella sua visione, sono la strada più rapida per proteggersi dalla volatilità dei prezzi. Un approfondimento sul tema, allora, non può che partire dall’ultima proposta della Commissione Europea: un compratore unico per l’energia, che rappresenti tutti gli operatori. «Mettersi insieme per negoziare meglio è sicuramente auspicabile. Come operatori vogliamo però capire i dettagli, perché è lì che si vede se una soluzione funziona», premette Dal Fabbro. «Aggregare la domanda può ridurre i prezzi, ma bisogna capire quanto gas si compra e per quanto tempo. Contano quantità e durata dei contratti». Intanto, sugli acquisti di gas parecchie utility si sono mosse per tempo. «Molte avevano comprato gas già l’anno scorso, proteggendosi in parte dai rincari. E hanno proposto offerte a prezzo fisso, mettendo i clienti al riparo dai picchi».??????

Rinnovabili e repowering: la strada maestra

Nella visione di Dal Fabbro, le rinnovabili «sono la strada maestra», anche rispetto al nucleare. «Noi abbiamo bisogno di soluzioni ora», afferma. «Installare nuove rinnovabili, con nuovi impianti o repowering, è la risposta più veloce, anche se non immediata: abbassano i costi e riducono l’esposizione all’estero. L’Italia ha bisogno di circa 50 gigawatt di nuova capacità rinnovabile entro il 2030. Ma bisogna accelerare le autorizzazioni. Per un impianto eolico o fotovoltaico servono mediamente 3-5 anni, contro 1-2 in Germania e Francia. E bisogna puntare sul repowering: sostituire gli impianti di 10 o 15 anni fa con tecnologie più efficienti, aumentando la produzione sullo stesso terreno (il caso di Endesa, che ha sostituito 40 aerogeneratori con 4). Il potenziale è enorme, e senza occupare altro territorio».

Sulla strada parallela indicata dal governo, rilanciare l’estrazione nazionale di gas e petrolio, il manager non è contrario: «In una situazione così difficile non possiamo trascurare le poche fonti che abbiamo sul territorio. Il governo ha ragione. In passato abbiamo avuto lo sblocca-trivelle, poi il Pitesai è finito in soffitta. Ma oggi non abbiamo più il lusso di sottovalutare le risorse di casa nostra. La strada maestra restano le rinnovabili e gli accumuli, ma vanno valorizzati anche gli idrocarburi, nel rispetto dell’ambiente».

Bollette a prezzi fissi anche per il dopo-Hormuz

Se gli sconti in bolletta lanciati da Plenitude ed Enel hanno innegabilmente fatto rumore, Dal Fabbro preferisce non entrare nel merito delle singole offerte per guardare oltre. «Il prezzo fisso dà certezza sulla bolletta, anche se oggi, con questi prezzi, è meno conveniente di un anno fa. Dobbiamo imparare a proteggere i clienti dalla volatilità. Questa crisi non finirà domani: già nel mio libro Proteggere il futuro parlavo del rischio Hormuz. Dobbiamo prepararci a una situazione destinata a durare». Il dopo riguarda anche i clienti vulnerabili, colpiti dagli aumenti a doppia cifra dell’energia comunicati da Arera. «Anche le loro bollette dipendono dal costo dell’energia e soprattutto del gas. È giusto proteggerli, ma se il gas aumenta molto gli effetti arrivano anche a loro. Per questo, quando i prezzi scenderanno, bisognerà ragionare su offerte a prezzo fisso anche in prospettiva di lungo periodo».

Resta, non troppo sullo sfondo, il timore di un blocco delle importazioni (ecco quanto potrebbe andare avanti l’Italia). «Non sono un indovino, ma penso che il mondo non possa permettersi un blocco totale», risponde Dal Fabbro. «Potrebbero esserci settimane molto dure sui prezzi. Oggi la crisi è Hormuz, domani potrebbe essere Bab el-Mandeb. Viviamo una guerra ibrida che riguarda anche cavi, infrastrutture e attacchi informatici. Vanno rafforzate le fonti interne, compreso il biogas. Non penso che accadrà il peggio, ma dobbiamo prepararci. Abbiamo già diversificato: gasdotti da Azerbaigian, Algeria e Libia, interconnessioni elettriche e rinnovabili in crescita. E abbiamo una capacità di stoccaggio molto importante, che conosco bene essendo stato presidente di Snam. Nei prossimi anni possiamo diventare un Paese molto più sicuro».

Utilitalia porta avanti anche altre battaglie. Una delle più sentite riguarda l’applicazione degli Ets, il contestato meccanismo di aste sulle emissioni avversato dall’Italia, anche ai termovalorizzatori. «Condividiamo l’obiettivo di ridurre le emissioni, ma penalizzare i termovalorizzatori con l’Ets senza una regolazione adeguata rischia di favorire le discariche», spiega il manager, «Questi impianti sono essenziali per i rifiuti non riciclabili: l’alternativa è la discarica. Essere contrari all’estensione dell’Ets non significa essere contrari ai nuovi impianti, come quello di Roma».

Gestione idrica e concessioni idroelettriche, la via francese

Altro fronte, quello dell’acqua, appena suggellato dal Patto per la resilienza idrica. «Sono fiero di aver riunito 64 aziende. È un accordo storico: non chiediamo soldi, ci prendiamo responsabilità come operatori. L’acqua può essere una grande risorsa di sviluppo o un grande problema. Dobbiamo affrontare insieme siccità e alluvioni (due facce dello stesso fenomeno, secondo il premio Nobel Blöschl), in un Paese che ha bisogno di acqua per l’agricoltura, l’industria e gli usi civili». Vanno programmati anche gli investimenti post-Pnrr. «Oggi investiamo attraverso la tariffa circa 4 miliardi di euro l’anno. Dopo il Pnrr ne serviranno altri 2 miliardi annui. Il Piano ci ha dato circa 6 miliardi, che ci hanno permesso di ridurre le perdite e realizzare depuratori. Occorre mantenere gli investimenti, trovare nuove fonti di finanziamento e ragionare sul partenariato pubblico-privato». Un’opzione sono anche i blue bond, collocati finora in Italia solo da A2A e Acea. «C’è spazio per altre emissioni, bisogna anche aiutare i piccoli operatori a mettersi insieme per ridurre il rischio di finanziamento. È una strada da sviluppare».

Più complesso il quadro sulle concessioni idroelettriche (uno studio Thea valuta in 16 miliardi gli investimenti collegati). «È un tema di sicurezza nazionale. La Francia ha esteso le concessioni per 70 anni e nel Nord Europa si è arrivati anche a proroghe sine die. Metterle all’asta, invece, rischia di affidare una risorsa fondamentale a società puramente finanziarie. L’acqua deve essere gestita da chi ha le competenze», sostiene Dal Fabbro. «Preferirei una soluzione sul modello francese: proroghe in cambio di benefici per famiglie e imprese del territorio e di nuovi investimenti per aumentare la capacità o l’efficienza degli impianti». (riproduzione riservata)