Nel mercato del private equity torna a soffiare il vento delle exit
Nel mercato del private equity torna a soffiare il vento delle exit
Secondo i dati del Pe Lab & Finanza per la Crescita, alla stabilità dei primi investimenti (309 nel 2025 e 292 nel 2024) si contrappone un salto del portafoglio fondi, alleggerito di ben 150 società. Con quali prospettive per il 2026? La parola ai protagonisti

di di Valter Conca* 21/07/2026 22:06

Ftse Mib
52.285,09 17.40.00

+0,81%

Dax 30
25.011,35 23.30.17

+0,66%

Dow Jones
52.224,82 23.15.38

+0,74%

Nasdaq
25.837,21 23.30.00

+1,29%

Euro/Dollaro
1,1402 23.28.52

-0,10%

Spread
84,14 17.30.08

-0,43

Dopo quattro anni di calma piatta nelle exit del private equity, il 2025 ha segnato una forte inversione di tendenza, che rende gli investitori più sereni. Secondo i dati del Pe Lab & Finanza per la Crescita, alla stabilità dei primi investimenti (309 nel 2025 e 292 nel 2024) si contrappone un salto del portafoglio fondi, alleggerito di ben 150 società.

Rispetto alle 99 exit del 2024, il balzo del 51% mostra ancora una volta la dinamicità ciclica di questo mercato. La ragione sta nel lavoro di integration post merger che gli operatori hanno saputo gestire in logica di Buy & Build, portando le dimensioni e la profittabilità delle società in portafoglio a performance attraenti per i compratori.

La trasformazione del mercato italiano

I numeri parlano chiaro: dal 2023 si registrano 1102 aggregazioni contro 866 investimenti iniziali, divario notevole cresciuto peraltro anno per anno. La radiografia della trasformazione del mercato italiano, che cade nel ventesimo anniversario di ricerca del Pe Lab, mostra che, nonostante una crescita sensibile (+9,6%), dal 2006 il Pe ha attraversato situazioni non facili (Credit Crunch 2027, Debito sovrano 2011, Covid 2020, Inflazione e tensioni geopolitiche 2023), dimostrando capacità di adattamento e di reazione efficace.

L’analisi del ventennio ha segnalato vari cambiamenti significativi: l’ingresso sul mercato di nuovi LPs istituzionali, l’introduzione degli Operating Partner (E&M 2014), nuovi modelli con i Club Deal (MF 2023) e con le holding di partecipazione a capitale paziente/flessibile, non ultimo il boom degli add-on e la consacrazione definitiva delle logiche di Buy&Build. (MF, 2025). Il successo delle strategie di aggregazione è documentato dalla ricerca presentata sulle exit tracciate dal 2023: sono 389 le cessioni chiuse da 205 operatori con una forte concentrazione (55%) effettuate da frequent buyer, operanti prevalentemente nel mercato domestico.

Ma quali sono gli elementi di questa trasformazione? In un recente dibattito «20 anni di Private Equity. Il punto sulla trasformazione del mercato italiano» Andrea Cacciapaglia (EY Parthenon) ha evidenziato la necessità di una maggiore specializzazione degli operatori verso segmenti con proposizioni sempre più specifiche, in particolar modo nel primario, dove la minor sofisticazione delle società target potrebbe aprire potenziali spazi di crescita.

Il futuro del mid market

Per Marco Piana (Vam Investments) un punto interrogativo sul futuro potrà riguardare l’impatto per i fondi di mid market di una possibile discesa su quel segmento degli LPs, storicamente concentrati sui fondi di large buyout, che oggi non stanno dando i ritorni di qualche anno fa.

Piana avverte anche una significativa modificazione dei criteri di selezione dei gestori da parte degli investitori: oltre che sui ritorni e sul track record, questi ultimi sono sempre più focalizzati su struttura e governance del gestore, sulla allocazione del carried interest e sull’esistenza o meno di un piano di successione che dia al gestore continuità oltre i propri fondatori.

Secondo Lorenzo Stanca (Mindful CP), l’appartenenza a settori non sexy penalizza la cessione di società performanti, con la conseguenza che l’affollamento nei settori più di moda induce una crescita anomala dei prezzi.

Il ruolo del private debt 

Ritiene strategica la velocità di aggregazione che, se prima avveniva a complemento e in subordine alla crescita organica, oggi è pianificata anche prima dell’ingresso nella società target.

Francesco Di Trapani (Pemberton) sostiene che il mercato del Private Debt in Italia si trova in un ciclo di vita iniziale, con circa venti operazioni nel 2025 superiori a cento milioni. Si stima che l’Italia rappresenti circa il 4/5% del mercato europeo. La controparte ideale è vista con fondi che hanno strategie chiare e governance strutturata rispetto a operazioni corporate gestite dall’imprenditore, come ha dimostrato l’operazione di successo di Acqua e Sapone.

La view sul mercato di Beatrice Tamburi (Three Hills) è positiva e per alcune ragioni. L’approccio a metà tra private equity e private debt offre soluzioni di capitale meno diluitive agli imprenditori che vogliono crescere, cercano un socio di private equity che li supporti ma lasci loro il controllo.

Il business model atipico e unico si adatta al mid market con capitale per la crescita misto debt-equity mediante soluzioni quali l’equity privilegiato, il finanziamento soci, le partecipazioni di minoranza attiva con presenza nel Cda. Rispetto al private debt, si tratta alla fine di un approccio più coinvolgente che interviene affiancando l’impresa nel progetto di sviluppo con criteri di selezione che pur rigorosi non sono rigidi come i covenant bancari ma più flessibili e finalizzati a trovare soluzione alle sfide di lungo periodo.

L'evoluzione del quadro fiscale e normativo

Da non trascurare l’aspetto fiscale. Leo De Rosa (RDRA) sottolinea la duplice schiavitù del professionista, sotto torchio prima dall’acquirente e poi eventualmente dall’Agenzia delle entrate. Le date storiche che hanno trasformato il sistema sono state il patto di famiglia del 2006 e la norma sul MLBO per la deducibilità degli interessi nel 2016, per giungere alla obbligatoria pubblicazione delle risposte a tutti gli interpelli.

In conclusione, se c'è una lezione che questi vent'anni lasciano in eredità ai prossimi, è che esistono vari modi e differenti soluzioni per crescere, ciascuna adatta a un'impresa e a un momento specifico. Le prossime sfide si giocheranno proprio su questo: non la formula giusta in assoluto, ma quella ideale per ogni esigenza. (riproduzione riservata)

*Conca è Senior Professor e Direttore PE Lab & Finanza per la Crescita della SDA Bocconi School of Management