Aumentare la spesa militare non basta più. Bisogna cambiare il modo in cui la si finanzia. È da questa convinzione che prende forma la Defence, Security and Resilience Bank (Dsrb), la banca multilaterale della difesa promossa dal premier canadese Mark Carney per sostenere il riarmo dell’Occidente.
L’obiettivo dell’istituto, che punta a diventare operativo entro il 2027, è mobilitare fino a 117 miliardi di euro per rafforzare la capacità produttiva dell’industria attraverso prestiti di lungo periodo, garanzie e altri strumenti finanziari. Il progetto ha già trovato i primi nove soci: Canada (dove avrà sede) Albania, Belgio, Grecia, Lettonia, Romania, Turchia, Ucraina e Lussemburgo (dove si prevede la base europea).
E ora anche l’Italia ragiona sull’adesione. Secondo quanto risulta a Milano Finanza, il governo Meloni sta valutando l’ingresso nell’istituto: il dossier è sul tavolo dei tecnici ministeriali che stanno analizzando costi, governance e potenziali ricadute industriali di un eventuale ingresso. Nessuna decisione è stata ancora presa ma, come confermano fonti governative a questo giornale, il confronto è serrato.
Il timing non è casuale. Da un lato c’è l’Ecofin che venerdì 10 luglio ha approvato le raccomandazioni della Commissione europea per i singoli Paesi: Roma è chiamata a garantire la sostenibilità del suo debito pubblico adattando gradualmente il bilancio a una spesa per la difesa «strutturalmente» più elevata.
Dall’altro c’è l’impegno assunto in sede Nato di aumentare progressivamente la spesa per la difesa e sicurezza fino al 5% del pil entro il 2035, che ha creato una duplice sfida: reperire risorse pubbliche (tra Europa e Canada si stimano oltre 850 miliardi di euro di spesa aggiuntiva ogni anno) e trasformarle rapidamente in capacità produttiva.
Il vero collo di bottiglia, emerso con la guerra in Ucraina, è la reattività dell’industria europea: fabbriche insufficienti, filiere fragili e migliaia di piccole e medie imprese che faticano ad accedere al credito necessario per aumentare la produzione.
È qui che si inserisce la Dsrb. La banca non nasce per finanziare direttamente l’acquisto di carri armati o missili, né per sostituire strumenti europei come Safe o ReArm Europe. L’istituto nasce come piattaforma finanziaria destinata a convogliare capitali verso l’industria della difesa, sostenendo investimenti in un settore storicamente più complesso sotto il profilo dell’accesso al credito.
Il modello è quello delle grandi banche multilaterali: gli Stati aderenti conferiscono capitale e garanzie sovrane, consentendo all’istituto di puntare a un rating tripla A e di raccogliere risorse sui mercati a costi contenuti. Le risorse raccolte vengono quindi impiegate come prestiti e garanzie destinati sia ai governi sia alle imprese della difesa. Il tutto senza Eurobond o debito comune: ogni Paese risponde soltanto della propria quota di capitale, mentre è la banca a fare da moltiplicatore delle risorse disponibili.
Nei giorni del vertice Nato un’intera pagina di pubblicità acquistata sul Financial Times definiva la Dsrb «l’anello mancante dell’architettura finanziaria internazionale», nonché il ponte «tra l’ambizione dei governi e il capitale privato», con tanto di loghi degli istituti coinvolti. Oltre alle maggiori banche canadesi, chiamate a contribuire alla costruzione dell’istituto che punta a essere operativo entro il 2027, tra i supporter figurano colossi come JPMorgan, Deutsche Bank, Ing e la tedesca Commerzbank, oggetto d’opa da parte dell’italiana Unicredit.
Se la banca guidata da Andrea Orcel riuscirà a completarne l’acquisizione, l’Italia potrebbe ritrovarsi coinvolta nella nuova banca della difesa sia attraverso l’eventuale adesione del governo sia, indirettamente, tramite il colosso bancario milanese che vi entrerebbe attraverso la sua nuova controllata tedesca.
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