Mps presenta i primi risultati dopo il lancio dell’opas da 30,6 miliardi di Intesa Sanpaolo e dopo il fallimento delle discussioni con Banco Bpm per costruire un’aggregazione alternativa. Venerdì 7 agosto la banca senese ha alzato il velo sui numeri del primo semestre, mettendo sul tavolo soprattutto tre elementi: la crescita della redditività, un capitale che lascia ancora spazio di manovra e la conferma del percorso per incorporare Mediobanca. Sullo sfondo resta il tema delle prossime mosse nel risiko, dopo che Banco Bpm ha abbandonato il progetto di fusione e Intesa continua a preparare la propria offerta su Siena.
«Valutiamo ogni opzione strategica da una posizione di forza», ha precisato il ceo Luigi Lovaglio durante la call con gli analisti. «La robustezza del capitale ci dà tre vantaggi: flessibilità per sostenere la crescita, flessibilità per remunerare gli azionisti e flessibilità per valutare le opzioni strategiche. Nell'attuale contesto, aggiunge, la nostra posizione di capitale è una delle ragioni per cui Mps può valutare ogni opzione strategica da una posizione di forza». Per gli analisti però le opzioni di Siena si sono molto ristrette dopo il flop della fusione con Bpm e Intesa appare oggi in indiscutibile vantaggio.
Eppure per il banchiere le valutazione preliminari sull'opas di Intesa, formulate nel cda del 16 luglio, «rimangono pienamente valide». L'offerta, ha spiegato Lovaglio, «non sembra attualmente remunerare appieno gli azionisti di Mps per il premio di controllo, per le sinergie e i valori del franchise, esponendoli al contempo a significativi rischi regolamentari e di execution», ha spiegato. «Al contrario la strategia di Mps e Mediobanca rappresenta una solida logica industriale e una chiara esecuzione che prevede, tra le altre cose, una rilevante creazione di valore e una distribuzione cumulativa agli azionisti pari a 16 miliardi nell'arco del piano».
Lovaglio si è concentrato anche sulle mosse di Intesa: «Un campione nazionale dovrebbe rafforzare il tessuto competitivo del paese, non ridurlo. Altrimenti la corona potrà anche diventare più grande, ma il regno diventerà più piccolo. È per questo che il consiglio di amministrazione, con il supporto dei propri advisor, proseguirà nella propria analisi in modo indipendente e rigoroso con l'obiettivo è chiaro di individuare il percorso ottimale che massimizzi il valore per tutti gli stakeholder di Mps, preservando l'integrità del franchise».
I risultati del secondo trimestre hanno superato il consensus su tutte le principali voci. I ricavi, pari a 2,065 miliardi, hanno battuto le attese di 78 milioni, circa il 3,9%. Più ampio lo scarto sul risultato operativo netto, attestato a 1,060 miliardi contro i 955 milioni previsti: +105 milioni, pari all’11%. L’utile netto di 610 milioni ha infine superato il consensus di 67 milioni, il 12,3% in più rispetto ai 543 milioni attesi. Bene anche i costi operativi, che sono diminuiti dello 0,7% e il cost/income è sceso al 43%.
La dinamica del secondo trimestre mostra inoltre un’accelerazione dell’attività commerciale. I ricavi sono aumentati del 5,4% sul trimestre precedente a 2,065 miliardi, sostenuti dalle commissioni, cresciute dell’8,4%, e dal margine di interesse, salito del 2,5%. Gli impieghi performing sono aumentati dell’1,8% nel trimestre e del 5,6% su base annua, mentre la raccolta commerciale ha raggiunto circa 300 miliardi. Il costo del credito resta contenuto a 39 punti base, con crediti deteriorati lordi per 3,7 miliardi, un Npe ratio lordo del 2,5% e netto dell’1,2%.
Ma il dato più rilevante per le prossime mosse resta il capitale. Il Cet1 è salito al 16,3%, dal 15,9% di marzo, con circa 680 punti base di margine rispetto ai requisiti regolamentari. Il coefficiente è calcolato senza includere gli utili del semestre e assumendo un dividend payout fino al 100% dell’utile netto. È quindi confermata la politica di remunerazione particolarmente aggressiva prevista dal piano, che punta a distribuire circa 16 miliardi nell’arco 2026-2030. A febbraio Lovaglio aveva spiegato che per il 2026 sarebbe stato valutato un mix tra dividendi e buyback e aveva aperto anche alla possibilità di un acconto sul dividendo.
La solidità patrimoniale è anche il cuscinetto su cui Mps costruisce la propria flessibilità strategica. «Mps ha 3 miliardi di capitale in eccesso che ci danno una flessibilità strategica e una potenza di fuoco per gli azionisti che poche banche in Europa possono vantare», aveva detto Lovaglio presentando il piano a febbraio. Quel margine può essere destinato a remunerazione aggiuntiva oppure a operazioni di crescita esterna qualora presentino ritorni superiori.
«La performance commerciale si conferma eccezionalmente solida», ha commentato Lovaglio. «Le attività finanziarie della clientela hanno raggiunto i 300 miliardi. La raccolta lorda nel wealth management ha superato i 6 miliardi di euro nel trimestre. La produzione di mutui ha registrato una forte crescita. Il credito al consumo ha proseguito nel suo trend di espansione», ha spiegato il banchiere in conference call. «Ciò che questi numeri rappresentano in realtà è la fiducia delle famiglie, delle imprese e dei territori. La fiducia resta uno degli asset di maggior valore che una banca può avere e Monte Paschi non è semplicemente un insieme di attivi, è una rete di relazioni, conoscenze e fiducia costruita nel corso di generazioni».
Il primo passaggio resta però Mediobanca. Mps conferma che le attività di integrazione «procedono secondo i piani», con completamento previsto nel quarto trimestre. Il semestre incorpora già diversi effetti dell’aggregazione: i dati 2025 sono stati rideterminati includendo Mediobanca per rendere omogeneo il confronto e sono stati contabilizzati 42 milioni di oneri di integrazione e incentivazione all’esodo, comprendenti consulenze, retention e interventi organizzativi. Solo per trattenere figure chiave del wealth management di Mediobanca sono stati sostenuti 6,9 milioni.
Il piano industriale resta quello costruito sulla combinazione dei due gruppi: 3,3 miliardi di utile netto adjusted nel 2028, 3,7 miliardi nel 2030 e sinergie a regime per circa 700 milioni. La conclusione dell’integrazione entro fine anno diventa quindi decisiva anche nel confronto con l’Opas di Intesa, che attribuisce proprio a Mediobanca e alle sue attività di investment banking e wealth management una parte importante del valore industriale dell’acquisizione.
Come detto, resta aperto il capitolo delle alleanze. Nel comunicato Mps non cita Banco Bpm ma precisa che «prosegue, con il supporto degli advisor, l’analisi delle opzioni strategiche, secondo un approccio rigoroso e finalizzato alla massimizzazione del valore nel lungo periodo per tutti gli stakeholder». Alla squadra dei consulenti è stata aggiunta Keefe, Bruyette & Woods, specialista internazionale nelle operazioni finanziarie. (riproduzione riservata)