A certe condizioni, Delfin potrebbe vendere il 17,5% di Mps. Mentre sul mercato si intensificavano le speculazioni su un possibile interesse di Unicredit per la banca senese, dai vertici della cassaforte lussemburghese non sono arrivate né conferme né smentite. Ma di questi tempi il silenzio diventa una notizia perché significa che tutto è possibile.
Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, nella holding a monte del colosso dell’occhialeria EssilorLuxottica non ci sarebbero preclusioni sulla monetizzazione della quota, che agli attuali prezzi vale circa 5 miliardi di euro. Un’eventuale exit insomma sarebbe possibile, soprattutto se al valore di mercato si aggiungesse un premio congruo tra il 15 e il 20%, giustificato dal fatto che l’operazione consegnerebbe al nuovo acquirente una quota di maggioranza relativa nella terza banca del Paese.
Al momento, tuttavia, non risultano proposte formali né trattative in corso. Ma, secondo indiscrezioni, non dispiacerebbe alla quasi totalità degli eredi Del Vecchio l’idea di dismettere l’investimento in Rocca Salimbeni approfittando dei massimi raggiunti dal titolo e di uscire da una partita finita anche nel mirino della Procura di Milano in una bufera giudiziaria che ha coinvolto la holding capogruppo della galassia Essilux.
Delfin era entrata in Mps nel novembre del 2024 comprando il 3,5% nel corso del collocamento della terza tranche che ha consentito al Tesoro di privatizzare la banca e di onorare così gli impegni presi con Bruxelles. Con successivi acquisti la holding si è portata intorno al 10% dell’istituto sborsando complessivamente una cifra di oltre 800 milioni. Il concerto con il gruppo Caltagirone e il ceo del Montepaschi Luigi Lovaglio ipotizzato dai magistrati milanesi non è stato ancora dimostrato.
Quello che è certo è che, da socio forte di Mediobanca (dove aveva investito circa 1,7 miliardi per portarsi a ridosso del 20%), ha prima contribuito a far naufragare con l’astensione l’operazione difensiva della merchant bank su Banca Generali ed è stato poi il primo grande azionista ad aderire alla scalata di Siena con vista sul Leone di Trieste senza attendere il rilancio.
Finora la scelta ha pagato in termini finanziari visto che il titolo Montepaschi è arrivato a toccare i massimi storici a quota 9,4 euro (era a 7,3 euro a settembre) per una capitalizzazione di mercato per quasi 28,5 miliardi. Sarebbe insomma il momento ideale per monetizzare la quota, portando a casa una plusvalenza che può arrivare fino a 3,3 miliardi.
C’è un altro fattore che gioca a favore di una exit strategy: secondo alcuni osservatori la grande cassa che affluirebbe nella holding consentirebbe anche di staccare un dividendo straordinario che verrebbe incontro alle esigenze di liquidità di alcuni soci. E agevolerebbe anche la chiusura della complessa partita sull’esecuzione dell’eredità bypassando il gioco dei veti incrociati sulla governance.
In terzo luogo l’uscita dal Monte consegnando le azioni a Piazza Gae Aulenti sarebbe anche coerente con le volontà del fondatore Leonardo Del Vecchio di costruire un grande polmone finanziario che da Unicredit arriva fino a Generali, dotato di dimensioni internazionali sul modello di Essilor-Luxottica, e al servizio del sistema imprenditoriale nazionale.
La palla insomma sarebbe nel campo del ceo della banca milanese Andrea Orcel che dopo il fallimento della scalata a Banco Bpm è alla ricerca di un nuovo target sul mercato italiano ma dovrà fare i conti con i piani del governo. (riproduzione riservata)