Dopo il naufragio delle trattative per una fusione alla pari, Mps cerca in extremis di riaprire il confronto con Banco Bpm e con i suoi grandi soci per contrastare l’opas da 30,6 miliardi presentata da Intesa. Ma il mercato resta scettico.
Resta però lo scoglio del Crédit Agricole, primo socio di Banco Bpm con il 29,3% del capitale. La scorsa settimana la banque verte Lovaglio ha bocciato senza mezzi termini l’ipotesi di una fusione, facendo trasparire contrarietà per la corsa in avanti della partecipata italiana. Lo riporta lunedì 3 agosto il Financial Times.
Venerdì 31 luglio l’amministratore delegato Olivier Gavalda ha dichiarato che Crédit Agricole esaminerà ogni progetto solido sulla base dell’interesse strategico, dei rischi di esecuzione e della capacità di creare valore nel lungo periodo. Al tempo stesso ha osservato che oggi è difficile comprendere come l’unione con Mps possa risultare vantaggiosa per gli azionisti di Banco Bpm.
Nei piani di Lovaglio l’eventuale combinazione potrebbe assumere la forma di una fusione. Mps e Banco Bpm dovrebbero negoziare il rapporto di concambio, mentre Crédit Agricole conferirebbe la propria partecipazione nel nuovo gruppo. Questa struttura ridurrebbe il fabbisogno di cassa, ma aprirebbe un negoziato complesso su governance, rappresentanza nel cda, accordi commerciali e peso finale del socio francese. Mps ha comunque dichiarato a febbraio di disporre di capitale eccedente sufficiente per valutare acquisizioni.
La vicenda nasce quasi due mesi fa, quando Banco Bpm aveva proposto a Mps di avviare un confronto per un’integrazione paritaria. Il giorno successivo Intesa aveva sorpreso il mercato con la propria offerta non concordata, trasformando il progetto industriale in una partita difensiva. Il recente aumento della quota di Agricole in Banco Bpm ha modificato ulteriormente gli equilibri: con una partecipazione prossima al 30%, il gruppo francese non può essere escluso da qualunque soluzione riguardante la banca milanese.
Proprio la freddezza di Crédit Agricole ha portato alla rottura dei colloqui preliminari. Gavalda ha affermato di non avere ricevuto informazioni sul possibile accordo, mentre il suo vice ha ricordato che il peso azionario del gruppo lo rende un interlocutore necessario. Banco Bpm ha quindi interrotto le discussioni. Mps ha preso atto dello stop, ribadendo di restare concentrata sul piano di crescita, sull’integrazione di Mediobanca e sull’esame delle opzioni strategiche nell’interesse degli stakeholder. Crédit Agricole ha invece indicato come preferibile una possibile aggregazione fra Banco Bpm e la propria controllata italiana.
Per Lovaglio il percorso resta in salita anche sul fronte interno. Il cda di Mps è diviso sulla strategia: quattro consiglieri hanno criticato in una lettera il metodo seguito nelle operazioni straordinarie, mentre Francesco Gaetano Caltagirone, principale azionista della banca, si è espresso pubblicamente contro un’integrazione con Banco Bpm. Il dissenso riduce lo spazio di manovra dell’amministratore delegato proprio mentre sarebbe necessario presentare rapidamente un’alternativa credibile.
A complicare ulteriormente il quadro interviene la cosiddetta passivity rule. Finché l’offerta di Intesa rimane pendente, Mps non può assumere iniziative che ne ostacolino il successo senza un’autorizzazione preventiva degli azionisti. Qualunque operazione concorrente dovrebbe quindi essere sottoposta a un’assemblea straordinaria. La strategia ipotizzata da Lovaglio dipende così da tre condizioni: l’apertura di Crédit Agricole, la ricomposizione delle divisioni nel vertice senese e il via libera dei soci. Senza questi passaggi, il progetto rischia di restare soltanto una leva negoziale nella battaglia con Intesa. (riproduzione riservata)