Ancora una volta i giudici riscrivono le vicende degli ultimi anni del Montepaschi. La nuova banca gestione Lovaglio a metà maggio ha perso in tribunale a Firenze contro gli ex vertici di oltre un quindicennio fa, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni: non solo ha visto respinta la sua richiesta di ottenere un risarcimento danni da 50 milioni di euro dall’ex presidente e dall’ex direttore generale che firmarono le famose operazioni Santorini e Alexandria, ma viene anche condannata a pagare ai due ex manager 350 mila euro di spese legali oltre alle spese generali.
E c’è di più: la decisione del 12 maggio del tribunale delle imprese di Firenze relativa alla sola operazione denominata Alexandria (un complesso prestito a lungo termine coperto da Btp stipulato con la banca giapponese Nomura) crea un clamoroso contrasto di giudizi nei confronti di Vigni, che nel 2020 è stato condannato in via definitiva in sede civile a risarcire 50 milioni di euro al Mps, per l’analoga operazione Santorini realizzata con Deutsche Bank.
Ma com’è possibile che le vicende senesi abbiano dato vita a una situazione tanto ingarbugliata dal punto di vista legale? Il fatto è che in mezzo ci sono state prima le condanne e poi le assoluzioni nei vari processi penali. Che hanno cambiato la narrazione della storia di Mps.
La soccombenza di Vigni in sede civile si fondava sostanzialmente sulle carte dell’inchiesta penale e sulla loro lettura che nel dicembre 2019 aveva portato l’ex dg (e gli altri imputati) alla condanna per falso in bilancio e manipolazione del mercato in relazione alle operazioni Santorini e Alexandria. Solo che nel 2022 Mussari, Vigni, le due banche estere e i loro ex banker sono stati assolti da ogni accusa in appello, e nel 2023 in via definitiva, perché «il fatto non sussiste» proprio per le operazioni Santorini e Alexandria. E Mussari e Vigni sempre nel 2022 sono stati assolti con formula piena anche dall’accusa di aver occultato il documento chiave di Alexandria, il “mandate agreement”, in cassaforte.
Quelle assoluzioni sono state un punto di svolta nella storia recente di Mps: hanno fatto eliminare dal bilancio della banca senese miliardi di rischi legali, consentendo così a Rocca Salimbeni di realizzare con più facilità l’aumento di capitale di fine 2022 dal quale è iniziata la rinascita fino alla scalata vittoriosa a Mediobanca nel 2025.
Ma la sentenza della corte di appello di Milano, che sconfessava l’impostazione di quelle operazioni proposta anni prima dalla stessa Mps, è servita alla banca per far assolvere nel 2024 sé stessa e i successori di Mussari e Vigni, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, dall’identica accusa di falso in bilancio per la errata contabilizzazione delle due operazioni, prima considerate come finanziamenti, “a saldi aperti”, e poi come derivati, “a saldi chiusi”.
Dalle assoluzioni sono partite una serie di cause civili promosse da chi era rimasto coinvolto in quella clamorosa inchiesta. Sulle decisioni della corte penale d’appello si basano per esempio le maxi-cause per quasi 1 miliardo di euro complessivi avanzate dagli ex top banker di Deutsche Bank davanti ai tribunali di Francoforte e di Londra.
Non solo: la sentenza che lo assolve in via definitiva è alla base della causa che, come rivelato nel marzo 2025 da MF-Milano Finanza, Vigni ha intentato una causa per stoppare la condanna subita in sede civile per fatti relativi a Santorini, che per i giudici penali «non sussistono».
Ora, in questo secondo processo civile contro Vigni su Alexandria, Mps ha provato a escludere la rilevanza delle sentenze penali di assoluzione, ma invano. Nelle 54 pagine di motivazione la corte presieduta dal giudice Niccolò Calvani con a latere Linda Pattonelli e Laura Maione smonta tutte le argomentazioni dell’istituto senese. E dà piena ragione a Mussari, per anni considerato il principale responsabile della cattiva gestione della banca (pur non avendo ruoli esecutivi) e a Vigni.
Per i giudici la loro conduzione dell’affare Alexandria fu perfettamente in linea con le necessità della banca nel 2009, non ci furono costi occulti né conflitti di interessi dei due banchieri. Ma soprattutto, sostengono i giudici richiamando direttamente la sentenza penale d’appello 3340/2022, l’operazione Alexandria (così come Santorini) produsse flussi positivi per Mps. Che insomma ci guadagnò, e non ci perse, al contrario di quanto è stato creduto per anni.
Vigni e Mussari – scrivono i giudici - ristrutturarono nel 2009 Alexandria per cancellare un rischio potenziale di perdite legate a derivati sui mutui subprime Usa in cui il veicolo era investito, sostituendolo con un’esposizione ai Btp. Nessuno allora – argomentano i giudici – poteva immaginare la crisi del debito sovrano che nel 2011 porterà fra le altre cose Mps a dover fornire garanzia quotidiana sui Btp per miliardi di euro a Nomura. E nessun documento fu occultato in cassaforte, come pure per anni si è detto, né è stato nascosto ai vigilanti.
Infine c’è un aspetto tecnico-giuridico non da poco: oltre che nel merito, i giudici smontano l’azione di responsabilità promossa da Mps perché sarebbe stata portata avanti senza l’adeguata autorizzazione dell’assemblea. Un passaggio che non è solo procedurale: se Montepaschi decidesse di fare appello potrebbe dover tornare in assemblea per farsi autorizzare di nuovo. Ma si tratterebbe di rivedere davanti ai soci più 14 anni di storia della crisi e dei salvataggi della banca. Errori e sentenze comprese. (riproduzione riservata)