Mps, parte la caccia ai voti per l’assemblea. Ma la strada di Lovaglio è in salita. Ecco perché
Mps, parte la caccia ai voti per l’assemblea. Ma la strada di Lovaglio è in salita. Ecco perché
L’assise dovrà autorizzare le due ops. Da Delfin a Caltagirone, dai fondi a Banco Bpm e Benetton: da che cosa dipende la scelta dei grandi soci. Tortora con Plt Holding sale all’1,4%

di di Andrea Deugeni e Luca Gualtieri 25/09/2026 22:30

Ftse Mib
51.866,93 6.59.59

+0,63%

Dax 30
25.408,64 23.51.08

+0,56%

Dow Jones
51.828,62 17.37.08

+0,93%

Nasdaq
27.064,88 23.51.08

+0,48%

Euro/Dollaro
1,1391 23.00.21

-0,09%

Spread
92,41 17.29.16

-3,17

La caccia ai voti per uno degli appuntamenti chiave della finanza italiana si è aperta giovedì 24 settembre, quando Montepaschi ha convocato i soci per l’assemblea del 29 ottobre. Quel giorno a Siena si deciderà sul destino delle due ops lanciate su Banca Generali e Banco Bpm per rispondere all’opas di Intesa Sanpaolo e, di conseguenza, sul futuro dell’istituto guidato da Luigi Lovaglio. Il voto è necessario in base alla passivity rule, che impone alle società target di offerte pubbliche di sottoporre ai soci le manovre difensive.

E, trattandosi di due aumenti di capitale più una fusione e la distribuzione di un dividendo straordinario, per l’approvazione sarà necessaria la maggioranza rafforzata di due terzi dei votanti. Se le presenze si attestassero sugli stessi livelli dell’ultima assemblea di aprile, i sì dovrebbero superare il 43% del capitale, ben oltre il 32,5% raccolto in quell’occasione dalla lista Tortora-Lovaglio. E con un'affluenza al 65% è sufficiente un blocco del 22-25% dei voti presenti per impedire l'approvazione della delibera.

Le offerte sul tavolo e la tabella di marcia verso l'assemblea

L’obiettivo di Rocca Salimbeni è molto ambizioso anche per un tenace catalizzatore di consensi come Lovaglio. Soprattutto perché le ops lanciate da Siena sono in competizione con la generosa proposta messa sul tavolo da Intesa Sanpaolo. Oltre alla componente in carta - che consentirà ai soci di Mps di diventare azionisti di una stabile blue chip europea - la banca guidata da Carlo Messina prevede anche un esborso cash nell’ordine di 3 miliardi di euro e ha una minore complessità esecutiva al netto delle problematiche antitrust soprattutto su Generali.

La partita decisiva si giocherà comunque nelle prossime quattro settimane. Da subito entreranno nel vivo i contatti dei proxy solicitor con i principali investitori istituzionali, mentre per la seconda metà di ottobre sono attese le raccomandazioni dei proxy advisor, a partire da Iss e Glass Lewis. Per i sollecitatori di deleghe a Siena si fanno i nomi di Okapi Partners, boutique statunitense ingaggiata anche ad aprile da Plt e da Lovaglio, e di Georgeson, ancora da arruolare. Il 20 ottobre scatterà la record date, che fotograferà gli azionisti legittimati a votare in assemblea.

Nei giorni successivi si concentreranno le decisioni definitive dei fondi e l’invio delle istruzioni di voto, con il 27 ottobre come termine per le deleghe al rappresentante designato, salvo eventuali scadenze operative anticipate fissate dagli intermediari. Il 29 ottobre infine toccherà all’assemblea pronunciarsi sulle operazioni, con gli occhi del mercato puntati sulle scelte dei grandi soci.

L'orientamento dei fondi internazionali

I fondi internazionali. Rappresentano il 60% dell’azionariato di Rocca Salimbeni con BlackRock (4,66%), Vanguard (3,17%) e Norges Bank (2,98%) a guidare una compagine che si muoverà in primis ascoltando le raccomandazioni dei proxy advisor. Le indicazioni sono considerate fondamentali per l'esito dell'assemblea: i numerosi fondi passivi presenti nel Monte tendono a seguire pedissequamente le raccomandazioni fornite da Iss e Glass Lewis che in vista dell’assise di Ca’ de Sass hanno già espresso parere favorevole sulla precedente operazione di Intesa.

Secondo gli addetti ai lavori, cambiare orientamento ora su questa specifica operazione del Monte risulta complesso. Per BlackRock s’ipotizza un probabile allineamento con Intesa. Anche alla luce della storica collaborazione fra la banca e l’asset manager americano. L’istituto guidato da Carlo Messina utilizza il sistema Aladdin del colosso di Larry Fink, per cui negli anni scorsi si era pure ipotizzato un ingresso nella controllata di Intesa Eurizon. Più prevedibile invece il campione dei fondi passivi Vanguard che seguirà le indicazioni dei proxy che arriveranno una decina di giorni prima dell’assemblea, mentre Norges che ad aprile aveva sostenuto in toto il rinnovo di Lovaglio rappresenta più un battitore libero.

Le mosse dei grandi soci privati: Delfin e Caltagirone

Delfin. La holding della famiglia Del Vecchio è primo socio di Mps con il 17,5% e ha dato mandato a Lazard per valutare il da farsi. La riserva verrà sciolta solo pochi giorni prima dell'assemblea da un cda ad hoc. Per statuto su questo tipo di materie il board ha carta bianca ma, viste le turbolenze nella governance della holding, il presidente Francesco Milleri cercherà di coinvolgere maggiormente e di sondare i voleri degli altri sette soci-eredi.

Per Leonardo Maria del Vecchio «quando il board vorrà sentirci la mia posizione è chiara: Delfin deve scegliere l'opzione che garantisca maggiore flessibilità e creazione di valore per affrontare la nuova stagione della sua governance». Un indizio inequivocabile? Milleri ad aprile è stato uno degli artefici della vittoria di Lovaglio. Ma ai nastri di partenza la partecipazione più facilmente liquidabile sarebbe il 4% di Intesa che la cassaforte si ritroverebbe in portafoglio post-adesione e non il 17,5% di Mps. L’offerta metterebbe poi nelle già ricche casse di Delfin anche più di 500 milioni per la componente cash, utile magari per eventuali esigenze di gestione delle quote di soci che vogliono uscire dalla holding. Poi c’è il rischio di discesa del nav di Delfin in caso di deprezzamento del titolo Mps post flop dell’operazione di Intesa, un nav che è già sotto pressione per le performance asfittiche di EssilorLuxottica in borsa. Infine la legacy di Del Vecchio, che nei suoi investimenti in banche e assicurazioni spingeva affinché gli istituti diventassero leader europei sul modello Essilux.

Caltagirone. Subito dopo l’ops su Mediobanca il costruttore, secondo azionista di Mps con il 13,5%, era diventato il principale antagonista di Lovaglio. Nella primavera scorsa però il tentativo di sostituire il banchiere con l’ex ceo di Cdp Fabrizio Palermo non aveva raccolto i consensi sperati, anche per la netta opposizione di Delfin. Dopo l’opas di Intesa Caltagirone non ha assunto una posizione ufficiale sull’offerta, ma i buoni rapporti con Ca’ de Sass - che di recente ha finanziato il gruppo romano per mezzo miliardo - alimentano l’ipotesi di una convergenza. Anche per le tensioni riemerse nel cda di Mps dopo l’assemblea di aprile, con la minoranza sostenuta da Caltagirone nuovamente contrapposta a Lovaglio. Vista da costruttore, la vittoria di Ca’ de Sass potrebbe infine esser valutata come l’ultima possibilità di rientrare nella partita Generali, dove sta provando a sostituire Philippe Donnet dal 2022.

La posizione delle istituzioni e delle altre banche

Tesoro. Come già accaduto in aprile Via XX Settembre non schiererà il proprio 4,86%. Lo ha ribadito il ministro Giancarlo Giorgetti nei giorni scorsi: «Abbiamo detto almeno dieci volte che noi non partecipiamo e seguiremo la decisione del mercato su quello che sarà l’esito. Perché il mercato evidentemente nella sua capacità di discernere premierà quella che sarà l’offerta migliore». Non partecipando all’assemblea il Mef non condizionerà insomma in alcun modo la competizione, mentre una semplice astensione avrebbe alzato il quorum traducendosi di fatto in un voto contrario.

Banco Bpm. L’istituto non è giuridicamente obbligato ad astenersi, ma sul piano della governance il suo voto sull’ops che lo riguarda sarebbe problematico. Con il 3,74% di Mps Piazza Meda si troverebbe nella duplice veste di azionista dell’offerente e di società target, con interessi economici che potrebbero non coincidere con quelli degli altri soci di Rocca Salimbeni. Il diritto italiano non vieta il voto di un socio in conflitto di interessi ma, se quella preferenza fosse decisiva e la delibera potesse danneggiare la società, questa potrebbe essere impugnata. Per Bpm l’astensione è insomma la scelta più lineare.

Edizione dei Benetton. Anche la holding di Ponzano Veneto, azionista di Mps con l’1,45%, deciderà verosimilmente «sotto data», a ridosso del 29 ottobre, come fatto ad aprile scorso. La scelta sarà presa direttamente dal presidente Alessandro Benetton in tandem con il ceo Enrico Laghi e terrà insieme convenienza finanziaria e fabbisogni di cassa: l’offerta Intesa garantirebbe maggiore liquidità immediata, mentre la permanenza in Mps conserverebbe un’esposizione a un potenziale upside più diluito nel tempo e che mal si concilia con le esigenze nel breve della cassaforte.

A Ponzano devono liquidare entro fine anno il ramo di Giuliana Benetton - un recesso da 3,5 miliardi - da stabilire ancora se con pacchetti azionari di partecipate oppure cash. Prima del voto Edizione valuterà anche gli orientamenti degli altri grandi soci e dei fondi.

Plt Holding e GGG. Lovaglio può contare certamente ai nastri di partenza almeno sui voti favorevoli di due imprenditori che hanno creduto in lui sin dalla prima ora. Uno, Pierluigi Tortora, 68 anni, patron del gruppo dell’energia Plt Holding, è risultato determinante ad aprile nel far rieleggere il banchiere lucano al vertice di Mps messo fuori dalla lista  del board uscente.

Tortora, ex pattista di Mediobanca nell’era Nagel, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza ha anche incrementato la quota in Rocca Salimbeni portandola dall’1,2% di metà aprile all’attuale 1,4%. Come l’imprenditore emiliano, anche il veronese Giorgio Girondi, patron di Ufi Filters, gruppo della filiera automotive, voterà a favore delle due offerte su Banca Generali e Banco Bpm con il proprio 1% di Mps detenuto nella holding GGG. (riproduzione riservata)