Mps-Mediobanca tra luci e ombre, ecco cosa dicono i primi risultati del nuovo gruppo su ricavi, costi e strategia
Mps-Mediobanca tra luci e ombre, ecco cosa dicono i primi risultati del nuovo gruppo su ricavi, costi e strategia
Mps spinge sulle commissioni, ma l’incertezza rallenta Piazzetta Cuccia. E adesso il mercato attende il nuovo piano industriale di Lovaglio

di di Andrea Deugeni e Luca Gualtieri 13/02/2026 22:00

Ftse Mib
45.430,62 6.55.20

-1,71%

Dax 30
24.914,88 23.50.48

+0,25%

Dow Jones
49.500,93 15.48.04

+0,10%

Nasdaq
22.546,06 23.50.48

-0,22%

Euro/Dollaro
1,1872 23.00.29

+0,14%

Spread
60,69 17.30.10

+0,38

I conti presentati la scorsa settimana sono stati il primo banco di prova del nuovo gruppo nato a settembre dall’opas Mps-Mediobanca. Il progetto è incompleto, visto che l’integrazione delle due realtà deve ancora realizzarsi e le sinergie restano legate al successo di questo passaggio. Analisti e investitori hanno comunque potuto farsi una prima idea sui punti di forza e di debolezza della struttura costruita da Luigi Lovaglio.

I conti di Mps. Guardando alla banca stand-alone, il quarto trimestre è stato più solido quarto trimestre è stato più solido di quanto suggerisca l’andamento del margine di interesse. Quest’ultimo si è attestato a 544 milioni, stabile su base trimestrale ma in flessione del 7% anno su anno e leggermente sotto i 549 milioni attesi.

Questo è l’unico elemento di debolezza relativa, ma va letto nel contesto generale della politica monetaria visto che il rendimento su prestiti e liquidità si sta normalizzando rispetto ai picchi del 2023. Non non si tratta comunque di un problema di volumi: anzi, i crediti sono cresciuti, segno che Mps sta continuando a fare business, ma con margini unitari più bassi. L’espansione peraltro non sta avendo effetti significativi sulla qualità dell’attivo, visto che gli accantonamenti si sono fermati a 75 milioni, meno di quanto previsto dagli analisti.

La crescita delle commissioni e dei ricavi complessivi

La sorpresa positiva è arrivata dalle commissioni, pari a 401 milioni, in crescita del 5% trimestre su trimestre, del 7% anno su anno e superiori alle stime (393 milioni). Sono saliti le attività di gestione e consulenza, i ricavi da distribuzione di prodotti finanziari e assicurativi e le fee legate all’attività bancaria più tradizionale, come finanziamenti e carte. Questa dinamica ha sostenuto i ricavi complessivi, che hanno raggiunto 1,02 miliardi (+2%), collocandosi al di sopra dei 998 milioni attesi.

Al balzo dell’utile oltre 2,7 miliardi ha contribuito soprattutto una componente straordinaria. Grazie al miglioramento delle prospettive di redditività dopo l’aggregazione di Mediobanca, Mps ha potuto rivalutare e iscrivere a bilancio una parte rilevante delle Dta, cioè i crediti d’imposta accumulati negli anni e utilizzabili in futuro. Ciò ha prodotto un beneficio immediato a conto economico di oltre un miliardo, trasformando la voce imposte da costo a contributo positivo.

Mediobanca. Piazzetta Cuccia invece ha registrato un trimestre più debole della capogruppo. Nel wealth management le commissioni hanno mostrato un certo recupero tra ottobre e dicembre. Ma, nonostante la tenuta dei ricavi, gli investitori si sono focalizzati su una dinamica specifica: nel semestre sono usciti 28 banker (8 nel private e 20 nel premier) e ciò ha portato a deflussi di masse per 1,1 miliardi nel trimestre, concentrati nel private domestico.

Quando escono figure-chiave della rete una parte dei clienti tende a seguirle e questo può riflettersi sui ricavi dei trimestri successivi. Il management ha parlato di piani di retention e dell’inserimento di nuovi professionisti, mentre gli analisti invitano a monitorare i flussi nei prossimi trimestri per capire se il fenomeno rientrerà.

Anche il corporate and investment banking (Cib) ha mostrato criticità. I ricavi della storica divisione della merchant sono scesi rispetto all’anno precedente, soprattutto perché l’attività di advisory è stata meno vivace. Il mercato per giunta non ha aiutato e le operazioni sono state meno numerose e più selettive. Tuttavia la banca ha indicato diversi deal in preparazione e una buona visibilità sull’inizio del nuovo esercizio, elemento che Barclays considera un possibile punto di svolta nel breve periodo.

Ma come nel private anche nell'investment banking pare che managing director siano con le valigie in mano verso competitor. Senza ombre invece il consumer finance, che ha continuato a crescere in modo ordinato: ricavi in aumento, margini stabili e costo del rischio sotto controllo, senza segnali di peggioramento della qualità del credito.

Il risultato finale è stato inoltre influenzato dagli effetti contabili legati alla purchase price allocation (Ppa). Quando una società viene incorporata il prezzo pagato non finisce semplicemente tra le attività ma va scomposto e attribuito alle singole voci di bilancio e questo processo genera aggiustamenti che passano a conto economico. Nel trimestre tali aggiustamenti hanno inciso sull’utile di Mediobanca (salito oltre 300 milioni) ma non hanno nulla a che vedere con l’andamento commerciale delle divisioni. Proprio per questo Barclays, pur riconoscendo la solidità patrimoniale e la tenuta di alcune aree operative, ha rivisto leggermente al ribasso le stime sugli utili per il 2026-27 (intorno al -2%) adottando un approccio più prudente nel breve periodo.

Sul capitale non sono emerse tensioni: il Cet1 fully loaded di Mediobanca è al 16,4%, in miglioramento rispetto a giugno, confermando una posizione patrimoniale solida. Insomma Piazzetta Cuccia resta una banca solida, ma il trimestre mostra meno slancio rispetto a quello di Mps e lascia qualche interrogativo soprattutto su Cib e wealth management.

Le prospettive dell'integrazione e le sinergie di costo

Il completamento dell’integrazione potrebbe cambiare in modo sostanziale un quadro che oggi gli analisti considerano ancora di transizione. Se la fusione venisse portata fino in fondo, l’impatto non sarebbe solo organizzativo ma inciderebbe sui numeri.

Il primo terreno su cui si vedrebbero risultati è quello dei costi. Oggi le due realtà convivono ancora con strutture in parte parallele: funzioni centrali, sistemi informatici, presidi di controllo, governance.

Una vera integrazione consentirebbe di eliminare queste sovrapposizioni e di concentrare in un’unica piattaforma information technology, compliance, risk management e strutture di supporto. Ciò si tradurrebbe in una riduzione della base costi e in un miglioramento del cost/income. In una fase in cui il wealth management di Mediobanca sta sostenendo spese per retention e nuovi inserimenti, poterle distribuire su un gruppo più ampio e più efficiente farebbe la differenza.

Il secondo effetto riguarderebbe i ricavi. Mps ha una rete distributiva molto più estesa mentre Mediobanca porta in dote competenze su advisory, corporate e gestione patrimoniale di fascia alta. Un’integrazione piena permetterebbe di far viaggiare prodotti di investimento, soluzioni corporate e servizi a maggior valore aggiunto verso una platea di clienti più ampia.

Significherebbe più commissioni e un mix ricavi meno concentrato su singole aree o su singoli professionisti. Anche il tema delle uscite nel private banking peserebbe meno in un modello in cui il business è più integrato nella rete complessiva del gruppo.

Il ruolo del capitale e il Danish Compromise

Con il controllo integrale e l’applicazione del cosiddetto Danish Compromise il gruppo potrebbe ottenere un beneficio regolamentare significativo, stimato dagli analisti in diversi punti percentuali di Cet1. Ciò rafforzerebbe la capacità di assorbire eventuale volatilità, sostenere politiche di dividendo ambiziose e finanziare crescita senza stress patrimoniali.

A questo si aggiunge l’utilizzo progressivo delle Dta, che continuerebbe a generare capitale in modo organico negli anni successivi. In sostanza, le criticità emerse sinora potrebbero essere gestite più facilmente dentro una struttura unificata, con sinergie di costo e di ricavi e una base patrimoniale più solida. Ed è lì che si giocherà il salto di qualità finanziario dell’operazione. In Bce lo sanno e monitorano la situazione senese attendendo il nuovo piano. (riproduzione riservata)