Per mesi si è parlato della scalata di Roma alla Milano finanziaria, al rovesciamento dei poli del potere bancario-assicurativo. E invece la conquista di Mediobanca da parte di Mps ma soprattutto la conferma a sorpresa del suo artefice Luigi Lovaglio alla guida della banca senese hanno determinato il ricostituirsi di fatto di un nuovo salotto della finanza del Nord.
Rispetto a quello storico consolidatosi attorno a Enrico Cuccia e poi ai suoi manager eredi, al posto della merchant bank c’è il gruppo senese, ormai risanato e forte di una maggioranza di mercato che ha sostenuto la lista del piccolo azionista Pierluigi Tortora (all’1,2% con la sua Plt Holding), preferendola a quella del cda che era condizionata dal peso di Francesco Gaetano Caltagirone, secondo azionista di Siena con il 13,5%.
Di questa nuova Mps-Mediobanca la propaggine finanziaria più potente continua ad essere Generali, grazie a quel 13,2% storicamente in pancia a Piazzetta Cuccia e che ora è sotto stretto controllo di Lovaglio. Ma in questo rinnovato salotto fa parte adesso anche un secondo nuovo soggetto: il Banco Bpm guidato da Giuseppe Castagna, che nell’elezione di Luigi Lovaglio ha fatto valere il suo peso azionario (3,7%) ma anche politico, data la vicinanza dell’istituto alla Lega e al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
Tra le istituzioni non finanziarie, membro di diritto del nuovo salotto c’è Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio che ha deciso proprio alla vigilia dell’assemblea del 15 aprile di sostenere la lista di Tortora con il suo determinante 17,5% in Mps ed è allo stesso tempo azionista forte di Generali con il 10,5%. E a contare, in Delfin, oltre al presidente Francesco Milleri, lo storico braccio destro di Leonardo Del Vecchio, ci sarà presto il quarto figlio del fondatore di Luxottica, Leonardo Maria, che si accinge a diventare socio di maggioranza relativa della holding grazie a un colossale finanziamento da 11 miliardi (con capofila Unicredit) che gli consentirà di rilevare le quote di due dei suoi sei fratelli.
Sono tutti elementi di novità che rendono Mps, ormai archiviate le crisi del decennio passato, il nuovo snodo del prossimo riassetto del sistema finanziario italiano.
Che passa naturalmente da Generali. Come è stato possibile? A poco meno di due settimane dall’assemblea senese che ha visto ribaltati i pronostici della vigilia, appare più chiaro il percorso compiuto da Lovaglio per vincere e si comincia a delineare meglio in che direzione il banchiere vuole indirizzare Montepaschi-Mediobanca.
Sono stati mesi pesanti per il ceo: prima il lavoro sul piano di integrazione approvato a febbraio da quello stesso cda che pochi giorni dopo lo ha estromesso dalla corsa per il rinnovo del mandato, quindi la candidatura nella compagine alternativa di Tortora con conseguente licenziamento, da lì la campagna elettorale e infine la vittoria nell’elezione più incerta che si ricordi per la governance di una banca.
La pubblicazione del verbale dell’assemblea darà la fotografia precisa di come si sono mossi i soci. Ma grazie ad alcune autorevoli fonti un quadro si può già delineare: Lovaglio partiva indietro di circa 8,5 punti percentuali che è la quota di capitale in mano agli oltre mille fondi passivi che nelle assemblee votano secondo le indicazioni dei proxy advisor (nel caso di Mps c’erano coinvolti Iss e Glass Lewis).
Il banchiere, senza struttura di supporto, ha puntato così a costruire il consenso sulla lista Tortora contattando i fondi long, che si muovono secondo analisi proprie, usando due leve: l’efficacia della strategia di integrazione tra Mps e Mediobanca e le critiche a una lista del cda in realtà molto vicina a Caltagirone. Soglia di contatto: azionisti che avessero almeno lo 0,10%. La strategia ha avuto effetto: pare che un fondo attivo di Vanguard abbia schierato il suo 0,10% con la lista Lovaglio mentre il resto dei fondi passivi della casa di gestione (che ha in totale il 3%) abbia seguito i proxy.
Ma non c’è dubbio che sia stato Delfin l’ago della bilancia. della bilancia. Il fronte Lovaglio-Tortora ha chiarito subito a margine dell’assemblea di non aver avuto alcun contatto diretto o indiretto con Francesco Milleri (il presidente di Delfin) o con membri della famiglia Del Vecchio. Ma entrambi confidavano sul fatto che il primo socio della banca non potesse astenersi dal dire la sua sulla governance.
Ma anche Banco Bpm a sorpresa ha deciso di votare per Lovaglio: come ha spiegato Castagna, l’istituto milanese ha ritenuto che solo la riconferma del banchiere fosse la strada che poteva favorire la crescita e proteggere il business del risparmio gestito della controllata Anima sgr, che ha in Mps il secondo canale di vendita.
Ma quel voto ha riacceso immediatamente le speculazioni su un’integrazione tra Banco e Montepaschi per creare quel terzo polo desiderato dal governo e sostenuto da Giorgetti e dalla Lega ed ostacolato un anno fa dall’opa ostile di Unicredit respinta a colpi di golden power anche andando oltre le soglie della legge.
Sul mercato la fusione Mps-Banco viene data per molto probabile. D’altronde l’istituto milanese in cinque anni ha visto la sua capitalizzazione crescere di quasi dieci volte da 2 a 18 miliardi, il total return del 1.600%, e metà dei ricavi portati dalle fabbriche prodotto (assicurazione, credito al consumo, sistema dei pagamenti, asset management), che a Siena farebbero comodo.
Ma quel tavolo non pare oggi imminente e, in ogni caso, dovrebbe coinvolgere non solo Castagna ma anche i francesi di Crédit Agricole, primo socio di Banco Bpm con il 22,8%. Secondo quanto risulta a Milano Finanza da fonti autorevoli, Lovaglio vuole innanzitutto riprendere i fili dell’integrazione con Mediobanca, a sette mesi dalla fine dell’ops. La contesa per la governance ha fatto fermare i cantieri, tanto più che la linea del candidato ceo Fabrizio Palermo - sia pure mai esplicitata - avrebbe dovuto essere quella di un alleggerimento della presa di Siena su Piazzetta Cuccia.
Tutto il contrario di quello che vuole Lovaglio, che ora dovrà confrontarsi con il ceo di Mediobanca, Alessandro Melzi d’Eril: bisognerà recuperare il tempo perduto e ripristinare un clima di collaborazione, è il messaggio che Siena darà ai banker di Piazzetta Cuccia. Se non si «delivera», si va a casa.
Delfin, Mps-Mediobanca, Banco Bpm: direttrici che portano in una sola direzione, quella di Trieste. In pancia Delfin ha il 10,05% di Generali che vale ad oggi 5,8 miliardi, la quota in Mps altri 4,8 miliardi e il 2,7% di Unicredit quasi 3 miliardi. La holding dei Del Vecchio sembra destinata a mettere mano alle sue partecipazioni finanziarie per consentire a Leonardo Maria Del Vecchio di ripagare il colossale prestito da 11 miliardi che sta ottenendo da Unicredit, Bnp Paribas e Crédit Agricole per diventare l’azionista di riferimento di Delfin rilevando le quote di due dei sei fratelli.
A sua volta Lovaglio ha sempre detto che Generali è ««nice to have» perché porta ottimi dividendi, ma che è pronto a usarla come moneta di scambio. Per che cosa? Montepaschi è un gruppo bancario e non una holding, è il punto di partenza di ogni ragionamento che si fa a Siena. Quindi quel 13% di Generali può essere speso in un’operazione che rafforzi la banca.
In quest’ottica potrebbe riprendere piede il progetto tentato in extremis nel 2025 da Alberto Nagel di comprare tutta Banca Generali, quando tentò di difendere Mediobanca dall’assalto di Siena? Secondo alcuni osservatori sarebbe un modo per rafforzare Mps per poi trattare con Banco Bpm.
Ma se davvero sia Mps sia Delfin, per ragioni diverse, mettessero mano alle rispettive quote in Generali, bisognerà puntellare la stabilità della compagnia, fondamentale polo finanziario e di risparmio dell’Italia polo finanziario e di risparmio dell’Italia e come tale guardata dal governo. Su Generali si ora è affacciato con forza Unicredit con quel pesante 8,7% rivelato all’assemblea di giovedì 23 che lo rende il terzo azionista dietro a Delfin e Mps-Mediobanca.
Perché crescere in Generali? Andrea Orcel dice che vuole difendere la sua partnership commerciale in Est Europa. Ma ha anche l’esigenza di rafforzare il lato italiano di Unicredit, se davvero riuscirà a conquistare la tedesca Commerzbank. Possibile quindi che si proponga come acquirente di parte di quelle azioni in vendita, a cominciare da quelle del suo maxi-debitore Lmdv. Oppure, in uno scenario estremo, che Orcel punti dritto su Mps facendo leva sul pacchetto di Delfin: un’acquisizione di Siena gli porterebbe in dote Mediobanca e quindi Generali.
Ma al tavolo di Trieste, se si riaprisse davvero, non potrebbe non sedersi anche Intesa Sanpaolo. Finora è rimasta fuori dal «far west», come l’ha definito il ceo Carlo Messina, anche per i vincoli imposti dall’antitrust nel settore bancario e assicurativo. Ma non in quello dell’asset management. Potrebbe allora rivelarsi il partner ideale - come vari analisti hanno sottolineato nei mesi passati - per prendere il posto dei francesi di Natixis nella trattativa abbandonata l’anno scorso. È un tavolo che potrebbe ben sposarsi con le esigenze strategiche del gruppo guidato da Philippe Donnet, in carica fino al 2028. Sono tutti scenari molto ben presenti ai protagonisti vecchi e nuovi del salotto. I nodi tecnici però non sono da poco e andranno fatti girare i numeri da analisti e banchieri d’affari, per capire che margini di manovra effettivi ci siano. (riproduzione riservata)