Il risiko bancario italiano sembra vicino all'ultimo atto. L'assemblea del Mps, convocata per giovedì 29 ottobre, dovrebbe bocciare la controffensiva dell'ad Luigi Lovaglio e liberare la strada all'opas di Intesa Sanpaolo. Tra dicembre e gennaio Carlo Messina potrebbe così conquistare il Monte e, indirettamente, Mediobanca e il 13,2% di Generali. Ma per banchieri d'affari e analisti il voto chiuderà soltanto una fase del consolidamento; da Banco Bpm a Trieste, altre partite potrebbero presto aprirsi.
A Siena i numeri lasciano pochi margini a Lovaglio. Il piano, incentrato sulle ops per Banco Bpm e Banca Generali e su un dividendo straordinario di 4 miliardi, incontra l'opposizione dei grandi soci. Anche perché Intesa ha rilanciato aggiungendo 25 centesimi in contanti per azione all'opas, portandone il valore indicativo a 31,4 miliardi, e ha avvertito che l'offerta cadrà se l'assemblea approverà i passaggi essenziali della difesa. Ma il risiko potrebbe non fermarsi a Siena.
Secondo fonti finanziarie, dopo l’assemblea di Montepaschi Crédit Agricole, primo socio con di Piazza Meda al 29,3%, potrebbe accelerare sull’integrazione conferendo a Banco Bpm le attività italiane attraverso una fusione. Parigi darebbe così un concreto sbocco industriale alla scalata iniziata nel 2022, unendo reti e valorizzando le partnership nel credito al consumo e nella bancassicurazione.
Lo schema avrebbe anche un vantaggio finanziario per Agricole. Conferendo le proprie attività italiane in cambio di azioni Bpm, il gruppo francese rafforzerebbe la partecipazione senza sostenere un'offerta totalitaria. Secondo alcune simulazioni la quota di Parigi salirebbe fino al 44-46% ma il superamento del 30%, che normalmente fa scattare l'obbligo d'opa, potrebbe beneficiare dell'esenzione per i merger, attraverso il cosiddetto «whitewash». Stesso meccanismo di cui usufruirà Unipol in Bper dopo il conferimento nel 2028 degli sportelli rilevati dal Montepaschi. Per avvalersene basterebbe il voto favorevole della maggioranza degli azionisti indipendenti.
Ma c’è una complicazione. In un deal di questo tipo i soci di minoranza rischierebbero di non beneficiare del premio di controllo normalmente riconosciuto nelle offerte pubbliche. Una questione sulla quale anche l'amministratore delegato Giuseppe Castagna ha più volte richiamato l'attenzione, indicando nella tutela degli azionisti uno dei requisiti essenziali di un'eventuale integrazione.
Il dossier sarebbe anche nel radar di Unicredit. Una fusione Agricole-Bpm potrebbe essere accompagnata dalla cessione a Piazza Gae Aulenti di un pacchetto di filiali, per rispondere alle richieste dell'Antitrust nelle aree di maggiore sovrapposizione. Unicredit otterrebbe così un rafforzamento in Lombardia, dove cerca da tempo un salto dimensionale come dimostra la fallita ops su Banco Bpm del 2025. Già a settembre si era ipotizzato un intervento congiunto, anche se per ora non sono arrivate conferme.
Che cosa potrebbe ottenere l'Agricole in cambio del compendio? Secondo alcuni interlocutori, la contropartita potrebbe passare dal risparmio gestito. A metà del 2027 scadrà il contratto di distribuzione fra Unicredit e Amundi, il colosso controllato dai francesi. Dal suo arrivo in piazza Gae Aulenti, Orcel ha ridotto la presenza dei prodotti Amundi nella rete, privilegiando la piattaforma interna Onemarkets e altri gestori, anche a costo di accantonare penali contrattuali. L'obiettivo è recuperare autonomia nel gestito.
Un'intesa con Parigi su Bpm potrebbe cambiare i termini del confronto. Sul tavolo potrebbe tornare un accordo di lungo periodo, anche decennale, fra Unicredit e Amundi. Per i francesi significherebbe salvaguardare l'accesso a una grande rete distributiva proprio alla vigilia della scadenza del contratto. Per Orcel, invece, comporterebbe rivedere una strategia perseguita con determinazione negli ultimi anni. Un possibile terreno negoziale, dunque, non una contropartita già concordata.
Nel consolidamento finanziario del resto l’approccio di Unicredit è sempre stato concretamente opportunistico. Lo dimostra la partecipazione costruita in Generali dove oggi la banca detiene il 9,05%, secondo l'ultimo aggiornamento della compagnia. Con il titolo dei Leone ancora vicino ai massimi storici, la quota frutterebbe oggi una ricca plusvalenza ma c’è chi ritiene i progetti di Orcel siano più ambiziosi.
All’avvicinarsi dell’assemblea Montepaschi si sono riaccese le speculazioni su un accordo commerciale tra le due istituzioni che potrebbe essere annunciato nei prossimi mesi. Secondo le indiscrezioni l’occasione sarebbe l’Investor Day di fine anno del Leone in cui verrà fatto un update del piano industriale «Lifetime Partner 27» e aperti i cantieri del prossimo business plan della compagnia da presentare al mercato fra novembre e gennaio 2028, prima del rinnovo della governance a Trieste.
Ma c’è anche chi scommette su un contestuale rafforzamento di Unicredit nel capitale della compagnia, anche grazie alla flessibilità patrimoniale garantita dal Danish Compromise. A settembre la Bce ha autorizzato Unicredit ad applicare alle proprie partecipazioni assicurative il trattamento prudenziale che consente di ponderarle per il rischio anziché dedurle dal capitale regolamentare.
Il vantaggio, per il momento, non si estende alla quota in Generali, considerata un investimento finanziario, ma potrebbe assumere rilievo nell'ipotesi di un'integrazione più stretta tra i due gruppi. Il rafforzamento potrebbe avvenire attraverso acquisti sul mercato oppure mediante il passaggio di mano di parte o dell'intera partecipazione di Delfin, che oggi possiede il 10,15% della compagnia e post-opas si ritroverà anche quasi il 4% di Intesa da sommare al 2,7% di Unicredit.
Orcel potrebbe chiudere il cerchio con un’operazione carta contro carta favorita anche dalla mancanza di sovrapposizioni nei business. Molto però dipenderà dalle strategie di Ca’de Sass. Attraverso Mediobanca, il gruppo Mps possiede il 13,3% di Generali, una quota che, in caso di successo dell'opas, finirebbe nel portafoglio finanziario della prima banca italiana.
I margini di manovra sul pacchetto dipenderanno dall'Antitrust. A settembre l'Autorità ha avviato un'istruttoria, esaminando gli effetti dell’opas nei mercati del credito, delle assicurazioni e del risparmio gestito. Pur escludendo che la partecipazione attribuisca a Ca' de Sass il controllo delle Generali, l'Autorità presieduta da Saverio Valentino vuole verificare se i legami azionari possano favorire scambi di informazioni commercialmente sensibili o ridurre gli incentivi a competere.
Secondo quanto riportato nei giorni scorsi da MF-Milano Finanza, un punto di equilibrio potrebbe essere raggiunto attraverso l'introduzione di meccanismi di chinese wall, ossia barriere organizzative e informative destinate a impedire la circolazione di dati strategici tra i due gruppi. La portata effettiva di questi vincoli però sarà nota soltanto al termine dell'istruttoria, le cui conclusioni sono attese tra novembre e dicembre. Da quella configurazione finale dipenderà la capacità di Intesa di incidere sugli equilibri della compagnia e, indirettamente, lo spazio che potrebbe aprirsi per un eventuale rafforzamento di Unicredit. L’assemblea del 29 ottobre insomma chiuderà probabilmente i giochi su Siena senza esaurire il consolidamento. Una nuova partita potrebbe aprirsi molto presto e vedere in campo i tre pesi massimi della finanza italiana, Intesa, Generali e Unicredit. (riproduzione riservata)