Il futuro di Montepaschi si gioca in meno di trenta giorni. Entro fine febbraio dovranno essere individuati i candidati al nuovo cda che sarà nominato dall’assemblea del 15 aprile: un passaggio che va ben oltre il normale rinnovo degli organi sociali. Attorno alla partita senese si concentrano l’attenzione dei grandi soci, del governo e dei regolatori, tutti consapevoli che dalle scelte per Rocca Salimbeni dipende buona parte dell’assetto della finanza italiana nei mesi e anni a venire.
Il tema più delicato sul tavolo del comitato nomine interno all’attuale board presieduto da Nicola Maione e del cacciatore di teste Korn Ferry riguarda la posizione del ceo. Luigi Lovaglio, 70 anni, è arrivato al termine del suo primo mandato pieno, dopo essere stato chiamato all’inizio del 2022 dal governo Draghi a guidare la banca in una delle fasi più complesse della sua storia. Sotto la sua guida il Monte ha completato un risanamento che ne ha cambiato radicalmente il profilo.
Il banchiere ex Unicredit a fine 2022 ha centrato l’obiettivo di portare a casa l’aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro che ha messo in sicurezza la banca. Quindi ha visto ridisegnarsi l’azionariato in seguito alla rapida privatizzazione da parte del Tesoro, che ha portato lo Stato dal 64% all’11,7% attraverso tre maxi-collocamenti. Nell’ultimo, nel novembre 2024, sono emersi nuovi soci di riferimento: Delfin, il gruppo Caltagirone e Banco Bpm in tandem con la controllata Anima. L’operazione ha alimentato non poche polemiche e, insieme alla successiva opas da 14 miliardi su Mediobanca, è finita nel mirino della procura di Milano.
L’ipotesi investigativa è di un patto occulto tra Delfin e Caltagirone con l’appoggio di Lovaglio (ma non di Mps) per assumere il controllo di Piazzetta Cuccia e per influenzare, a cascata, le Generali. E proprio a causa dell’inchiesta il banchiere è stato escluso dall’iter di formazione della lista del cda e dalla possibilità di interloquire con i grandi azionisti. Questo sulla carta non preclude una sua ricandidatura. Ma sicuramente lo indebolisce.
Eppure di strada sotto la sua guida Mps ne ha fatta. Tre anni fa era una banca fragile sotto diversi profili: il rialzo dei tassi ha aiutato, così come le assoluzioni nelle inchieste che per oltre dieci anni hanno zavorrato la banca; ma il mercato attribuisce a Lovaglio un ruolo centrale sia nel contenimento dei costi – oltre 4 mila uscite volontarie in un colpo solo a novembre 2022 – sia nella spinta ai ricavi.
A beneficiarne sono stati gli azionisti: da fine 2022 a oggi ha distribuito 1,4 miliardi di dividendi, con un total return superiore al 390%, e il titolo ha toccato a inizio anno i massimi storici a 9,3 euro, dai 2 euro di tre anni fa. Inoltre Montepaschi ha 3,3 miliardi di capitale in eccesso grazie a due fattori divergenti: se è vero che il goodwill dell’acquisizione ha ridotto il Cet1 dal 18,07% al 16,9%, il suo effetto è compensato dal raddoppio delle attività ponderate per il rischio grazie al bilancio di Mediobanca.
Che succederà adesso? Lovaglio ha promesso delisting, fusione e scorporo delle attività tra investment banking, private, credito al consumo e quota in Generali per generare fino a 700 milioni di euro di sinergie. Secondo gli analisti, questo dovrebbe tradursi in dividendi totali superiori a 2,8 euro per azione entro il 2027, pari a 8,5 miliardi.
Questi numeri hanno convinto mercato, regolatori e alcuni azionisti di riferimento. Delfin e Mef hanno dichiarato pubblicamente il proprio sostegno a Lovaglio. Ma una parte del vertice rimane dubbiosa sulla strategia di delistare Mediobanca – che pure è stata sollecitata anche dalla Bce – , perché costerebbe più di 2 miliardi e sottrarrebbe risorse potenziali per il risiko bancario.
L’ipotesi alternativa a quella di Lovaglio sarebbe significherebbe aumentare il flottante di Mediobanca, mantenendola quindi autonoma.
Ma significherebbe vendere in perdita rispetto a quanto le azioni sono state comprate in opa, anche se farebbe costituire più cassa per eventuali altre acquisizioni. Ma potrebbe impattare sulle sinergie attese.
I dubbi sulla conferma di Lovaglio però non sarebbero solo di natura industriale. Alcuni consiglieri accuserebbero il banchiere di un piglio decisionale poco aperto al confronto con il resto del board. Ma si mormora soprattutto di divergenze sulla gestione della quota di Generali ereditata da Mediobanca, pari al 13,2%, tema centrale per i grandi soci a partire da Caltagirone che da quattro anni lavora per un cambio di governance dentro il Leone, dove dal 2016 c’è Philippe Donnet al vertice.
Per queste ragioni tra Siena, Roma e Milano hanno iniziato a circolare ipotesi alternative a Lovaglio. I nomi sono quelli già considerati lo scorso anno per il vertice di Mediobanca come Marco Morelli (ex ceo dello stesso Mps), Mauro Micillo (capo di Imi-Cib di Intesa Sanpaolo), Fabrizio Palermo (giàFabrizio Palermo (già capo di Cdp e attuale ceo di Acea). Si ritiene per ora poco probabile invece che l’attuale numero uno di Mediobanca, Alessandro Melzi d’Eril, possa salire sulla tolda di comando della capogruppo. La partita comunque è ancora del tutto aperta e Lovaglio ha ottime carte da giocare. E dalla sua parte ha i tempi. Stretti. (riproduzione riservata)