Mps, i nodi dell’operazione Lovaglio. Così il banchiere proverà a resistere all’assedio di Intesa-Unipol
Mps, i nodi dell’operazione Lovaglio. Così il banchiere proverà a resistere all’assedio di Intesa-Unipol
Il piano conta sulla sponda della premier e sulla convergenza con Crédit Agricole, favorita dalla carta Pop Bari. Delfin resta il perno dell’operazione. I dubbi del mercato e il destino della quota Generali

di di Fabrizio Massaro 19/08/2026 20:00

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Luigi Lovaglio segue Giorgia Meloni. Dopo l’intervista della premier a Milano Finanza in cui si auspicava il mantenimento dell’integrità del Monte dei Paschi di Siena, il ceo della banca più antica del mondo lancia la sua contromossa: una proposta di aggregazione con Banca Generali e forse anche con Banco Bpm, per provare a resistere all'offerta pubblica di scambio di Intesa Sanpaolo, mettendo sul piatto anche il suo storico 13% in Assicurazioni Generali.

Il monito di Giorgia Meloni sul futuro di Mps

«Oggi Mps, la banca più antica d’Italia e del mondo, fortemente radicata sul territorio, è tornata in salute ed è diventata il pezzo pregiato su cui si concentrano le attenzioni», aveva risposto sabato 14 Meloni a una domanda del direttore Roberto Sommella. «Mi auguro che dalle dinamiche di mercato possa emergere un sistema ancor più solido e concorrenziale, capace di produrre benefici per famiglie e imprese. E che Mps non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità».

Il piano del ceo senese, Luigi Lovaglio, andrebbe in questa direzione, secondo quanto filtra da fonti autorevoli. Ma di fronte a questo scenario incandescente, il mercato si interroga sulla discesa in campo del governo (è giusta?), sulle mosse dell'amministratore delegato del Monte che riunisce giovedì 20 alle 9 il cda (avrà la forza per respingere la scalata di Intesa Sanpaolo e Unipol?) e sulle possibili reazioni dell'istituto guidato da Carlo Messina (alzerà il prezzo per Mps? E di quanto?).

La strategia di Lovaglio e l'opposizione all'offerta

Quello che si respira negli ambienti vicini a Lovaglio circa il successo di questa mossa è un clima di speranza più che di fiducia: le probabilità di successo ci sarebbero. A Siena l’azione di Intesa Sanpaolo non è mai piaciuta: non solo perché il colosso milanese è entrato a gamba tesa nei piani di Lovaglio di fondersi con Mediobanca e poi di procedere alla creazione del terzo polo con Banco Bpm, ma anche perché i quasi 12 euro messi sul piatto da Carlo Messina sono considerati pochi rispetto al valore prospettico che il titolo Mps avrebbe.

Lovaglio in questi quattro anni alla guida di Siena ha mostrato una determinazione e una resilienza sulle quali non in molti avrebbero scommesso. In primavera è riuscito a ribaltare i pronostici sconfiggendo in assemblea la lista del cda con un ritorno al vertice grazie all’appoggio della famiglia Tortora, che ha presentato la lista alternativa, e ai voti determinanti di Delfin, primo azionista di Mps con il 17%, e di Banco Bpm oltre che dei fondi internazionali. Ora è su questo stesso blocco che farebbe affidamento Lovaglio per resistere a Intesa Sanpaolo portando in assemblea una proposta industriale di creazione di un vero terzo polo bancario, anche rinunciando alla storica rendita rappresentata da Generali. Il primo sostegno arriva comunque dal governo.

Le parole di Meloni – che è ancora azionista di Siena con il 4,9% – sono state una sorta di via libera per Lovaglio, che avrebbe sondato preventivamente anche le autorità bancarie, per non metterle di fronte a un’operazione tanto complessa a decisione già presa. I dettagli devono ancora essere svelati ma si parla di una doppia ops su Banca Generali, al pari di quella tentata un anno fa da Mediobanca in ottica anti-Montepaschi, e su Banco Bpm, usando anche come merce di scambio la quota Generali.

Lo scoglio maggiore da superare sarà quello dell’assemblea straordinaria, essendo Mps in passivity rule. Lovaglio conterebbe ancora una volta sull’appoggio di Delfin, che però anche ad aprile tenne coperte le carte fino all’ultimo, e su quello di Crédit Agricole, che ha il 29% di Banco Bpm. In uno scenario di fusione, i francesi si diluirebbero sotto il 10% e questa prospettiva sarebbe vista con favore anche dalla Lega perché farebbe uscire la banca alla quale è sempre stata vicina dall’isolamento di uno scenario stand alone.

Agricole verrebbe compensato anche con la Banca del Mezzogiorno, l’ex Popolare Bari oggi messa in vendita dal Tesoro tramite Mcc. E il fatto che ieri sia stato spostato l’incontro al Mef previsto per oggi con gli amministratori della città di Siena indica anche una fase di attesa da parte del ministero dell’Economia.

Ma i nodi non sono finiti, per un’operazione che si preannuncia estremamente complessa. Bisognerà per esempio vedere anche presso chi collocare le azioni Generali che Lovaglio potrebbe cedere: o le distribuisce ai soci Mps per convincerli a votargli il piano, o le concambia con i soci Generali, oppure deve trovare uno o più compratori.

Chi ha la forza per rilevarle è sicuramente Unicredit, neo-azionista della compagnia con l’8,7%, ma per Andrea Orcel significherebbe mettersi in contrapposizione diretta con Intesa Sanpaolo, la quale a sua volta ha margini per rispondere a cominciare da quel rilancio finora escluso categoricamente da Messina.

Intesa ha un’altra forte arma da offrire ai soci di Mps: la sicurezza di entrare in un gruppo solido e paga alti dividendi ispetto alle sirene di un terzo polo ancora tutto da costruire, ammesso che Lovaglio riesca davvero ad allineare tutti gli interessi. Sarà anche qui il mercato ad avere l’ultima parola. (riproduzione riservata)