Unicredit può entrare nella partita che si sta giocando attorno a Mps, Banco Bpm e Banca Generali. Luigi Lovaglio non chiude la porta a un possibile ruolo del gruppo guidato da Andrea Orcel e, sollecitato sulle indiscrezioni relative a un interesse per attività che potrebbero essere cedute nell’ambito delle operazioni, risponde: «È un’opzione». Per ora, precisa l’amministratore delegato di Mps, «non abbiamo avuto discussioni», ma Unicredit sembra mantenere una posizione di «wait and see» e «dopo l’assemblea la situazione potrebbe evolvere in modo diverso».
È uno dei passaggi più significativi dell’intervista a Bloomberg TV in cui mercoledì 30 settembre Lovaglio ridisegna il perimetro del risiko bancario alla vigilia dell’assemblea Mps del 29 ottobre. Una partita che non si limita più al confronto tra il progetto di Siena e l’offerta di Intesa Sanpaolo, ma nella quale potrebbero assumere un ruolo anche Unicredit, Crédit Agricole e Generali.
Lovaglio alza intanto la pressione su Intesa. Alla domanda sulla possibilità che il gruppo possa compiere una mossa più aggressiva prima del voto, il ceo osserva che un intervento di questo tipo sarebbe difficile senza modificare i termini economici: «Ovviamente dovrebbero rivedere il prezzo, perché il prezzo non rappresenta il valore della nostra compagnia».
Il confronto, però, non riguarda soltanto il prezzo. Secondo Lovaglio, il progetto di Intesa presenta «ancora alcune incertezze sul perimetro». E il perimetro, sottolinea, è essenziale «per definire le sinergie». Il ceo vuole quindi che gli azionisti abbiano più tempo per confrontare le due architetture industriali e «tutti i fatti sul tavolo» prima di assumere una decisione definitiva.
In questo senso il voto del 29 ottobre rappresenta soprattutto uno snodo temporale. «Dopo l’assemblea, quando gli azionisti avranno votato, avremo più tempo per spiegare meglio il nostro progetto», afferma Lovaglio. E contemporaneamente sarà possibile «riesaminare meglio il progetto di Intesa». L’obiettivo è spostare il confronto su logica industriale, sinergie, perimetro e valore riconosciuto agli azionisti.
Lovaglio è fiducioso di avere l'appoggio dei due principali soci della banca, Delfin (17,5%) e Caltagirone (13,5%), all'assemblea del 29 ottobre chiamata ad approvare il progetto delle due offerte parallele su Banco Bpm e su Banca Generali. «Credo che entrambi i soci riconosceranno che è un deal di valore», ha affermato Lovaglio ribadendo che «la scadenza di ottobre non è un referendum sull'offerta» di Mps rispetto a quella annunciata da Intesa , ma l'occasione di poter dare agli azionisti del Montepaschi l'opportunità di «avere i due progetti sul tavolo e di poterli comparare per decidere».
Lovaglio ammette però apertamente anche il rischio della strategia. Se l’assemblea non approverà il progetto, Mps oggi non dispone di un’alternativa già predisposta: «Onestamente, allo stato attuale non abbiamo un piano B». Il ceo esclude tuttavia che questo significhi resa. «Il nostro dovere è trovare sempre la soluzione migliore per i nostri azionisti e non possiamo arrenderci».
Nel progetto di Siena un ruolo centrale è assegnato anche a Generali. Lovaglio indica con chiarezza le aree nelle quali potrebbe svilupparsi la collaborazione: «bancassurance, asset management e assicurazione danni». Il modello prevede la distribuzione dei prodotti del Leone attraverso la rete bancaria e, in senso inverso, l’offerta di prodotti bancari alla clientela Generali. «È una grande opportunità per aumentare la nostra capacità di generare ricavi e accrescere significativamente la remunerazione degli azionisti», sostiene.
Altro interlocutore decisivo è Crédit Agricole, azionista di Banco Bpm. Lovaglio si dice fiducioso che il gruppo francese «riconoscerà il valore del nostro progetto». Precisa però che non ci sono state discussioni specifiche con Olivier Gavalda sull’offerta né su un’eventuale partecipazione del Crédit Agricole al futuro assetto del gruppo.
Resta infine il tema della concorrenza. Per Lovaglio un campione nazionale dovrebbe aumentarla, non ridurla. L’integrazione di Mps in un gruppo già molto grande rischierebbe invece, nella sua lettura, di restringere il numero degli operatori e il sostegno bancario ai territori. «Se sei un campione nazionale, dovresti rafforzare la concorrenza», osserva.
Il 29 ottobre diventa così il punto di svolta di una partita molto più ampia del solo voto assembleare. Se il progetto Mps otterrà il via libera, Lovaglio punta ad aprire una seconda fase nella quale potranno essere ridefiniti alleanze, perimetri e possibili cessioni. Ed è proprio lì che Unicredit, oggi alla finestra, potrebbe trovare lo spazio per entrare in gioco.
Mercoledì 30 in tarda mattinata l’offerta di Intesa Sanpaolo incorporava uno sconto dell’1,26% rispetto alla quotazione Mps che il giorno precedente aveva toccato il massimo storico dopo l’aumento di capitale del 2022 superando quota 12 euro. A sostenere la crescita del titolo senese sono soprattutto lo sprint delle azioni Intesa - salite di oltre il 20% dal lancio dell’offerta nel giugno stesso – e le speculazioni su un possibile rilancio della banca guidata da Carlo Messina.
Mps mette a fuoco i contorni industriali delle due ops su Banco Bpm e Banca Generali nelle relazioni depositate in vista dell’assemblea del 29 ottobre, chiamata ad autorizzare le operazioni che procederanno in parallelo. Sul fronte Bpm, il Monte esclude chiusure di sportelli legate all’integrazione, salvo eventuali interventi limitati richiesti dall’Antitrust, e non prevede impatti negativi diretti sull’organico della banca milanese, facendo leva sulla complementarità delle due reti. Un altro elemento nuovo riguarda la struttura dell’operazione: Mps non considera indispensabile il delisting di Bpm e si impegna a studiare soluzioni di governance capaci di riflettere competenze e specificità delle diverse realtà anche nel caso in cui Piazza Meda restasse quotata.
Ai soci sarà inoltre chiesta una delega al cda, esercitabile entro il 31 dicembre 2027, per un aumento di capitale fino a 14,05 miliardi di euro e per l’emissione di un massimo di 2,374 miliardi di nuove azioni al servizio dell’offerta. Diversa, ma complementare, la logica dell’ops su Banca Generali: l’operazione è presentata come un add-on destinato a rafforzare la scala del wealth management del gruppo, mantenendo la piena autonomia operativa della società e soprattutto della rete dei consulenti, sulla quale non sono previsti interventi di razionalizzazione. Con Banca Generali, Mps arriverebbe a disporre di circa 2.500 consulenti finanziari, 117 miliardi di euro di attività finanziarie e capacità proprietarie nell’asset management, con l’obiettivo di porre la banca al centro del nuovo polo del risparmio gestito. (riproduzione riservata)