Mps, da BlackRock a Norges ecco i soci pro – Intesa Sanpaolo che potrebbero fare la differenza all’assemblea del 29 ottobre
Mps, da BlackRock a Norges ecco i soci pro – Intesa Sanpaolo che potrebbero fare la differenza all’assemblea del 29 ottobre
Un manipolo di grandi fondi è azionista di entrambe le banche e si è già espresso a favore dell’integrazione nell’assemblea di Ca’ de Sass. Pesano quasi il 15% del Montepaschi e possono trasformare l’assise in un plebiscito

di Andrea Deugeni e Luca Gualtieri 16/10/2026 22:26

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Mancano meno di due settimane al punto di svolta della partita Montepaschi e i fondi si preparano a pesare sul risultato. Il 29 ottobre l’assemblea della banca senese dovrà votare il piano difensivo con cui l’amministratore delegato Luigi Lovaglio vuole rispondere all’opas di Intesa Sanpaolo. Per superare il vincolo della passivity rule serve una maggioranza dei due terzi: un ostacolo che rende ormai minime le possibilità di approvare le due ops su Banca Generali e Banco Bpm, la fusione di Mediobanca e la riduzione del capitale.

Il rilancio di 25 centesimi per azione della componente in contanti nell’offerta Intesa ha consolidato il fronte contrario. Anche perché Ca’ de Sass ha subordinato la prosecuzione dell’opas alla bocciatura della manovra: i soci sono così chiamati a scegliere tra le due strade.

I grandi soci schierati contro il piano difensivo

Delfin (17,5%), Caltagirone (13,5%), i Benetton (1,45%), Praude (0,7%) e Fondaco Lux (0,41%) si sono schierati contro Lovaglio, mentre Enasarco, titolare dell’1%, pende per il no. Insieme rappresentano oltre il 34% del capitale. Il Tesoro, che conserva il 4,86%, non parteciperà all’assemblea. Potrebbe restare fuori anche Banco Bpm, azionista al 3,7% ma contemporaneamente destinatario di una delle offerte di Siena. L’esito appare insomma scritto: per fermare le delibere basta superare un terzo del capitale votante e il blocco già emerso ha in pugno quei pacchetti.

Il voto dei fondi misurerà però l’ampiezza della sconfitta. Gli istituzionali detengono circa il 35% di Mps e dovranno confrontarsi con le indicazioni dei proxy. Iss e Glass Lewis hanno raccomandato di respingere la manovra, giudicandola troppo incerta sul piano industriale e della governance. Una bocciatura estesa al mercato rafforzerebbe il consenso attorno all’opas Intesa: il risultato non sarebbe riconducibile soltanto alle decisioni di pochi grandi azionisti, ma suonerebbe come un plebiscito del mercato. 

Il peso dei fondi d'investimento e l'asse degli istituzionali

Quattordici grandi investitori presenti in entrambe le banche hanno già votato a favore dell’aumento di capitale di Intesa al servizio dell’opas: un sostegno che lascia intravedere un orientamento contrario al piano di Lovaglio anche nell’assemblea del Monte. Nel complesso, questi soggetti hanno in portafoglio 2,55 miliardi di azioni di Ca’ de Sass, pari al 14,72%, e 255 milioni di titoli del Monte, l’8,38%. Sono dati assembleari riferiti a date diverse, dunque non una fotografia simultanea delle posizioni, ma offrono comunque una misura del capitale che ora può incidere sul voto senese.

Il peso maggiore è di BlackRock. Il gestore statunitense, protagonista sia nei fondi attivi sia negli etf con il marchio iShares, figura con 1,16 miliardi di azioni Intesa, il 6,71%, e 142 milioni titolo Mps, il 4,67%. Da solo concentra oltre metà della partecipazione nel Monte attribuita ai quattordici gruppi censiti e il suo orientamento sarebbe quindi il segnale più pesante all’interno di questo insieme. Oltretutto BlackRock ha uno storico rapporto di vicinanza e collaborazione con Intesa fondato sulla reciproca stima tra i due ceo Larry Fink e Messina.

Segue l’americana Vanguard, specialista degli investimenti indicizzati: al 3,46% di Intesa affianca il 2,26% di Mps. BlackRock e Vanguard sommano così il 6,93% della banca senese e il 10,17% di quella guidata da Carlo Messina. Il loro voto non è desumibile automaticamente da quello espresso a favore dell’aumento di capitale di Ca’ de Sass, ma la dimensione dei pacchetti spiega perché l’attenzione si concentri anzitutto sui due colossi americani.

Il terzo nome è Norges, espressione dell’investimento del fondo sovrano norvegese. La posizione in Intesa ammonta all’1,41% del capitale e quella in Siena allo 0,54%. Diverso il rapporto tra le due esposizioni per Amundi, gestore francese del gruppo Crédit Agricole: possiede lo 0,58%, e appena 100.261 azioni Mps, meno dello 0,01%.

Più equilibrata la distribuzione delle quote di Fidelity, casa di gestione di origine statunitense, nota per la selezione attiva degli investimenti. I suoi 55 milioni di azioni Intesa valgono lo 0,31%, mentre i 7,3 milioni di titoli del Monte corrispondono allo 0,24%. Sempre dagli Stati Uniti arriva Thrift, legato al risparmio previdenziale dei dipendenti federali: il portafoglio censito comprende lo 0,30% del gruppo di Messina e lo 0,03% di quello di Lovaglio.

La componente previdenziale comprende il canadese Cppib, oggi CPP Investments, che investe per il Canada Pension Plan. Sono riconducibili allo 0,24% di Intesa, e allo 0,16% di Mps. Una quota simile nel Monte è quella di Legal & General, gruppo britannico assicurativo e di gestione del risparmio: 4,9 milioni di azioni, ancora lo 0,16%. A Milano la sua posizione è leggermente più consistente di quella canadese, con 45,3 milioni titoli e lo 0,26% del capitale Intesa.

Gli altri gestori e l'impatto sul voto finale

Dalla Germania proviene invece Xtrackers, la piattaforma di etf e investimenti passivi di Dws, presente soprattutto in Intesa con lo 0,27%, mentre la quota in Mps è inferiore allo 0,01%. Il gruppo bancario e di gestione patrimoniale svizzero Ubs ha un’esposizione meno sbilanciata: lo 0,24% di Ca’ de Sass e lo 0,09% del Monte.

Tra gli investitori americani compare poi Calpers, il fondo pensione dei dipendenti pubblici della California, con lo 0,26% di Intesa e lo 0,01% di Mps. La britannica Schroders, attiva nella gestione del risparmio, affianca allo 0,24% della banca offerente lo 0,04% di quella senese. La sovrapposizione degli azionariati si estende dunque oltre i grandi operatori indicizzati.

Completano la rassegna Schwab e Mediolanum. Il gruppo statunitense di intermediazione e risparmio gestito detiene lo 0,20% di Intesa e lo 0,15% di Mps. L’italiana Mediolanum, storico azionista di Mediobanca, figura invece con lo 0,23% dell’offerente e lo 0,03% del Monte. Il perimetro comprende insomma gestori, fondi pensione e investitori sovrani, con esposizioni e mandati differenti. Non costituiscono un fronte vincolato a votare insieme. Ma se al sostegno già espresso in Intesa seguisse un no alla difesa di Mps, Lovaglio si troverebbe di fronte a una bocciatura ben più larga di quella dei soli soci di riferimento. (riproduzione riservata)