Emergono nuove rivelazioni e retroscena sulla privatizzazione del Montepaschi e sulla scalata a Mediobanca, finita al centro di un’indagine della Procura di Milano che ipotizza un concerto tra Francesco Milleri (Delfin), Francesco Gaetano Caltagirone e il ceo della banca senese Luigi Lovaglio.
Il 7 luglio 2025 in un colloquio durato circa 4 ore con il sostituto procuratore Giovanni Polizzi, il colonnello della Gdf Giuseppe Fugacci e i maggiori Giovanni Salis e Daniele Pinto, Marcello Sala, ex dg del Tesoro con delega alle partecipazioni nonchè attuale presidente di Nexi, ripercorre come si è arrivati al terzo Abb del 13 novembre 2024, l'ultima gestita da Banca Akros in cui il Tesoro ha ceduto il 15% con un premio del 5% sul prezzo di borsa a Banco Bpm-Anima (8%) e a Caltagirone e Delfin della famiglia Del Vecchio (acquisito il 3,5% ciascuno).
Nella sua ricostruzione davanti ai magistrati, che Milano Finanza ha potuto leggere, Sala ricorda come, dopo l’aumento di capitale deliberato nell’ottobre 2022, il Mef fosse salito al 65% di Montepaschi per evitare il dissesto dell’istituto senese, assumendo contestualmente impegni stringenti con la Dg Comp della Commissione europea. Tra questi, il più rilevante riguardava proprio la dismissione della partecipazione pubblica: entro la fine del 2024 il Tesoro avrebbe dovuto ridurre la quota sotto il 20%.
Sala sottolinea che il dossier era stato costruito dal suo predecessore Alessandro Rivera e che, al suo arrivo, il mercato guardava ancora con scetticismo a Mps «anche a seguito della dismissione da parte di Axa della propria quota nel marzo 2023».
In quel contesto, aggiunge, il rinnovo del cda del maggio 2023 e la conferma di Luigi Lovaglio, di cui «apprezza le capacità manageriali», come amministratore delegato rappresentarono un elemento di stabilizzazione, anche alla luce delle prospettive industriali illustrate dal manager al Tesoro.
Sala descrive poi un’intensa attività di interlocuzione avviata nell’estate del 2023 con investitori italiani ed esteri. Un vero e proprio roadshow, sviluppato tra Roma, sedi bancarie e incontri internazionali, con l’obiettivo di verificare la possibilità di cedere in tutto o in parte la quota detenuta dal Mef.
Tra gli interlocutori citati figurano «hedge fund americani e britannici, praticamente tutte le banche nazionali», alcuni istituti di credito esteri e diversi imprenditori italiani, tra cui Caltagirone, il banchiere di Finint Enrico Marchi e l’armatore patron di Msc Gianluigi Aponte. In alcuni incontri, spiega Sala, partecipava anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, soprattutto quando i confronti avvenivano a livello di amministratori delegati.
Secondo il dirigente, però, le trattative «con i soggetti interessati alle azioni erano sempre molto svantaggiose per il Mef» e le condizioni proposte dagli investitori risultavano sistematicamente penalizzanti per il Tesoro. Il motivo? «Le prospettive future della banca in quel momento non apparivano eccessivamente positive, in particolare per la necessità di ulteriori finanziamenti, ma anche per la pendenza di cause giudiziarie molto importanti, e per la presenza di Npl in bilancio», sottolinea Sala.
Le offerte prevedevano quindi sconti rilevanti rispetto alle quotazioni di mercato e richieste considerate incompatibili con l’interesse pubblico e con il vaglio successivo della Corte dei Conti. Uno dei passaggi più rilevanti dell’audizione riguarda le interlocuzioni con Unicredit. Sala riferisce che nell’estate 2023 l’istituto guidato da Andrea Orcel si disse disponibile a rilevare anche l’intera partecipazione detenuta da Via XX Settembre, ma chiedendo uno sconto sul prezzo di mercato e ponendo ulteriori condizioni ritenute «svantaggiose».
Il dg del Tesoro esclude invece che Piazza Gae Aulenti abbia mai avanzato un’offerta con premio rispetto alle quotazioni: «L’avremmo immediatamente accettata», mette a verbale, ricordando le difficoltà in cui versava allora la banca senese. Sul tavolo, aggiunge, finirono anche ipotesi di aggregazione con Banco Bpm e Bper, ma nessuna delle opzioni riuscì a concretizzarsi proprio per la distanza tra le richieste degli acquirenti e gli obiettivi del Tesoro.
Nella ricostruzione fornita ai magistrati, Sala insiste più volte sui vincoli procedurali imposti da Bruxelles. L’impegno assunto con la Dg Comp prevedeva infatti una procedura «trasparente e competitiva» per la dismissione della quota pubblica.
Il Dpcm sulla privatizzazione consentiva formalmente anche operazioni a trattativa privata, ma — chiarisce Sala — una scelta di questo tipo avrebbe richiesto una motivazione particolarmente solida davanti alle autorità europee e alla Bce. Da qui la necessità di mantenere un percorso il più possibile aperto e verificabile dal mercato.
L’ex dg del Tesoro descrive inoltre rapporti costanti con le istituzioni europee, inclusi contatti frequenti con Olivier Guersent, capo della Dg Comp, e call trimestrali dedicate all’avanzamento del dossier Mps insieme ad altri tavoli bancari aperti tra Roma e Bruxelles.
Tra i passaggi destinati ad assumere rilievo nell’inchiesta milanese c’è anche quello relativo ai rapporti con Delfin. Interrogato direttamente dagli investigatori, Sala afferma di «non avere mai incontrato Francesco Milleri, che peraltro non conosco, né altri dirigenti» della cassaforte lussemburghese.
Come si è arrivati all'abb del novembre 2023? Sala ricorda che nell'autunno di quell'anno, le prospettive di sviluppo di Mps erano migliorate sia perché in generale le banche avevano registrato significativi guadagni, sia perché le cause legali della banca si andavano chiarendo. Il Tesoro nominò quindi Ubs e Jefferies come advisor «per avere una loro percezione delle operazioni che si potevano a quel punto fare sul mercato».
Lettere di invito vennero però inviate anche a Mediobanca, Bofa e Citi. Quanto alle modalità operative del collocamento, «emerse come migliore l'opportunità di ricorrere all'abb, quale strumento più flessibile per cedere le azioni di una quotata come Mps». Sala cita come esempi il collocamento di Commerzbank, affidato ad un solo bookrunner e conclusosi con un unico acquirente (Unicredit) e quello sulle partecipazioni Eni, promosso dal Mef.
Per quanto riguarda il compenso dei bookrunner non era prevista una commissione, ma una percentuale sulla differenza tra il prezzo di collocamento ed il backstop price. «Venne fatta anche un'ipotesi di vendita diretta sul mercato di piccole quote di Mps lungo diversi mesi (dribble out), ipotesi che venne però scartata perché, oltre a comportare più tempo, rischiava di determinare la depressione del titolo».
Dopo il primo collocamento, spiega sempre Sala, «la percezione del mercato su Mps ha incominciato a cambiare». Ci sono state diverse interlocuzioni con gli stessi soggetti citati prima per verificare l'eventuale cessione diretta o altre ipotesi di dismissione delle azioni, anche in questo caso però senza arrivare a nulla di concreto, e così è stato deciso di fare un secondo abb che ha avuto un processo analogo al primo. Tra le banche selezionate però Ubs era stata sostituita da Mediobanca.
«Dopo questo abb di marzo 2024, il titolo Mps si è ulteriormente apprezzato poiché la banca ha presentato risultati molto positivi in termini di utili, tant'è che ha proceduto al primo dividendo dopo diversi anni; inoltre erano venute meno le cause legali che presentavano le criticità maggiori, e tutto questo si è riflettuto anche sui media che riportavano un grande interesse per Mps», spiega Sala ai pm.
Nei mesi successivi, sono pertanto continuate le interlocuzioni con i vari soggetti, registrando un interesse molto elevato per la banca, al punto che i temi che venivano affrontati riguardavano direttamente la governance futura, l'attribuzione della carica di amministratore delegato e la permanenza o meno del Mef all'interno della compagine.
«Questi contatti tuttavia non hanno consentito di pervenire ad una trattativa concreta con nessuno, nel frattempo i mesi passavano e al Mef registravamo anche le pressioni dall'Unione Europea per rispettare l'impegno di perdere il controllo sulla banca».
E ci si avvicina così al collocamento della terza tranche. «Nell'ambito delle interlocuzioni con i diversi soggetti potenzialmente interessati, vi sono state anche quelle con i diversi imprenditori italiani che ho menzionato sopra, tuttavia, a sua specifica domanda, preciso che la prospettiva di creare un nucleo rilevante di imprenditori nazionali all'interno dell'azionariato Mps era solo una delle diverse ipotesi al vaglio», spiega l’ex dirigente del Mef.
Sala spiega che era stata esaminata anche la possibilità di un'acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo o di Unicredit, per quanto questo avrebbe potuto porre problemi in termini di Antitrust, così come è stata anche esaminata la possibilità di fusione tra Mps e Bpm, che avrebbe senz'altro avuto un significato dal punto di vista industriale. Fatto sta che nulla di tutto questo si è concretizzato e, nel novembre 2024, abbiamo proceduto al terzo abb.
Ma perché, chiedono i pm, in questo terzo caso vi siete affidati ad un solo bookrunner ed in particolare a Banca Akros che non era stata invitata nei precedenti collocamenti e che aveva una struttura decisamente meno rilevante rispetto alle banche globali?
Sala giustifica la scelta ricordando che «in precedenza avevamo promosso una procedura di vendita (titolo Poste Italiane), affidandoci sostanzialmente a tutte le banche italiane che fanno quel tipo di attività, e quindi anche a Akros, che però non era stata selezionata in virtù di un'offerta meno vantaggiosa, cosa di cui si era lamentata». Inoltre, riguardo al terzo abb Montepaschi, lo sconto di Akros si è rivelato il più basso tra quelli offerti.
Perché nel collocamento della terza tranche ci sono stati soli quattro aggiudicatari, due dei quali (Banco Bpm e Anima) peraltro legati al bookrunner Akros, è stato rilevato come una criticità? «A noi interessava esclusivamente dismettere la quota di controllo entro fine anno, al miglior prezzo ed a soggetti che fossero sufficientemente affidabili, come nel caso di specie; in proposito, avevamo ipotizzato, anche sulla base di conoscenze pregresse dei due intermediari, che Finnat acquistasse per conto del gruppo Caltagirone e Natixis per conto di Delfin».
Sala nega peraltro di essere stato contattato da qualche investitore interessato: «Avevamo un intermediario incaricato, ossia banca Akros, deputato a raccogliere le prenotazioni, ed in ogni caso non avrei risposto proprio per questo motivo».
Quanto infine alle dimissioni dei cinque consiglieri Mps in quota Mef qualche settimana dopo il collocamento: «Non conosco i motivi, io non ho avuto con loro nessun contatto in merito, ritengo peraltro che risponda a normale prassi che con il mutamento dell'azionariato, vi sia un riequilibrio corrispondente all'interno del cda».
Il verbale dell’interrogatorio di Sala è un allegato alla richiesta di autorizzazione preventiva a visionare eventuali chat su cellulare tra l’ex direttore generale del Tesoro Marcello Sala e alcuni parlamentari presenti nel telefono sequestrato. Richiesta ora bloccata in Giunta per le autorizzazioni della Camera con domanda di ulteriori chiarimenti ai magistrati sullo stato di elaborazione del telefonino del dirigente, richiesta che a qualcuno è sembrata un prender tempo visto che i pm si sono mossi preventivamente in maniera garantista. (riproduzione riservata)