Mps – Banco Bpm, scommessa sulla fusione. Ecco cosa può succedere su strategia, sinergie e governance
Mps – Banco Bpm, scommessa sulla fusione. Ecco cosa può succedere su strategia, sinergie e governance
Il mercato scommette che la prossima tappa del risiko sarà una fusione tra Bpm e Mps. Ma non è detto che sia un merger of equal. Siena vale di più, ma Piazza Meda ha multipli più forti

di di Andrea Deugeni e Luca Gualtieri 15/05/2026 20:42

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Che il risiko bancario italiano sia tutt’altro che concluso è un concetto che i banchieri non perdono occasione di ripetere. Tra i manager più espliciti ci sono l’ad di Mps Luigi Lovaglio («in Italia ci saranno altre fasi di consolidamento e noi siamo gli attori principali in questo momento») e il numero uno di Banco Bpm Giuseppe Castagna («siamo pronti a cogliere opportunità»).

Ma anche il presidente di Piazza Meda Massimo Tononi appare molto possibilista: «Banco Bpm tiene gli occhi aperti, si guarda intorno, valuta tutte le opportunità sul mercato. E sono sicuro che lo stesso vale anche per Mps», ha spiegato il banchiere ai microfoni di Class Cnbc durante gli M&A Award organizzato da Kpmg e Fineurop Soditic. Le speculazioni si erano riaccese già dopo l’ultima assemblea di Montepaschi dove il voto di Banco Bpm è stato decisivo per la riconferma di Lovaglio alla guida dell’istituto senese. Mossa che molti hanno letto come un inequivocabile segnale di avvicinamento.

L’idea di unire Bpm e Mps non è nuova nella city milanese e, soprattutto, nei palazzi romani. Era esattamente questo il progetto che, quasi due anni fa, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva elaborato per la privatizzazione di Mps. Un progetto che avrebbe fatto nascere un terzo polo bancario alternativo ai due big Intesa Sanpaolo e Unicredit. L’ops di Unicredit su Bpm ha poi costretto Siena a deviare su Mediobanca, ma l’idea non è stata abbandonata. E, anzi, una sua riedizione potrebbe incontrare di nuovo il sostegno del governo che ha sempre invocato una maggiore concorrenza nel settore bancario.

Le perplessità di Caltagirone

Eppure giovedì 14 a riaccendere i riflettori sul risiko è stata una voce contraria al progetto Banco-Mps. Il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, secondo azionista di Siena al 13,5% e che ha caldeggiato la rimozione di Lovaglio da Rocca Salimbeni, ha bocciato la fusione: «Temo che il risultato della recente assemblea favorisca da un lato la fusione di Mps in Bpm distruggendo qualcosa che da cinque secoli esiste a Siena, e dall'altro che ci possa essere un nuovo assalto al risparmio italiano», ha dichiarato l’imprenditore in un’intervista al Corriere della Sera.

Per Caltagirone il deal rischia di spostare il baricentro del nuovo gruppo su Milano con l’effetto di «disperdere sia l'indotto sia quel tesoro di professionalità che si è accumulata negli anni nella più antica banca del mondo».

L’imprenditore è contrario anche all’uscita di Mps-Mediobanca da Generali («Non capisco perché chi ce l'ha dovrebbe venderla») e difficilmente può guardare con favore a una diluizione nel futuro gruppo bancario, che porterebbe la sua partecipazione dall’attuale 13,5% al 6,8%. Al tempo stesso, però, la dialettica fra i grandi soci richiama uno degli aspetti più delicati dell’operazione, quello dei rapporti di forza all’interno della futura banca. Un tema che sta dividendo anche gli analisti.

Le analisi di Deutsche Bank e Barclays 

Secondo un recente report di Deutsche Bank, a guidare l’aggregazione potrebbe essere Mps, in forza sia di una indiscussa superiorità dimensionale attestata dalle capitalizzazioni (29 miliardi contro 21) sia della leva strategica della quota Generali, la cui cessione libererebbe 8 miliardi di capitale per Siena. Grazie a questa maggiore potenza di fuoco Lovaglio potrebbe mettere sul piatto un’offerta mista, composta per il 30% in contanti e per il 70% in azioni, riconoscendo agli azionisti di Banco Bpm un premio a cifra e attenuando l’effetto diluitivo per i soci Mps.

Barclays ha invece punto di vista opposto. Qui gli analisti puntano l’indice sui multipli più che sulle capitalizzazioni: con un rapporto tra prezzo e patrimonio netto tangibile pari a 1,6 contro l'1,3 di Siena, si sostiene, la banca guidata da Castagna ha la capacità finanziaria di lanciare un'offerta con un premio stimato del 12% per colmare il divario di valutazione e rendere l'accordo immediatamente appetibile per i soci di Mps. Con la conseguenza di aumentare l’effetto diluitivo per i soci di Siena e di polverizzare maggiormente l’azionariato.

Se le modalità dell’integrazione dividono gli esperti, dove c’è consenso invece è sulla capacità del nuovo gruppo di generare valore. «Riteniamo che, sia finanziariamente che strategicamente, possa creare valore per le banche coinvolte», si legge nel report di Barclays, dove il maggiore punto di forza viene individuato nelle sinergie di costo. Più che sulla crescita dei ricavi, insomma, gli analisti scommettono sulla capacità della nuova banca di ridurre spese e duplicazioni operative, un processo che potrebbe essere più rapido e lineare rispetto ad altre integrazioni viste negli ultimi anni.

Sinergie industriali e impatti 

L’operazione avrebbe effetti positivi anche sul fronte patrimoniale e della remunerazione degli azionisti, grazie a una maggiore flessibilità nella gestione del capitale e alla possibilità di distribuire dividendi più generosi. Resterebbe naturalmente il nodo Antitrust, soprattutto nelle aree dove le due banche hanno una forte sovrapposizione territoriale. Per questo Barclays ipotizza la cessione di 139 sportelli, pari al 5% della rete complessiva, una parte dei quali potrebbe andare a Crédit Agricole insieme alla partecipazione in Agos Ducato, con l’effetto di diluire i francesi nella nuova compagine.

Una soluzione di questo genere, secondo gli analisti, sarebbe gradita al governo italiano, perché consentirebbe di consolidare la governance della futura seconda banca del Paese mantenendo sotto controllo il peso dei grandi soci esteri che al momento «tengono in ostaggio» Piazza Meda. È in questo quadro che Barclays promuove con convinzione il possibile deal, vedendolo come la nascita di un campione nazionale con un profilo di rischio contenuto, sostenuto dalla buona qualità degli attivi di entrambe le banche e da livelli di capitale giudicati solidi anche dopo la fusione.

Sulla stessa lunghezza d’onda è Deutsche Bank. Per il gruppo tedesco Mps e Bpm potranno fare leva sulla fusione di «franchise forti e complementari e robuste posizioni patrimoniali» che sprigionerebbe sinergie per 706 milioni di euro entro il 2029. In questo scenario per i soci di Piazza Meda l’operazione si prospetta estremamente vantaggiosa visto che l'applicazione del Danish Compromise porterebbe a un rilascio di capitale superiore al miliardo di euro, con una crescita dell'eps prevista a doppia cifra entro il 2029.

Parallelamente, gli azionisti di Mps vedrebbero un significativo rafforzamento del valore del proprio investimento, specialmente se Lovaglio decidesse di vendere la quota in Generali; questa mossa non solo finanzierebbe l'acquisizione con una componente per cassa del 30%, ma risulterebbe accrescitiva degli utili del 6% una volta messe a regime le sinergie industriali. Oltre ai numeri che piacciono ai numerosi fondi internazionali presenti nel capitale di entrambe le banche, gli interessi di sistema portano alle nozze.

La creazione di una nuova grande banca del Paese piacerebbe non solo al Tesoro e a Palazzo Chigi che con questa operazione riuscirebbero a ottenere il doppio vantaggio della maggiore concorrenza nel mercato bancario, ridimensionando al tempo stesso il peso dei francesi, ma anche al primo azionista Delfin. La holding presieduta da Francesco Milleri porta avanti la legacy di Leonardo Del Vecchio. E l’imprenditore degli occhiali ha sempre caldeggiato la costruzione di grandi istituzioni finanziarie nazionali da mettere a servizio dell’internazionalizzazione delle pmi del Paese. Insomma, posizioni che, come dimostrato dall’assemblea, risulteranno decisive. (riproduzione riservata)