Dopo il rinnovo dei cda di Mps e Banco Bpm, Luigi Lovaglio e Giuseppe Castagna dicono di essere concentrati sulla crescita organica. Il numero uno di Siena punta a completare l'integrazione di Mediobanca, mentre il banchiere di Piazza Meda è impegnato nell'ultima fase del piano industriale. Entrambi, però, sanno che il piatto forte del mandato appena inaugurato sarà l'm&a. Una convinzione condivisa anche dal mercato.
Trattative ufficiali vengono smentite e probabilmente, in questa fase, non sarebbero nemmeno necessarie. Lovaglio e Castagna si conoscono da anni, si stimano e negli ambienti finanziari milanesi si osserva come nell’ultimo mese la loro frequentazione si sia fatta più assidua. Ma, al di là dei rumor, è soprattutto la logica industriale a tenere viva l'ipotesi di un merger. In un settore che procede a tappe forzate verso il consolidamento, una combinazione tra Mps e Bpm sarebbe uno degli esiti più naturali. E questo per almeno tre ragioni.
La prima riguarda la complementarità delle fabbriche prodotto. A differenza delle fusioni costruite solo sulle sinergie di costo, un'aggregazione tra Mps e Banco Bpm avrebbe una forte logica anche sul fronte dei ricavi. I due gruppi presidiano segmenti differenti e in larga parte complementari, con poche aree di concorrenza interna.
Nel credito al consumo, per esempio, il nuovo gruppo potrebbe contare su Compass, uno degli asset più redditizi di Mediobanca, e sulla partnership che Banco Bpm ha con Crédit Agricole in Agos Ducato. Si verrebbe così a creare uno dei principali poli italiani del consumer finance, attività caratterizzata da rendimenti elevati, forte generazione commissionale e minore dipendenza dai tassi.
Nel wealth management la complementarità sarebbe altrettanto evidente. Siena porterebbe in dote fabbriche specializzate come Mediobanca sgr, Polus Capital e Ram Active Investments, oltre a piattaforme distributive come Mediobanca Private Banking, Mediobanca Premier e Widiba. Banco Bpm aggiungerebbe Anima, Invest Sgr e Banca Aletti. La combinazione consentirebbe di aumentare il peso delle commissioni ricorrenti, migliorando la qualità dei ricavi. In un contesto di tassi destinati a normalizzarsi, si tratta di un elemento rilevante per la valutazione del mercato.
Anche il comparto assicurativo offre sinergie significative. Banco Bpm ha investito negli ultimi anni nell'internalizzazione delle fabbriche prodotto attraverso Banco Bpm Vita, Bbpm Life e le compagnie del polo Vera — Vera Vita, Vera Assicurazioni e PiùVera Assicurazioni — costruendo una piattaforma che oggi rappresenta una delle principali fonti di ricavi del gruppo. Mps, al contrario, opera prevalentemente attraverso la storica joint venture con Axa che, alla sua scadenza nel 2027, potrebbe essere rimpiazzata dalla partecipata Generali.
Nel cib il contributo di Mediobanca sarebbe ancora più evidente. La merchant milanese ha costruito negli anni una piattaforma internazionale che comprende attività di advisory, capital markets e m&a, rafforzata da realtà come Arma Partners e Messier & Associés. Questa struttura potrebbe essere messa al servizio della vasta clientela imprese di Banco Bpm e di Banca Akros, creando un'offerta molto più completa per le aziende italiane, dalle operazioni straordinarie al finanziamento della crescita.
Infine, esistono aree di specializzazione che oggi appartengono quasi esclusivamente a uno dei due gruppi. Mps-Mediobanca dispone di piattaforme dedicate al factoring, al credit management e alla gestione dei crediti deteriorati attraverso MBFacta e MBCredit Solutions. Banco Bpm, invece, è più avanzata nella monetica grazie alla partecipazione in Numia. Anche in questo caso la logica sarebbe quella di combinare competenze diverse all'interno di un'unica piattaforma.
La seconda ragione che gioca a favore di un merger è la geografia. In molte operazioni bancarie il principale problema è rappresentato dall'eccessiva sovrapposizione delle reti commerciali. Nel caso di Mps e Banco Bpm, invece, la tematica quasi non si pone. Siena mantiene una presenza storicamente radicata nel Centro e nel Sud Italia, con posizioni particolarmente solide in Toscana, Lazio, Sicilia, Campania e Puglia.
Banco Bpm è invece uno dei principali operatori del Nord, con quote di mercato significative in Lombardia, Veneto e Piemonte.
Questa configurazione riduce il rischio di cannibalizzazione commerciale e rende più semplice l'integrazione delle reti. Le sinergie non deriverebbero soltanto dalla razionalizzazione degli sportelli, ma soprattutto dalla possibilità di distribuire prodotti ad alto valore aggiunto su una base clienti molto più ampia. In altre parole, le fabbriche prodotto del nuovo gruppo potrebbero essere immediatamente commercializzate su territori che oggi presidiano in modo differente, accelerando così la crescita dei ricavi.
La terza ragione riguarda il capitale. Entrambe le banche presentano livelli patrimoniali ben superiori ai requisiti regolamentari. Mps ha chiuso il 2025 con un Cet1 del 16,25%, mentre Banco Bpm si attesta al 13,58%. Assumendo un Cet1 target del 12%, i due gruppi dispongono complessivamente di oltre 4 miliardi di capitale in eccesso.
Più che la dimensione del surplus, però, conta il modo in cui potrebbe essere impiegato. Negli ultimi anni le banche europee hanno privilegiato dividendi e buyback, restituendo agli azionisti una quota crescente di capitale. Una scelta che il mercato ha premiato, ma che produce benefici limitati nel tempo. Una fusione offrirebbe invece l'opportunità di mettere quel capitale al lavoro, trasformandolo da semplice riserva patrimoniale in uno strumento di crescita.
Invece di essere distribuite, le risorse eccedenti potrebbero finanziare l'integrazione, sostenere gli investimenti e accelerare lo sviluppo delle attività a più alto rendimento, aumentando nel tempo la capacità del gruppo di generare utili per gli azionisti. (riproduzione riservata)