L’agenzia Morningstar Dbrs il 17 aprile a mercati chiusi ha confermato il rating dell’Italia A (low) con trend stabile. Una decisione ampiamente attesa visto che il 17 ottobre 2025 aveva promosso Roma da BBB (high) ad A (low) e portato l'outlook da positivo a stabile, il primo ritorno del Bel Paese nella fascia «A» dal 2016. In una nota separata Morningstar Dbrs ha confermato il rating AAA dell’Unione Europea con trend stabile, pur rimarcando le tensioni geopolitiche e il protezionismo che hanno indebolito l’outlook economico europeo.
Il trend stabile sull’Italia riflette la visione dell’agenzia di rating secondo cui i rischi per i rating creditizi sono bilanciati. Il percorso di riduzione del deficit dell’Italia e la resilienza dell’economia dovrebbero proseguire nel medio termine, nonostante i rischi elevati di una «deviazione temporanea» a causa del conflitto in Medio Oriente le cui conseguenze, principalmente attraverso i prezzi più elevati delle materie prime energetiche, probabilmente peseranno sulla domanda interna e indeboliranno la crescita economica nel breve termine, data la dipendenza dell’Italia dalle importazioni di energia: l’aumento dei prezzi di petrolio e gas potrebbe ampliare il deficit energetico nel 2026. L’Italia importa circa il 10% del gas dal Qatar e il 15% del petrolio dal Golfo Persico. Ma la diversificazione delle fonti di gas e i livelli di stoccaggio (47% a febbraio) riducono i rischi di interruzione.
Tuttavia, la solida posizione finanziaria delle famiglie, sostenuta da un mercato del lavoro forte, insieme alla continua esecuzione degli investimenti finanziati dall’Ue, dovrebbe contribuire ad attenuare l’impatto di un’inflazione più alta. Detto questo, lo shock dei prezzi dell’energia e la possibile introduzione di ulteriori misure fiscali a sostegno dell’economia potrebbero determinare un deficit fiscale nel 2026 più ampio del previsto.
Ciononostante, Morningstar Dbrs continua a prevedere un consolidamento fiscale graduale nel tempo, anche se temporaneamente ritardato dagli effetti della crisi in Medio Oriente. Però ammette che il mantenimento di avanzi primari più elevati rimarrà fondamentale per stabilizzare il rapporto debito pubblico/pil dell'Italia e, in ultima analisi, per avviare un percorso di riduzione dello stesso, dato lo sfavorevole differenziale tra tassi di interesse e crescita.
Il principale rischio nel breve termine per il raggiungimento di questo obiettivo è un’escalation prolungata del conflitto in Iran, che potrebbe portare a pressioni più gravi e persistenti sui prezzi delle materie prime energetiche, con un impatto più forte sull’attività economica, sulle dinamiche dell’inflazione e sulle finanze pubbliche. Anche un’escalation delle tensioni commerciali o geopolitiche potrebbe aumentare ulteriormente i rischi.
Il rating A, invece, è sostenuto da diversi punti di forza strutturali. Tra questi vi sono l’appartenenza all’Unione Europea e il forte sostegno istituzionale e l’elevata credibilità della Bce. L’Italia beneficia, inoltre, di un’economia diversificata e resiliente, di una solida posizione nei rapporti economici e finanziari con l’estero e di uno dei livelli più bassi di debito del settore privato tra le economie avanzate.
Al contempo, il sistema bancario italiano è decisamente più forte rispetto al passato, grazie a una capitalizzazione migliore e alla riduzione dei crediti deteriorati. La qualità degli attivi ha retto bene, ma potrebbe peggiorare con il tempo a causa dei dazi Usa, dei costi energetici elevati e delle condizioni finanziarie più restrittive. La liquidità delle banche resta adeguata e la solidità del settore ha favorito fusioni e acquisizioni. Tuttavia, lo stock elevato di crediti deteriorati (Npl), sebbene in mano a investitori specializzati, continua a pesare sul sistema creditizio.
Tuttavia, il rating continua a essere limitato dall’elevatissimo debito pubblico italiano, dal peso rilevante e in aumento degli interessi e da una crescita potenziale del pil persistentemente debole. Morningstar Dbrs spiega che potrebbe alzare il rating dell’Italia se il rapporto debito/pil diminuisse in modo significativo grazie a un miglioramento strutturale della posizione fiscale oppure se le prospettive economiche del Paese migliorassero in modo rilevante e duraturo. Viceversa, potrebbe abbassare il rating se si verificasse un deterioramento prolungato delle finanze pubbliche rispetto alle aspettative di medio termine oppure un aumento consistente e sostenuto dei costi reali di finanziamento del debito sovrano.
La crescita economica dell’Italia è modesta ma resiliente, però affronta venti contrari derivanti dai prezzi più elevati dell’energia. Nonostante lo shock tariffario e l’elevata incertezza, il pil reale è cresciuto dello 0,5% nel 2025, dopo una crescita dello 0,8% nel 2024, trainato principalmente dalla domanda interna. Nel breve termine l’incertezza è significativa tanto che Banca d’Italia ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita di 0,5 punti percentuali cumulati nel periodo 2026-2028, riflettendo l’impatto dei prezzi più elevati dell’energia sulla domanda interna. Ora ha previsto una crescita del pil dello 0,6% nel 2026 e dello 0,5% nel 2027, prima di risalire leggermente allo 0,6% nel 2028 quando le pressioni inflazionistiche si attenueranno. A questo proposito l’inflazione è attesa al 2,6% nel 2026 rispetto alla precedente stima dell’1,7%, con un ritorno sotto il 2% nel 2027-2028.
Nonostante il rallentamento, i consumi privati dovrebbero continuare a recuperare gradualmente, sostenuti da un mercato del lavoro solido e da un miglioramento del potere d’acquisto. Inoltre, lo stimolo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dovrebbe continuare a sostenere la dinamica degli investimenti. In uno scenario più avverso, caratterizzato da aumenti più rilevanti e persistenti dei prezzi dell’energia, l’economia rischierebbe una stagnazione nel 2026 e una contrazione nel 2027.
Comunque per ora l’economia italiana, diversificata e resiliente, rimane un supporto chiave per il rating. Nell’ultimo decennio il Paese ha registrato livelli più elevati di investimenti e occupazione. Il rapporto degli investimenti è aumentato dal 17,1% del pil nel 2015 al 21,8% nel 2025, con gli investimenti non residenziali saliti dal 13% al 17,4%. L’occupazione è aumentata da 22,2 milioni a 24,1 milioni entro febbraio 2026. Tuttavia, le dinamiche demografiche avverse, la bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro e la debole crescita della produttività continuano a limitare il potenziale di crescita.
Il deficit fiscale è sceso dal picco del 9,4% del pil nel 2020 al 3,1% nel 2025 secondo l’Istat. Il saldo primario è tornato positivo nel 2024 allo 0,5% del pil e si stima sia salito allo 0,8% nel 2025. Il miglioramento è stato guidato dalla forte crescita delle entrate e dell’occupazione. Mentre il carico fiscale è salito al 43,1% del pil nel 2025.
Le misure straordinarie della pandemia di Covid e della crisi energetica non pesano più in modo significativo sui conti pubblici italiani, ma i crediti d’imposta edilizi precedentemente concessi aumenteranno il fabbisogno di finanziamento e continueranno a esercitare pressione sul debito pubblico, soprattutto nel 2026. Anche perché le misure finora adottate per la crisi del Medio Oriente sono limitate e temporanee.
Il debito pubblico italiano rimane molto elevato e limita il rating creditizio del Paese, rendendolo vulnerabile agli shock. Il rapporto debito/pilha raggiunto il 137,1% nel 2025, superiore alla previsione del governo del 136,2%, ed è il secondo più alto dell’Ue. Per Morningstar Dbrs l’aumento superiore alle attese riflette in larga parte un incremento maggiore del previsto del cuscinetto di liquidità.
Il Fmi ha previsto un aumento del debito al 138,8% entro il 2027, prima di una graduale riduzione dal 2028, fino al 136,1% nel 2031. Questa traiettoria dipende da avanzi primari strutturalmente più elevati per compensare la differenza tra tassi d’interesse e crescita, e potrebbero essere necessarie ulteriori misure per stabilizzare il debito oltre tale orizzonte.
Anche perché il peso degli interessi, pari al 3,8% del pil nel 2025, resta elevato e dovrebbe salire al 4% entro il 2028 secondo il Fmi. Sebbene la lunga durata media del debito (7 anni) ritardi la trasmissione degli aumenti dei tassi, il maggior costo del debito si riflette progressivamente nel tempo. L’aumento recente dei rendimenti avrà, quindi, un impatto graduale sulla spesa per interessi, con la maggior parte degli effetti legati all’inflazione che si manifesteranno nel 2026. Dato il forte fabbisogno di finanziamento e il progressivo ridimensionamento del quantitative easing della Bce, l’Italia dipenderà maggiormente dagli investitori privati, con un ruolo crescente degli investitori retail e della domanda estera.
Comunque, attualmente il Paese sta vivendo una fase di maggior stabilità politica che ha migliorato la prevedibilità delle politiche economiche e rafforzato la credibilità dei piani fiscali. Storicamente, osserva l’agenzia di rating, l’elevata rotazione dei governi ha limitato la capacità di affrontare problemi strutturali. Il governo guidato da Giorgia Meloni è in carica dall’ottobre 2022 e potrebbe diventare il più longevo dal 1946 entro la fine dell’estate. Anche se la bocciatura del referendum sulla riforma giudiziaria a marzo rappresenta una battuta d’arresto politica.
Al contempo «sono necessarie riforme per superare le sfide di lunga data», ha aggiunto Morningstar Dbrs notando come anche se il governo è impegnato a mantenere politiche fiscali prudenti, «affrontare le cause profonde di una crescita delle produttività persistentemente debole, di tendenze demografiche avverse e delle persistenti carenze infrastrutturali richiederà riforme strutturali più incisive e investimenti sostenuti». (riproduzione riservata)